scoperte filologiche

Giacomo Leopardi, recensore inedito

Un testo ritrovato nella Biblioteca Nazionale di Napoli tra le carte autografe del poeta: «L'Ombra di Dante»

di Alberto Fraccacreta


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Giacomo Leopardi (Agf)

3' di lettura

Giacomo Leopardi recensore pungente a diciott'anni. Non è una fake news sulla vita del conte recanatese, ma una vera e propria scoperta filologica a opera di Christian Genetelli, ordinario di letteratura e filologia italiana all'Université de Fribourg (Svizzera): un testo ritrovato nella Biblioteca Nazionale di Napoli tra le carte autografe del poeta e ora disponibile nel volume Un'inedita e ignota recensione di Giacomo Leopardi. «L'Ombra di Dante» («Palinsesti. Studi e Testi di Letteratura Italiana», LED Edizioni Universitarie, pp. 66, € 20,00).

Siamo negli anni di «studio matto e disperatissimo». Al biennio 1815-16 sono ascrivibili traduzioni come gli Scherzi epigrammatici, la Batracomiomachia, alcuni stralci dall'Odissea e dall'Eneide. In mezzo al magma di enciclopedismo pian piano si fa strada il convincimento della poesia, svolta estetica ed esistenziale. Per questo motivo lo scritto leopardiano non è innocuo come sembra: preparato probabilmente nell'autunno del '16 per l'opuscolo dell'urbinate Giuliano Anniballi,

L'Ombra di Dante, il documento — secondo Genetelli, che firma una dotta e articolata ricostruzione — si inserisce nel crogiolo del crescente interesse per Dante, decisivo nel passaggio dall'erudito al bello durante il periodo della cosiddetta «conversione letteraria».

L'autografo — «un foglio semplice, mm 201 × 141, vergato dalla mano di Leopardi sul recto e sul verso» — è una breve ma aspra segnalazione (o meglio: una cortese stroncatura) seguita da passi scelti dell'«Ombra di Dante, Visione del Sig. Giuliano Anniballi da Urbino. Loreto 1816».

Il libro è pressoché sconosciuto già all'epoca («niun parla di questo libricciuolo») e non sembra rivelare ampi margini futuri, nota il conte con un certo sarcasmo («il vento e i pizzicagnoli disperderanno questa poesia prima che alcun letterato l'abbia veduta»).

Eppure, prendendo spunto da un episodio di Giovanni 6:12 nel quale Gesù, dopo la moltiplicazione dei pani d'orzo e dei pesci, esorta i discepoli a conservare anche gli avanzi affinché «nulla vada perduto», Giacomo trasceglie alcuni brani in modo che il lettore possa esprimere il suo giudizio. Il foglio è firmato con la sigla «M.D.», ossia con il patronimico dal sapore grecano Monaldoade, appioppato da Carlo Antici e utilizzato da Leopardi in altre recensioni. Il legame con l'opera è presto detto: L'Ombra, che consta di un canto unico in 292 versi, appartiene al «revival marchigiano-romagnolo della visione-cantica» (Walter Spaggiari), genere che nello stesso periodo Leopardi coltivava con la stesura dell'Appressamento della morte, sempre in terzine dantesche. Ci sono vischiosi legami tra i due testi: l'io solitario, l'apparizione, la prossimità del morire, il crollare a terra e il risollevarsi grazie a un essere benigno (Amore e l'Angelo), l'«alta mediazione femminile». Conclude giustamente Genetelli: «Fra convergenze forti e altre meno, l'assieme (anche guardando, direi, all'aspetto quantitativo e tipologico) pare largamente sufficiente per confermare che Leopardi abbia letto la visione di Giuliano Anniballi prima di scrivere l'Appressamento della morte: nella fitta rete della sua memoria prodigiosa, che è anche giovanile “pieghevolezza dell'ingegno” e “facilità d'imitare”, è così rimasta un po' dell'Ombra di Dante».

Da questa volontà d'imitatio si arguisce, per altro, il rapido abbandono dell'idea di veder pubblicata la segnalazione.
Insomma, il dantismo leopardiano acquista così un importante tassello non solo per comprendere materialmente le tappe che dividono il laborioso traduttore dal poeta originale, ma anche per assaporare in filigrana l'envers du décor nell'elemento di natura vichiano-rousseauiana dell'antico, del primitivo e del fanciullo (temi poi approfonditi nello Zibaldone, il “diario” filosofico che il poeta tenne dal '17 al '32).
E chi è esattamente Anniballi? Lo studioso ricostruisce persino la sua storia: docente di Belle Lettere, abbandona Urbino per insegnare al Ginnasio Comunale di Loreto, dove nell'agosto del '16 esce per l'editore Ilario Rossi — che pubblicò le Notizie istoriche, e geografiche sulla città e chiesa arcivescovile di Damiata — il suo poemetto, dedicato allo zio Sebastiano Sanchini. Nello stesso anno tornerà a Saltara e, dopo varie peregrinazioni, sarà a Rimini come professore di Retorica. Le strade tra Anniballi e Leopardi non si incroceranno più. Ma misteriosamente Giacomo porterà il documento inedito a Napoli, impilato tra i faldoni dei suoi scritti. Segno che, dopotutto, nonostante il «povero articolo», «questi versi» erano davvero «degni della stampa».

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