addii. 1945-2020

Gianni Mura, la poesia nella cronaca di una strada in salita

Il giornalista e scrittore, scomparso il 21 marzo, ha raccontato lo sport con stile limpido e potente. I suoi Tour de France come «chansons de geste»

di Maria Luisa Colledani


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(ANSA)

3' di lettura

I nomi, eccome, se contano i nomi. Nuda nomina tenemus. I “Cento nomi
di Gianni Mura”, ogni anno a fine dicembre sulle pagine di «la Repubblica», sono - è troppo crudele ora usare l'imperfetto - una miniera sapida e raffinata: sportivi e non, cantautori e registi, libri preziosi e ristoranti per un piatto come si deve, lontano da chef troppo destrutturati. Perché Gianni Mura, scomparso il 21 marzo 2020 a Senigallia, a 74 anni, per un attacco cardiaco improvviso, è stato il Giornalismo sportivo dell’ultimo mezzo secolo ma, più in generale, è stato il Giornalismo: lo sport è vita, perché, come ricordava, «lo sport avrà tanti difetti ma, a differenza della vita, nello sport non basta sembrare, bisogna essere».
Allievo ed erede di Gianni Brera, scrittore e giornalista, orgogliosamente
milanese, sognava di fare il medico, o forse l’archeologo, ma all’università
resse pochi mesi, per poi bussare alle porte della «Gazzetta dello
Sport», dove cercavano nuove leve. Così, inizia la sua corsa: «Venivo pagato per scrivere e a me sembrava un sogno perché avrei scritto anche gratis, sui muri». Verranno, poi, il «Corriere d’Informazione», «Epoca» e
«L’Occhio». Ma la sua casa, dal 1979, è «la Repubblica». Ha seguito Mondiali di calcio, Olimpiadi, Tour de France e Giri d’Italia e migliaia di manifestazioni sportive, regalando alla letteratura pagine di vita, e due romanzi (Giallo su giallo e Ischia).

Addio a Gianni Mura, giornalista e scrittore tra calcio, ciclismo e cucina

Addio a Gianni Mura, giornalista e scrittore tra calcio, ciclismo e cucina

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Calcio e ciclismo le sue passioni: sapeva raccontare gli uomini e le strade.
Ogni Tour come una chanson de geste con suggestioni da viandante e
pensieri da filosofo, senza mai tirarsela. Su ogni Mondiale il suo sguardo
diverso, sempre capace di indignarsi se serviva e di essere ruvido, ironico,
eretico quanto bastava. In una parola, vero, come un buon calice di vino rosso, con quella sua cultura onnivora e sterminata: non ci si poteva arrischiare nel giochetto post cena «Tutti i ciclisti con la lettera C, tutte le canzoni che iniziano per F». La sconfitta era assicurata perché Mura, aedo dei nostri tempi, ha fatto palpitare le sue righe con storie, storia, cultura, arte, cucina (sul «Venerdì» curava con la moglie Paola la rubrica “Mangia & bevi”), e i suoi Tour erano oli su tela, righe che cantano, che brillano salendo verso il Colle dell’Izoard o il Mont Ventoux. È storia la risposta che Pantani gli diede: «Perché vai così forte in salita? Per abbreviare la mia agonia».
Bellezza come dono a piene mani ed etica, tanta, tantissima etica. «Nel pentolone che si chiama campionato, noi di campioni ne abbiamo di tutte le forme e pezzature. Troppi per essere veri. Io penso che i campioni veri siano quelli che insegnano qualcosa, altrimenti sono solo dei vincenti», ecco la stella polare del suo lavoro. Per questo, lo hanno ricordato in tantissimi, fra cui il presidente del Coni, Giovanni Malagò: «ci hai donato poesia pura, traslandola sul “tuo”, nostro mondo. Oggi hai voluto riservarci un dolore immenso, tanto difficile da raccontare che, forse, avresti fatto fatica anche tu, caro Gianni», e il presidente della Figc, Gabriele Gravina «è stato un punto di riferimento per chi ama vivere e leggere di sport, un piacere per la lettura, mai banale. Ha rappresentato soprattutto una coscienza critica da cui trarre importanti spunti di riflessione».
Mentre dallo stereo arriva la struggente Ne me quitte pas di Jacques Brel
- perché dobbiamo pur cercare un senso dove un senso non c’è - ci tornano
fra le mani i tuoi ultimi “Sette giorni di cattivi pensieri”. Scrivevi: «Imbecilli senza confini, ma la brava gente è di più». Gente solida come te, trapezista della notizia, cronista antico, per questo modernissimo
nel giornalismo impalpabile del XXI secolo, e indispensabile come l’aria in questi giorni sgangherati e addolorati.
Ciao Maestro, ti sia lieve la terra.

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