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Gig economy, dal far west all’ingorgo di leggi: perché è difficile regolarla senza ucciderla

di Alberto Magnani


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4' di lettura

Fino a un anno fa, parlare di gig economy significava imbattersi in un copione fisso: i ciclofattorini a cottimo delle piattaforme in cerca di tutele, le aziende restie a fornirne perché «nessuno obbliga nessuno». Da allora il tavolo delle leggi o proposte di legge in materia ha iniziato ad arricchirsi. Anche troppo.

Solo negli ultimi due mesi sono spuntate una «Carta dei diritti fondamentali dei lavoratori digitali nel contesto urbano» siglata il 31 maggio dal Comune di Bologna con le parti sociali e alcune aziende (tra le assenze più clamorose la tedesca Foodora, fra le piattaforme più popolari delle consegne pasti a domicilio); una Carta dei Valori controfirmata il 29 giugno da una serie di aziende della food delivery (questa volta compare Foodora ma manca la sua concorrente principale, Deliveroo); due proposte di legge regionali, una già andata in porto (quella approvata dalla giunta del Lazio di Nicola Zingaretti) e una con ambizioni nazionali (quelle che dovrebbe essere presentata alle Camere dalla regione Piemonte).

Sullo sfondo del tutto resta il dibattito avviato su scala nazionale dal vicepremier Luigi Di Maio, reduce da vertici sia con i fattorini che con le aziende. In un primo momento la gig economy stessa avrebbe dovuto essere disciplinata dal Decreto dignità, l'atteso «primo provvedimento» del governo gialloverde. L'argomento è stato poi “trasferito” in un tavolo di contrattazione nazionale fra le imprese e i sindacati, al via proprio oggi.

L’eccesso di frammentazione e la «ingordigia normativa»
La buona notizia è che l’economia «dei lavoretti (gig, ndr)», inizia a uscire dal limbo normativo che l’aveva caratterizzata finora. Un processo analogo a quanto si sta vedendo nel Regno Unito o negli Stati Uniti, dove il fenomeno si è diffuso anni prima e coinvolge una forza lavoro da milioni di persone. Quella negativa è il rischio di un ingorgo normativo fra le proposte di regolamentazione e autoregolamentazione fiorite nel giro di poche settimane, a volte in vista della contrattazione nazionale avviata dal governo Cinque stelle-Lega. Soprattutto quando si pesano le dimensioni effettive del mercato e il suo turn-over di forza lavoro. Dati della Fondazione Rodolfo Debenedetti, un istituto di ricerca, mostrano che i lavoratori full-time della gig economy sono circa 150mila, divisi fra 10mila rider (i fattorini) e i restanti distribuiti fra le varie attività mediate da annunci online: dalle pulizie domestiche ai servizi fotografici, passando per le riparazioni domestiche e il baby-sitting. Se si considera che il totale di occupati italiani si aggira sui 23 milioni, stiamo parlando di un mondo che vale circa lo 0,5% del totale (e se parliamo proprio di fattorini, lo 0,04%).

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Ma anche di là della sopravvalutazione o meno del settore, ci sono limiti di natura tecnica. In primis il rischio di una frammentazione regione per regione delle leggi, senza contare i vari tentativi di autodisciplina delle stesse aziende. «Abbiamo due ordini di problemi - dice Aldo Bottini, presidente di Avvocati giuslavoristi italiani e partner di Toffoletto De Luca Tamajo, uno studio legale - Il primo è pensare di fare norme sul lavoro che differiscono da una regione all’altra, quando la competenza nazionale. Ma questo lo sanno bene le regioni e infatti il Lazio ha parlato di provocazione». E il secondo? «Il secondo - prosegue Bottini - è che si tenta di applicare la categoria della subordinazione, un “vestito” che va stretto al modello di business. Si possono cercare tutele anche al di là di quello». Il problema è capire quali tutele, visto che la «flessibilità» autosponsorizzata dalle imprese non coincide sempre con la percezione dei lavoratori.

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La selva dei contratti
Nelle esperienze raccolte dal Sole 24 Ore si va dagli utenti soddisfatti della elasticità garantita da piattaforme di pulizie a domicilio («Posso decidere io la tariffa») allo stress di sistemi dove le aziende si comportano come se avessero qualche autorità sui lavoratori: pressing, punteggi, rating degli utenti usati come criterio di distribuzione delle ore di servizio... I comitati dei Rider, i fattorini delle consegne, denunciano ritmi e pressioni psicologiche più simili a un - pesante - lavoro subordinato che un riempitivo fra un esame universitario e l’altro (anche perché appena il 21% dei lavoratori del settore ha davvero meno di 29 anni). La Uil, reduce dall’incontro oggi con Di Maio, ha proposto la via della subordinazione o della «flessibilità governata», passando per leve fiscali in favore delle stesse aziende.

Altri optano per la ricerca di una terza via, comunque la si voglia declinare: «Beh, è ovvio che servono delle tutele, ma non necessariamente il subordinato - dice Bottini - Agendo soprattutto su assicurazione e compenso. Ad esempio istituendo paghe orarie che siano, però, agganciate al servizio prestato davvero». Cioè la stessa linea auspicata dalle aziende, favorevoli a sacrificare alcuni aspetti più compromettenti in cambio di una garanzia: continuare a non riconoscere la subordinazione delle migliaia di autonomi che gravitano intorno alle rispettive piattaforme, per evitare un rialzo dei costi del lavoro capace di ucciderne il business.

Già oggi le poche piattaforme risalite agli onori delle cronache, quasi tutte nelle food delivery, sono per lo più in perdita e fanno fatica anche solo a prevedere una data per il pareggio. Foodora è disposta a trattare su paga oraria e soppressione degli algoritmi (sistemi automatici che impartivano gli incarichi di consegna) pur di mantenere «la necessaria flessibilità» con la formula della collaborazione coordinata continuativa.

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Comunque vada, un quadro unico di tutele dovrebbe armonizzarsi con una discreta varietà di espedienti contrattuali. Sempre secondo la Fondazione De Benedetti, i cosiddetti gigger lavorano nel 5,1% con i nuovi voucher, nel 6,1% a partita Iva, nel 10,3% con i contratti di collaborazione continuativa, nel 21,5% dei casi a chiamata e nel 47,6% dei casi nella veste di autonomi occasionali, senza dimenticare una quota del 9,4% che si classifica come «altro». Forse, per capire meglio l’industria, bisognerà partire da quello.

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