INTERVISTA al «padre» dello Statuto del contribuente

Gianni Marongiu: «Con queste leggi il Fisco amico è solo uno slogan»

Servirebbe un Codice tributario ma la sua scrittura ed emanazione è uno sforzo fuori portata per l’attuale Parlamento

di Cristiano Dell'Oste e Giovanni Parente

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Giovanni Marongiu (Imagoeconomica)

Servirebbe un Codice tributario ma la sua scrittura ed emanazione è uno sforzo fuori portata per l’attuale Parlamento


3' di lettura

«Vent’anni dopo è il titolo di un romanzo di Alessandro Dumas. Come i suoi moschettieri, anche io, a distanza di tempo, posso fare un bilancio positivo, in questo caso parlando dello Statuto dei diritti del contribuente». Gianni Marongiu, 83 anni, dello “Statuto” è stato uno degli ispiratori, nonché il relatore in Parlamento. Oggi vede il bicchiere mezzo pieno. Nonostante le tante deroghe e le tante violazioni sofferte dalla legge chiamata a definire i diritti di cittadini e imprese di fronte al Fisco.

Professor Marongiu, su cosa si basa il suo bilancio positivo?
La Cassazione ha fatto puntuale applicazione dello Statuto in tante sentenze. Non esiste un testo di dottrina che non tratti il tema. Le commissioni tributarie applicano quotidianamente lo Statuto. Al contrario, si è creata una contrapposizione con il legislatore che abusa del decreto legge, abuso non a caso sanzionato dallo Statuto. Abbiamo norme che vivono tre mesi, sei mesi o un anno, mentre la dottrina e la giurisprudenza richiamano l’esigenza della certezza.

Perché in Italia si scrivono così male le norme fiscali?
Ci manca un Codice tributario. Faccio un esempio: se c’è un Codice e lei un giorno emana una nuova norma Iva, è costretto a inserirla in modo coerente nel Codice. Altrimenti, se lei è solamente alla ricerca di nuove risorse e ha un ordinamento tributario spezzettato, fa redigere una norma dall’amministrazione finanziaria, che per così dire esegue l’ordine del Governo di reperire una certa somma. Allora l’amministrazione detta una norma che transita in un decreto legge che viene approvato con la fiducia in Parlamento, dove ognuno parla per dieci minuti e dove senatori e deputati approvano le disposizioni senza leggerle. Così nascono le continue eccezioni alla legge. La produzione normativa diventa schiava di esigenze contingenti contrabbandate con la necessità e l’urgenza per giustificare i decreti legge.

Secondo lei si potrebbe rafforzare lo Statuto?
Se ne possono migliorare alcuni aspetti, ad esempio nella parte relativa all’emissione dell’atto di accertamento. Ma le modifiche possono essere solo correttivi parziali: oggi, se lo Statuto fosse eliminato per farne uno nuovo, non uscirebbe mai più. Nessuna forza politica oggi lo farebbe mai: non ha gli strumenti culturali per farlo. Eliminare lo Statuto vorrebbe dire scrivere un Codice tributario, ma è uno sforzo sproporzionato alla forza dell’attuale Parlamento.

Sarebbe favorevole a un rafforzamento costituzionale dello Statuto del contribuente?
A suo tempo, il suggerimento di approvarlo con legge costituzionale fu avanzato dai nemici dello Statuto, che volevano bloccarne l’approvazione con le lungaggini dell’iter rafforzato. Ci sono solo tre o quattro norme che avrebbero dovuto avere una forza costituzionale. Le altre sono rafforzate dal richiamo agli articoli costituzionali.

È utile estendere l’obbligo del contraddittorio tra fisco e contribuente prima dell’emissione dell’atto di accertamento?
È una scelta talmente utile che fu voluta anche nella lontanissima assemblea costituente in cui si accennò a questo problema. Il contraddittorio è indispensabile in qualsiasi accertamento.

Gli ultimi Governi hanno spesso puntato su «Fisco amico» e «compliance»: sono solo slogan?
Non sono slogan in linea di principio, ma sono destinati a restare tali con norme come quelle attuali. La compliance diventa la regina dell’attuazione delle norme fiscali quando queste sono chiare e non vengono modificate nel tempo, se non a distanza di cinque o dieci anni.

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