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Giambattista Valli: «La mia couture democratica e inclusiva per H&M»

Incontro con il creativo che è tornato nella sua Roma per presentare la collezione realizzata per il marchio di fast fashion. Ma discute anche di politica, giovani in fuga dall’Italia e fondi d’investimento

di Chiara Beghelli


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Giambattista Valli al termine della sfilata della collezione per H&m nella Galleria Dopria Pamphilj di Roma

4' di lettura

Delle centinaia di palazzi di Roma, forse il Doria Pamphilj, su via del Corso, è quello più amato dalla moda. Diana Vreeland lo scelse per ambientare il servizio di Vogue Us che avrebbe lanciato il “pigiama palazzo” (appunto) di Irene Galitzine, indumento creato per clienti ricche e cosmopolite, possibilmente aristocratiche. Forse anche per questo un altro aristocratico della moda, Giambattista Valli, peraltro romano di nascita, lo ha scelto per ospitare l’evento di lancio della sua nuova collezione, la più democratica di sempre: la capsule creata per H&M, annunciata lo scorso maggio con un primo drop e che dal 7 novembre sarà disponibile in alcuni dei negozi del marchio svedese in tutto il mondo. Si tratta della 18esima collaborazione d’autore per H&M, che ha lanciato questa innovativa formula di incontro fra grandi della moda e fast fashion nel 2004, con Karl Lagerfeld.

Collaborazioni dagli spiriti diversi, più sporty con Alexander Wang, più sperimentali con Comme des Garçons, romantici con Erdem, pop con Moschino. Il contatto con la couture c’era stato già con Viktor & Rolf, a conferma di un esplicito amore del marchio svedese per la moda francese, con 10 dei 18 marchi coinvolti basati a Parigi. Come Giambattista Valli, appunto. Che ha scelto come sede della sua maison un palazzo della città, quello dove visse un altro italiano e francese d’adozione, il musicista di corte del Re Sole Jean-Baptiste Lully, nato Giovanni Battista Lulli a Firenze.

Ed è sotto le volte affrescate di un altro palazzo romano, il Brancaccio lungo via Merulana, che Valli ha preparato la sfilata: «È interessantissimo poter far percepire l’essenza, la cultura della couture a un pubblico così ampio», spiega mentre mette a punto gli ultimi outfit.

La collezione di Giambattista Valli per H&M

La collezione di Giambattista Valli per H&M

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Come è nata questa collaborazione?
«H&M mi ha contattato dicendomi: vorremmo fare qualcosa di sorprendente. Io amo tutto ciò che è fuori dall’ordinario, dunque ho colto un’opportunità fantastica per far arrivare la mia ricerca e la estetica a molte più persone».

Il primo drop, subito dopo l’annuncio della collaborazione, è stato un successo.
«In quell’occasione abbiamo raggiunto 650 milioni di persone con i social. Per me è stata una specie di shock. Non credevo che potessi affascinare così tante persone, di essere così conosciuto».

Forse anche perché questa collezione è un modo per aprire a numeri molto più ampi un mondo fatto di esclusività, come quello della couture.
«In realtà secondo me la couture è un bellissimo processo culturale, che esalta arti minori straordinarie che non potrebbero vivere altrimenti. Se non ci fossero queste pigmalione, le giovani donne che collezionano questi abiti come fossero opere d’arte, tale cultura andrebbe persa».

Giambattista Valli,  inquietudini romantiche in giardino

Giambattista Valli, inquietudini romantiche in giardino

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Crede che nella moda manchi quetso fare cultura, che si punti troppo alla vendita?
«Io questo non posso dirlo. Ma posso dire che manca cultura in generale. Anzi, in questo senso la moda è un mondo privilegiato, dove non conta da dove vieni, che colore della pelle hai, i tuoi gusti sessuali, la tua religione: l’unica cosa che conta è il talento. Punto. Il resto non interessa».

È stato difficile conciliare la couture con il fast fashion?
«Certo, i ricami non sono fatti di Swarovski ma di plastica, e il tulle non è di seta ma di poliestere. Ma per il resto il mio dna, fatto di sogno, di felicità, è totalmente intatto».

Per la prima volta si confronta anche con capi maschili...
«Un altro aspetto di questa collaborazione che mi ha fatto battere il cuore! Pensare che esista una moda uomo e una moda donna è antiquato. Oggi domina la fluidità, l’inclusività, la libertà di scegliere cosa indossare e di “rubare” indumenti l’uno dall’armadio dell’altra. Io stesso indosso una collana di perle, le donne hanno preso dal guardaroba maschile le giacche, i jeans boyfriend, le camicie di popeline».

La sfilata Giambattista Valli per HM a Palazzo Doria Pamphilj a Roma

La sfilata Giambattista Valli per HM a Palazzo Doria Pamphilj a Roma

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Dunque in futuro vedremo una collezione Valli uomo? Potrebbe essere un modo per festeggiare i 15 anni della sua maison, nel 2020.
«Ma io non amo le celebrazioni, non sono un nostalgico. Il passato per me è fonte di arricchimento culturale. Guardo sempre avanti, amo le evoluzioni dell’umano. Detto questo, vedremo».

Nato a Roma, ha lavorato con Capucci e Fendi, poi però è volato a Parigi da Ungaro per non tornare più. Perché stavolta, però, ha scelto Roma?
«È il mio bagaglio culturale, una città che è l’opposto del banale. Questo suo senso di grandezza così rilassata, la sua bellezza che chi ci vive non vede quasi più. Ho scelto Roma anche perché è qui che rivedo me a 20 anni con i miei amici. E con questa collezione ho voluto parlare a queste nuove generazioni. Peccato che Roma oggi sia molto rovinata, da due cose in primis: un certo turismo dei pellegrini, che secondo me andrebbe regolato, e da certi politici che vengono da altre città e non capiscono l’anima di Roma. Da Cavour in poi Roma si è imborghesita, ma non è una città borghese. È fatta di popolo e aristocrazia, che si conoscono e si amano».

Giambattista Valli x HM fashion show

Un po’ i due mondi che proprio questa collezione vuole mettere in contatto.
«E poi i romani sono anche molto più internazionali di quello che sembra».

Avrebbe senso riportare a Roma l’alta moda, quella delle maison ormai scomparse o affievolite?
«I giovani da qui stanno scappando, e questo mi fa arrabbiare. La moda è piena di designer italiani bravissimi, ma sono tutti fuori dall’Italia. Credo sia anche a causa di questo senso così provinciale che riscontro in Italia, che fa preferire lo straniero perché è straniero, mettendo da parte l’italiano che invece dovrebbe essere sostenuto, incoraggiato. Quando dicono di me che sono uno stilista italiano, è giusto, ma solo di nascita, perché 21 anni fa mi sono trasferito a Parigi e proprio per ringraziare la città ho voluto mettere “Paris” sotto il mio nome. Qui, a parte degli ottimi produttori che credono in me, nessun altro l’ha fatto».

Nel 2017 è stato il fondo Artemis della famiglia Pinault a rilevare una quota di minoranza della sua maison. Se l’investimento aumentasse?
«Avere loro come interlocutori è una fortuna, hanno creduto in me e sono loro grato. Io intanto vivo nel presente, ma sempre aperto al futuro».

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