sovranismi

Gilet gialli, Brexit, Andalusia: perché la mano di Bannon non è decisiva

di Angela Manganaro


Steve Bannon durante una conferenza a New York

6' di lettura

Il lunedì di dicembre in cui a Londra la premier Theresa May è costretta ad ammettere che dopo mesi di negoziati, Brexit non è ancora una soluzione ma il dirupo verso una crisi di governo (il suo), e il presidente Emmanuel Macron decide di parlare ai francesi dopo un’altra prova di forza dei Gilet gialli in un altro furioso sabato a Parigi, rispunta qui e lì come Zelig per alcuni, deus ex machina per altri l’americano Steve Bannon, ex capo stratega di Donald Trump.

A gennaio l’imprenditore, ideologo ed editore ha dovuto abbandonare la presidenza del sito di destra Breitbart per le indiscrezioni nel libro Fire and Fury di Michael Wolff, in estate ha fondato The Movement, base per una rete europea di partiti populisti in vista delle elezioni europee di maggio 2019. Una sfida e certo un riscatto per l’ipiratore dell’estrema destra americana esiliato da Washington come tanti collaboratori di Trump prima e dopo di lui. Eppure diversi indizi suggeriscono che la storia non si ripeterà, non sembra possibile che l’esperimento «Ue sovranista 2019» ricalcherà l’operazione «Trump presidente 2016». Non solo perché in questi mesi i sovranisti europei hanno dimostrato di non marciare insieme, al massimo di colpire qualche volta uniti. Si può certo affermare che i Gilet gialli francesi e Vox, estrema destra vittoriosa in Andalusia, siano accomunati dalla rabbia contro l’élite ma basta questo a farne un unico grande corpo elettorale in vista delle europee del prossimo maggio?

Tra le piazze di Spagna, Francia e Gran Bretagna
Si può fare sintesi dello scontento dei francesi nato da un hashtag sui carburanti per settimane argomento trend su Facebook e Twitter, e della reazione andalusa alla questione catalana - e alla corruzione tra popolari e socialisti - che per mesi ha agitato la Spagna? O delle proteste a Londra dei tifosi di Brexit che in queste ore sentono sfuggire il risultato acquisito col referendum 2016?

Nei mesi scorsi Bannon ha incontrato i leader andalusi di Vox che vogliono sospendere l’autonomia della Catalogna, controllare l’immigrazione e tagliare le tasse. Sabato lo stesso Bannon era in mezzo ai Gilet gialli, ma a Parigi forse si è accodato più che aver ispirato ché il populismo corre più veloce dei suoi stessi sostenitori. Forse. Perché alla vigilia della terza prova di forza dei Gilet gialli sabato 8 dicembre a Parigi, c’è chi ha denunciato una sua regia. Un gruppo di deputati di La République en Marche, il partito di Macron, ha infatti sostenuto che il sito giletsjaunes.com, veicolo della protesta, è stato creato a Denver in Colorado il 15 maggio 2017, e che l’ispiratore sarebbe stato proprio Bannon.

Tesi a cui non hanno dato credito né LibérationLe Figaro - e si è arrivati così al paradosso di La République en Marche, neonato partito già establishment, accusata da alcuni siti francesi di propagare fake news e tesi complottiste tipiche di gruppi nati in Rete o chissà dove e per mano di chi.

Ultradestra nel parlamento andaluso, è la prima volta dopo Franco

Italia da promessa a minaccia per i sovranisti
L’Italia ha dimostrato di essere il perfetto campo di prova
di partiti populisti/sovranisti che si scagliano contro gli stessi obiettivi ma perseguono ognuno il proprio interesse: Sebastian Kurz, cancelliere austriaco sovranista, Alice Weidel, leader di Alternative für Deutschland, partito di ultradestra tedesco, e l’ungherese Viktor Orban hanno criticato e avversato il governo di Di Maio e Salvini per la disinvoltura sui conti e sul debito.

Il fatto è che il populismo ha sempre radici locali, e in nome del proprio popolo e della nazione si entra facilmente in contrasto con leader e politiche di altri paesi: non basta dunque il comune sentire sull’immigrazione o un forte quanto generico sentimento anti-europeo e anti-élite per fare un Movimento paneuropeo pur lanciato in lingua inglese.

Il freno delle leggi elettorali Ue
L’altro ostacolo per Bannon conquistatore dell’Unione europea sono i soldi. Il Guardian ha calcolato che solo quattro paesi europei su 13 possono accettare i finanziamenti di The Movement senza violare le leggi elettorali dei propri paesi. I quattro che possono accettare soldi da organizzazioni straniere sono Italia, Danimarca, Svezia e Olanda. I finanziamenti stranieri sono totalmente proibiti in Francia, Belgio, Spagna, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Finlandia. L’aiuto finanziario è possibile in Germania e Austria ma le cifre ammesse (rispettivamente mille e 2.500 euro) sono così basse da risultare ininfluenti.

Cosa dicono due studiose di populismo
Nonna Mayer
, direttrice del Centre d'études européennes di Sciences Po a Parigi, politologa e studiosa di populismi, ridimensiona ancora di più il fenomeno Bannon. L’Europa scriverà una sua storia, peggiore o migliore si vedrà. La spinta semplificatrice del signor Bannon sembra destinata ad esaurirsi. Spiega la professoressa Mayer al Sole24Ore.com: «La dinamica dei populisti di estrema destra in Europa risale a molto tempo fa, a metà degli anni Novanta del secolo scorso. Ha vissuto un secondo inizio con la recessione del 2008, con l’insorgere del terrorismo islamico e con la crisi dei rifugiati nel 2015».

«I populisti europei non hanno bisogno dell’aiuto di Bannon», continua la professoressa Mayer, «e in più sono divisi su come rapportarsi con lui, non tutti in verità lo prendono sul serio. La sua azione era compromessa già prima di sapere che la legislazione europea lo blocca in nove paesi europei su 13. In questo momento non vedo cosa potrebbe legittimare un ruolo di Bannon come elemento che unifica una famiglia di partiti profondamente diversi fra loro. La sua azione potrebbe non avere alcun peso sulle elezioni europee che - continua Mayer - si svolgeranno invece in un contesto di affaticamento democratico e acuta disaffezione politica verso i partiti mainstream, condizioni che non potranno che spingere le percentuali elettorali di partiti di estrema destra a partire dal francese RN (l’ex Font National di Marine Le Pen)».

C’è anche un altro aspetto del probabile flop europeo dello stratega della vittoria di Trump che tanto puntava sull’Italia per scardinare la vecchia Ue. «Non credo che i divieti di finanziamenti impatteranno sul successo del populismo di estrema destra in Europa - spiega al Sole24Ore.com Linda Bos, assistant professor di comunicazione politica alla School of Communication Research dell’Università di Amsterdam -. Questo accade soprattutto perché i partiti populisti europei hanno già avuto successo senza l’aiuto di Bannon. È bene comunque sottolineare che questo tipo di finanziamenti non è illecito perché i partiti che ne potrebbero beneficiare sono populisti o di destra, ma perché esistono rigide regole sul finanziamento dei partiti in generale».

Cosa fa un campione di populismo europeo
Il caso Bannon in questa stagione inafferrabile è un esempio perfetto che fa dubitare su cosa sia vera influenza e cosa semplice eco. E induce a chiedersi se prevalga una regia occulta, lo spontaneismo di piazza o la propaganda online o come le tre cose interagiscono insieme. Quella che segue è una scena virale sul Facebook ungherese.

Chuck: «Ho letto molto su di te, mi sembra già di conoscerti».
Viktor: «Il 90 per cento dei commenti sarà negativo».
Chuck: «Sei come Trump?»
Viktor: «Qualcosa di più».

Questo è il passaggio dell’incontro fra Chuck Norris, star di Walker Texas Rangers e campione di arti marziali, e Viktor Orban, presidente ungherese e campione di populismo in Europa. Pare che i due, dopo essersi incontrati a Budapest, si siano definiti «amici per sempre». Il video online è stato naturalmente molto visto e la stampa americana lo ha ripreso, ma quando si tratta di politica, e in particolare di un politico abile come Orban meglio non indugiare nel folklore: Norris è un grande supporter del presidente Trump e del premier israeliano Netanyahu, è anche molto popolare in Ungheria e un incontro con l’attore non poteva certo nuocere. Orban tiene molto al buon rapporto con l’America di Donald ed è più facile e anche utile postare un video con una star tv che associare la sua azione a Bannon con cui nei mesi scorsi aveva mostrato una profonda intesa. Soprattutto, il cauto Orban non sembra propenso ad abbracciare avventure populiste transnazionali, anzi conferma la sua adesione al Ppe che si guarda bene da abbandonare.

Verso nuovi lidi
Forse è anche lo stesso Bannon ad aver perso slancio, non si dà più con la stessa dedizione alla causa europea. Cerca altri continenti e altre sfide, una molto americana, squisitamente trumpiana, probabilmente irrealizzabile: abbattere il partito comunista cinese. Il funambolico personaggio che solo a inizio marzo, alla vigilia e dopo le nostre elezioni politiche, sembrava pronto a trasferirsi in Italia per organizzare l’invincibile Armada sovranista, ora guarda alla Cina. Ha qui già trovato un alleato, Guo Wengui, miliardario conosciuto anche come Miles Kwok, ricercato in patria per corruzione, frode e riciclaggio di denaro sporco. Guo e Bannon si sono incontrati già dozzine di volte - riporta il New York Times - in comune hanno l’avversione per il governo di Pechino che accusano di corruzione ai più alti livelli. Bannon in più è completamente in linea con il suo ex capo, il presidente Donald Trump, anche lui vede nella Cina una minaccia economica e militare per l’America.

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