tensione gran bretagna-spagna

Gibilterra, i tamburi di guerra di Londra primo confronto post-Brexit

dal corrispondente Leonardo Maisano

(REUTERS)

2' di lettura

LONDRA - La Spagna ha ragione, Londra sta perdendo la testa ancora prima di essersi seduta al tavolo delle trattative. Lord Howard, ex membro del governo conservatore di Margaret Thatcher e di John Major ed ex leader del partito Conservatore, ne ha dato una dimostrazione plastica evocando una guerra in Europa per difendere Gibilterra dalle mire spagnole. Negli ultimi settant’anni di pace non ricordiamo fughe in avanti – per usare un eufemismo – tanto ridicole.

Michael Howard non è una mezza figura della politica britannica, è personalità controversa, è ora ai margini della scena, ma con quegli accenni bellicosi in odore di un’intramontabile volontà imperiale finisce per toccare corde profonde della sensibilità britannica. La Brexit ha mille facce, ma una è, certamente, la nostalgia di una supremazia antica che si vorrebbe idealmente ristabilire. E quindi Gibilterra come le Falklands, Theresa May come Margaret Thatcher e magari, avanzando con l’iperbole, Donald Trump come Ronald Reagan che fu grande alleato della Lady di Ferro nel conflitto contro l’Argentina.

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Johnson: inconcepibili cambi sovranita' a Gibilterra

Downing Street ha ribadito che «Gibilterra sarà tenuta presente costantemente» nelle trattative, il ministro degli Esteri Boris Johnson ha riaffermato con i toni enfatici di sempre il legame inscindibile fra Londra e la Rocca, l’ex ministro degli Esteri laburista Jack Straw ha avuto, invece, l’onesta di liquidare come «assurdo» il clangore di ferri evocato da Howard.

E a questo punto vanno chiariti i nodi della disputa, perché nessuno ha mai detto che con la Brexit Gibilterra va consegnata alla Spagna. Molto semplicemente Madrid avrà diritto a far valere la sua volontà in intese commerciali che riguardando Gibilterra toccano direttamente gli interessi spagnoli. Veto ? Nessuno veto, dice la Spagna, riportando i termini della querelle entro una logica considerazione: la Ue difenderà i propri interessi e quindi quelli dei suoi Stati membri, ovvero quelli di Madrid.

Il Consiglio europeo aveva precisato che gli accordi futuri con il Regno Unito possono tenere conto dei territori britannici d’oltremare fatto salvo lo specifico accordo spagnolo. Il riferimento alla Rocca è chiaro, ma in larga misura inevitabile e prevedibile. Un po’ meno la piega che Madrid ha impresso alla sua politica nei confronti della Scozia. «Non ci sarà veto spagnolo – ha detto il ministro degli Esteri Alfonso Dastis - all’adesione di Edimburgo all'Unione europea se sarà questo l’esito di un processo legale e costituzionale» di secessione dal Regno Unito.

Il no spagnolo cade e Madrid non è più la coperta di Linus di Londra, confortante pensiero di una divaricazione della corona che non poteva avvenire per i timori iberici di stabilire un precedente. Ovvero che dopo la Scozia potesse essere la Catalogna o il Paese Basco a rivendicare analogo diritto.

Sale la tensione con il maturare della Brexit e cresce il rischio che le emozioni finiscano per crescere, prendendo il sopravvento sulla freddezza negoziale. Per avere “successo” – ovvero per limitare al massimo i danni – la trattativa anglo-europea va tenuta sui binari di una gelida transazione d’affari. Non c’era modo peggiore di cominciare, alzando la posta su Gibilterra.

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