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Gianni Agnelli in bianco e nero: il ritratto dell’Avvocato

In libreria un saggio che ripercorre la vita dell’imprenditore con una marcia in più

di Giancarlo Mazzuca

(Getty Images)

2' di lettura

A volte ritornano. Sembra quasi che Gianni Agnelli, il mitico Avvocato (un nome d'arte come lui stesso confessò all'allora cardinale di Torino, Poletto), ci abbia lasciato solo pochi giorni fa ma sono invece trascorsi 20 anni dalla sua scomparsa, che avvenne il 24 gennaio del 2003. Quattro lustri dopo, lui resta sempre nel Gotha del “made in Italy” perché, come ho raccontato con mio fratello Alberto nel libro «Gianni Agnelli in bianco e nero», è diventato il simbolo di quel “miracolo economico” che rimpiangiamo moltissimo soprattutto ora, con la recessione che continua a colorare di nero il nostro futuro.

Un re per Federico Fellini

Gianni, secondo Federico Fellini, aveva una marcia in più, tanto che il grande regista lo definiva così: «Mettigli una corona in testa, mettilo su un cavallo, è un re». E, in effetti, Fellini è passato alla storia anche per quelle immagini del «Rex» che passava davanti al porto di Rimini nel film «La dolce vita».

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Le redini della Fiat

Agnelli - che aveva preso le redini della Fiat direttamente dalle mani del fondatore, il nonno Giovanni - è stato proprio il nuovo sovrano sabaudo dopo la fine della dinastia dei Savoia. Un re con tantissime luci, ma anche con qualche ombra perché la sua vita non è stata sempre felice tanto che forse la miglior definizione di Gianni fu quella di un altro romagnolo, il segretario generale della Cgil Luciano Lama, con il quale, da presidente della Confindustria, Agnelli firmò l'accordo sul punto unico di contingenza. Disse Lama: «Io lo stimo. È un capitalista che fa il suo mestiere, ma non è favorito dalla fortuna». Come non dargli ragione? Perché la vita di Agnelli è stata disseminata anche da tanti problemi e lutti familiari, dalla tragedia aerea che costò la vita al padre Edoardo durante l'ammaraggio dell'idrovolante nel porto di Genova, ai problemi della propria successione in azienda e alla tragica scomparsa del figlio, Edoardo junior.

L’arrivo di Gheddafi

Ma, nonostante la sfortuna che certo non lo risparmiò, Agnelli restò amante della dolce vita come Fellini, riuscendo a coniugare i piaceri con i doveri del grande imprenditore. Nei momenti topici della Fiat, lui c'era sempre e c'era anche quando la situazione economica del Paese precipitò con la recessione degli anni Settanta che, per certi versi, ricorda un po' quell'attuale: quando c'era bisogno, lui era lì, alla guida del gruppo, e c'era anche quando, magari tappandosi il naso, aprì ai petrodollari del raìs libico Gheddafi che arrivarono in soccorso della Fiat.

La marcia dei 40mila

Così come era presente quando, con la marcia dei 40mila quadri guidati da Luigi Arisio per le vie di Torino, riuscì a sconfiggere i sindacati dopo un lunghissimo braccio di ferro sfociato nella “battaglia dei cento giorni”. Molto spesso si affidava ai consigli di Enrico Cuccia, l'omino di Mediobanca che, in quegli anni, teneva le fila della finanza italiana, ma, alla fine, a decidere era sempre lui perché - come mi confessò in un'intervista il nipote Giovanni Alberto, lo sfortunato erede che morì prematuramente - «per diventare un buon imprenditore non basta certo chiamarsi Agnelli».

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