L'INTERVISTA DEL CACCIATORE DI LIBRI

Giacomo Papi: «Salvini è il vero radical chic»

di Alessandra Tedesco


Cosa ne sarebbe di un mondo senza cultura? Intervista a Giacomo Papi

6' di lettura

È feroce l’ironia con la quale Giacomo Papi descrive il mondo e i personaggi protagonisti del romanzo Il censimento dei radical chic (Feltrinelli). Immagina un mondo nel quale ci si vergogna di aver studiato, in cui esiste un'Autorità per la semplificazione della lingua italiana, vengono cancellate dal vocabolario le parole difficili, gli intellettuali sono denigrati e in alcuni casi anche uccisi a botte e il governo organizza un censimento dei radical chic (definizione riferita agli intellettuali) in teoria per proteggerli dalle aggressioni. Un’ironia che riguarda chi considera l'ignoranza una forma di innocenza, ma che non risparmia neanche gli stessi intellettuali, almeno quelli che credono di appartenere a una casta. Un romanzo a tratti grottesco che sembra estremizzare il contesto che ci circonda.

Giacomo Papi e Alessandra Tedesco

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Ti sei ispirato alla realtà?
Assolutamente sì. Quando scrivevo avevo sempre il timore di farmi prendere la mano e di inventare troppo. In realtà la cronaca quotidiana ha spesso superato la fantasia . Avere cultura, e questo vale sia per gli umanisti che per gli scienziati, è diventato sospetto. Usare parole difficili, appoggiarsi a conoscenze non condivise, viene percepito dalla maggioranza degli italiani in questo momento come una capacità di imbrogliare.

E infatti tu nel romanzo scrivi: «Sembrava che la cultura si fosse trasformata in inganno, l'ignoranza in innocenza». Da parte di alcuni personaggi c'è un’esaltazione dell’ignoranza, un’esaltazione del popolo che non sa e ha ragione a prescindere?
L’idea dominante del libro è che l’ignoranza sia una forma di innocenza. E' un'idea auto-assolutoria. Oggi con l'alfabetizzazione e la possibilità di trovare informazioni ovunque, l'ignoranza è anche una responsabilità, non è solo una condizione sociale. Don Milani diceva che i poveri sono tali perché sono poveri di parole, conoscono meno parole del loro padrone. Credo che sia ancora così, solo che in una sorta di ribaltamento incredibile si è riusciti a far passare il contrario. Tanto è vero che al centro del romanzo c'è questo primo ministro degli interni che per avere consensi si fa passare per più rozzo di quanto sia.

Il personaggio del primo ministro dell'interno è ispirato a Matteo Salvini?

Se avessi immaginato Salvini mentre scrivevo, non sarei riuscito a scriverlo. Se quando scrivi immagini la realtà, non riesci a raccontarla. Ho immaginato quest'uomo fisicamente in modo diverso. Però c'è una cosa in comune fra il personaggio e l'attuale vero primo ministro dell'interno: entrambi si fanno passare per più ignoranti di quanto non siano. Il curriculum di Salvini è quello di un radical chic, è nato nel centro di Milano, suo padre era dirigente d'azienda, ha studiato nel liceo classico della buona borghesia milanese, è diventato comunista, ha frequentato il Leoncavallo, gli piace De Andrè, quindi ha tutte le carte in regola per essere il più radical chic di tutti. Il suo grande sforzo per avere consenso oggi è nascondere questo aspetto.

Il libro è stato scritto prima dell'arrivo al governo di Salvini?
No, è stato scritto durante. Era già primo ministro dell'interno, ma non immaginavo e non visualizzavo lui perché probabilmente mi avrebbe portato da altre parti.

Nel romanzo c'è un dialogo molto significativo fra il primo ministro dell'interno e sua madre. La madre gli dice che da piccolo studiava e che invece ora sembra uno scaricatore di porto, è diventato volgare, dice cose semplici e stupide e si impegna a sembrare ignorante. E lui replica che gli piace comandare e che per comandare l'intelligenza serve, ma solo se tenuta nascosta. È una definizione feroce.
Penso che oggi sia proprio così e credo che sia il più grande inganno che si possa fare ai poveri. Ossia l'idea che siccome il popolo è rozzo bisogna dargli cose semplici e rozze. Non potrà mai arrivare alla bellezza. In questo modo si continua a semplificare quello che può consumare in modo da non farlo crescere. Credo che questo sia l'atteggiamento più elitario che possa esserci. Siccome il cosiddetto popolo ha un livello di comprensione basso bisogna dargli nulla.

La complessità è diventata un disvalore?
Assolutamente sì. E questo succede perché negli ultimi venti anni, con un'accelerazione negli ultimi cinque, la dimensione del dibattito pubblico è diventata pubblicitaria. La pubblicità non è mai complessa, deve essere tutto bianco o nero, buono o cattivo. Dopodiché c'è da dire che non è che l'intelligenza sia morta, che la gente non legga e non si informi. Il problema è che se salta qualsiasi mediazione, allora chi dice che la terra è piatta e chi dice che la terra è rotonda valgono lo stesso.

In questo romanzo si guarda con la lente dell'ironia anche la classe degli intellettuali.
Gli intellettuali non si salvano. Gli intellettuali italiani di sinistra in particolare hanno una responsabilità grandissima, anzi due. La prima responsabilità è che si presentano come coloro che sanno e non come coloro che hanno dubbi , mentre l'intellettuale per costituzione deve essere quello che ha dubbi, da Socrate in poi è stato così. Se ti presenti come il custode di un sapere marmoreo e immutabile, sei il sacerdote di una religione estinta e giustamente qualcuno ti tira giù. La seconda responsabilità è che negli ultimi trent'anni hanno completamente dimenticato il problema dell’uguaglianza, hanno accettato che la disuguaglianza ci fosse e crescesse come un fatto acquisito.

Nel romanzo il primo ministro dell'interno dice al suo psicologo: “Lo sa perché gli intellettuali sono così importanti? E lo sa perché sono pericolosi? Perché le emozioni sono facili, elementari. Se impari i trucchi, le puoi governare, mentre i pensieri rimangono liberi, vanno dove dicono loro e complicano le cose. Dove comanda la ragione, la statistica muore'. In questa frase è un romanzo decisamente politico?
È assolutamente un romanzo politico, spero che come i pamphlet politici cerchi di avere uno sguardo più ampio. Sono convinto che le emozioni siano governabili mentre i pensieri lo siano di meno. Se si osserva la comunicazione politica da questa ottica, si nota che i tweet o i post di facebook sulla politica hanno un format replicabile: iniziano spesso con un’aggressione e finiscono con un'espressione di bontà o simpatia. Chi lavora in televisione, e io l'ho fatto in passato, sa che le emozioni passano attraverso cose controllabili. L'importante è saperlo. Non significa che non bisogna emozionarsi, basta saperlo per potersi difendere.

In esergo scrivi che i fatti narrati in questo libro accadranno. Temi che questa deriva possa arrivare ai livelli narrati nel romanzo?
Si, penso che alcuni fatti tragici ce lo dimostrino. Penso all'omicidio del sindaco di Varsavia che è arrivato dopo una campagna di aggressione sul web molto forte. Altri fatti minori vanno in questa direzione. Ma penso anche, come faccio emergere nel libro, che l'intelligenza e la curiosità non muoiano. Non è che l'uomo rinuncerà ad avere pensieri perché il potere in questo momento gli dice che è meglio non averli. E soprattutto resisterà sempre quella che è oggi è l'arma più importante: l'umorismo.

Che cosa diresti agli intellettuali di oggi per evitare che si prosegua in questo declino, ma anche per inchiodarli alle loro responsabilità?
Direi di avere dubbi, di divertirsi, di cercare di comunicare quindi cercare di farsi capire. Ma direi anche che non sono gli unici intellettuali. Intellettuali sono tutti quelli che lavorano con le parole, non quelli che hanno l'attico, ma quelli che fanno fatica per tirare su degli stipendi da fame. A tutti questi direi che hanno le parole e usarle per fare qualcosa di bello è il loro dovere, oltre che il loro piacere.

Insomma, quel chiedere a un certo genere di intellettuali di abbassare un po' la cresta (sentimento diffuso nella società) è un messaggio da far arrivare?
La stanno abbassando la cresta, certo ci sarà sempre qualche professorone tronfio, ma è un processo che sta avvenendo . L'intellettuale ha un senso nella società se nella società ci sta e soprattutto se non chiude la sua comunicazione in una cerchia di intellettuali. L'intellettuale deve parlare anche a chi non lo è perché questo è il suo mestiere.

(Alessandra Tedesco, conduce su Radio 24 “Il Cacciatore di libri” in onda ogni sabato alle 6,30 e alle 21,30)

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