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Giappone, il paradiso «sovranista» che però taglia il deficit e aumenta tasse ed età pensionabile

di Gianni Trovati


Giappone: cogliere le nuove opportunità di export

3' di lettura

Alla fine del weekend “cinese” andato in scena due settimane fa a Roma, il ministro dell'Economia Tria era partito alla volta di Singapore e Pechino, infittendo una rotta super-frequentata da molti esponenti del governo giallo-verde. Ma sono in molti nella maggioranza a guardare a Est. Ed a spingersi oltre la Città proibita, per un modello ancora più orientale: Tokyo.
La ragione è nei numeri. Rispetto a quello giapponese, volato al 240% del Pil, il nostro debito pubblico impallidisce. Ma i tassi di interesse, che da noi schiacciano il bilancio pubblico a colpi da quasi 70 miliardi all'anno, nei conti del Giappone scompaiono. E non da oggi. Lo spread dei Btp domina dibattito politico e monitor degli investitori da circa un decennio, mentre il pachidermico debito giapponese ha vissuto tranquillo, al riparo da qualsiasi vento di crisi di fiducia. Come mai?

Qui sta il punto. A Tokyo, spiega l’analisi sovranista, c'è una valuta nazionale. E soprattutto c'è una banca centrale che stampando moneta può comprare tutto il debito che “serve”. Con in campo il «prestatore di ultima istanza», ruolo che più di un economista vicino al governo chiede di attribuire anche alla Bce, nessuno teme un default giapponese. E quindi nessuno chiede di vedersi riconosciuto il prezzo di un rischio che non c'è. Quindi il deficit può correre, e spingere politiche espansive che spiegano per esempio una disoccupazione al 4% (noi siamo sopra il 10%). Tutto qui?

No, almeno secondo uno studio che sarà pubblicato oggi dall'Osservatorio dei conti pubblici della Cattolica guidato da Carlo Cottarelli. L'analisi firmata da Andrea Gorga parte dal fatto che la Abenomics, la politica economica messa in atto sotto dal premier Shinzo Abe, tra le frecce del proprio arco ha messo una serie di misure non proprio popolari. Mentre l'espansione monetaria è stata addirittura più bassa che nell'Eurozona (+ 28,8% di massa a Tokyo fra 2012 e 2017 contro il +30,5% pompato da Francoforte con il Qe), il governo di Tokyo negli ultimi anni ha alzato l'età pensionabile, al punto che nel 2017 i lavoratori giapponesi sono andati in pensione a 70 anni e sette mesi, un anno e tre mesi in più rispetto alle loro colleghe ma soprattutto 8 anni abbondanti in più rispetto all'età di uscita effettiva degli italiani per-quota 100. Con il risultato, calcolato dal Fiscal Monitor del Fondo monetario, che fra 2015 e 2050 il debito pensionistico giapponese dovrebbe scendere del 31,7% in rapporto al Pil, mentre quella italiana dovrebbe aumentare del 47,2% (prima di quota 100, va ribadito). Non solo. L'Iva, tradizionalmente bassissima in Giappone, è stata quasi raddoppiata, passando dal 5 all'8% prima del nuovo aumento in programma per ottobre, e la pressione fiscale è stata alzata progressivamente di quasi cinque punti (dal 25,9 al 30,5%) anche per finanziare una serie di misure che provano a favorire il tasso di partecipazione al lavoro. Il deficit è stato ridotto di quattro punti in cinque anni, e secondo i programmi scenderà al 2,9% del Pil nel 2019 e al 2,1% nel 2020.

Ma che bisogno c'era, se deficit e banca centrale risolvono tutti i problemi? Il fatto, sostiene l'Osservatorio, è che il “paradiso sovranista” non esiste. E il debito aiuta a spiegare i tanti tratti comuni che associano Italia e Giappone. Le due stagnazioni ventennali, in due Paesi invecchiati dai tassi di natalità più bassi del mondo, sono perpetuate da un livello di produttività praticamente fermo, su cui pesa una dinamica strutturalmente fiacca degli investimenti privati. Per questo il governo sta correndo ai ripari, nonostante moneta e banca sovrane. Anche senza essere deterministi, del resto, la catena che può legare alto debito, bassi investimenti, produttività ferma e ricambio generazionale scarso non è complicata da trovare in una ricca biblioteca di studi economici. Il “paradiso sovranista”, giurano dalla Cattolica, può attendere.

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