ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùI miti dello sport italiano

Gimondi, campione tenace della bici in un’Italia povera ma bella

Una carrellata di campioni dello sport italiano che hanno appassionato generazioni di tifosi e che hanno lasciato il segno fino ad oggi

di Dario Ceccarelli

Felice-Gimondi-Tecnavia-Roma-(26-maggio-1998Ansa)

6' di lettura

I miti sono miti perchè sono vicini anche quando sono lontani. Ci accompagnano come angeli custodi in servizio permanente. E Felice Gimondi, con quel nome così programmatico, sembra fatto apposta per entrare di diritto nella nostra galleria dei campioni degli anni Sessanta. La galleria dei miti dei boomers, quei miti sportivi che hanno accompagnato una generazione cresciuta con la pazza idea che tutto fosse possibile, a portata di desiderio, come avesse in tasca la lampada di Aladino.

Un campione e un uomo concreto

Solo più avanti sarebbe emersa la verità: che ogni desiderio ha un prezzo. E che i conti, prima o poi, bisogna pagarli. Ma questi sono discorsi che a Felice Gimondi, nato a Sedrina in provincia di Bergamo il 29 settembre 1942 e morto il 16 agosto 2019 a Taormina, sarebbero interessati poco. Da uomo concreto della Val Brembana il suo motto era “poche chiacchiere e menare”. Un manifesto programmatico che condensa bene il suo pensiero.

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Pensiero maturato in una famiglia modesta ma intraprendente che lo ha costretto, fin da bambino a darsi da fare per realizzare i suoi obiettivi. Se voleva giocare all'oratorio, Felice sapeva che avrebbe dovuto aiutare la mamma, la signora Angela, nel suo lavoro di postina. Idem con il padre, il signor Mosè, che con un camioncino trasportava ghiaia nei cantieri.

Era un'Italia così: povera ma bella, almeno nei film. Di una povertà dignitosa, però. Senza lussi, ma con la carne in tavola una volta alla settimana. Prima il dovere e poi, forse, il piacere. E infatti Felice, prima di darsi al ciclismo, aiuterà la famiglia con tanti piccoli lavori. È il secondo di tre fratelli e con le mance si comprerà anche la bicicletta. Una bella bici da corsa color argento. Più avanti, solo dopo aver dimostrato, da allievo e da dilettante, che quella era la sua strada, Gimondi avrà il via libera dai genitori.

La fatica della bici

Adesso avviene il contrario: sono i genitori a insistere perchè i loro figli diventino “famosi”: calciatori, cantanti, candidati ai Talent Show o al Grande Fratello. Spingono meno invece per il ciclismo, pratica antica dove la fatica, anche con tecnologie moderne, è sempre tanta. Da dilettante, con la maglia della Sedrinese, Gimondi raccoglie una ventina di vittorie. La più bella al Tour dell'Avenir del 1964 che gli fa da trampolino per entrare da professionista nella Salvarani, un marchio di cucine che è una leggenda. “Una signora in cucina” diceva una famosa pubblicità dell'epoca con l'attore Enrico Maria Salerno che si fa bello con la moglie regalandogliene una lucente e super accessoriata. E Felice, perfetto corridore degli anni del boom, fa un debutto esplosivo arrivando terzo al Giro d'Italia del 1965, dietro a Italo Zilioli e al suo capitano, Vittorio Adorni, primo in maglia rosa.

Un anno incredibile, quel 1965, per Felice. Sta così bene che il suo direttore sportivo, Luciano Pezzi, intuendo le potenzialità del ragazzo, lo manda anche al Tour de France iscrivendolo al posto di un certo Bruno Fantinato, ricordato in seguito solo per questo suo sacrificio in extremis. Come il primo batterista dei Beatles, Peter Best, noto solo per essere stato rilevato da Ringo Star quando la band di Liverpool s'impose in tutto il mondo.

Felice Gimondi, campione tenace e gentiluomo della bici

Felice Gimondi, campione tenace e gentiluomo della bici

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La vittoria al Tour del ’65

Felice avrebbe dovuto fare esperienza, invece fa subito il botto. Forte di una freschezza straripante, dopo aver consolidato il primato sui Pirenei, Gimondi arriva in maglia gialla al Parco dei Principi imponendosi anche nella cronometro finale di Versailles. È un trionfo, uno straordinario bagno di popolarità che riporta il ciclismo davanti al calcio. In quel luglio afoso, che precede le grandi vacanze, la televisione fa vedere in eurovisione quel ragazzo magro e tranquillo che conquista la Francia. Dando una sensazione: che il ciclismo mondiale abbia trovato il nuovo padrone. E sarà così. Ma solo per tre anni. Fino al fatidico '68. Che porta uno sconquasso. Non solo per la contestazione, ma anche per l'irrompere di Eddy Merckx ai vertici del ciclismo. Una mazzata per Gimondi, che in quei tre anni di regno aveva avuto il tempo di vincere una trentina di corse, tra le quali classiche monumento come Giro di Lombardia, Parigi-Roubaix e Parigi-Bruxelles, oltre al Giro d'Italia del 1967.

Anni d’oro per il ciclismo italiano

Anni scintillanti per il ciclismo italiano. C'è Gimondi, certo. La sua biglia è la più contesa dai ragazzini sulle spiagge. Ma intorno a Felice crescono altri campioni. Gianni Motta, lombardo di Cassano d'Adda, il rivale di Gimondi prima di Merckx. Un cavallo matto di classe cristallina, quel Motta, tenuto però a freno da un misterioso dolore a un gamba che ne limiterà la carriera. E poi tutti gli altri che danno vita a sfide memorabili. Vittorio Adorni, parmigiano, che parla come un libro stampato e piace alle donne per il suo charme. Vittorio è quasi sempre ospite del “Processo alla tappa”, l'indimenticabile trasmissione di Sergio Zavoli che chiude ogni tappa del Giro.

Tanti talenti, ma anche personaggi veri in fuga dalla povertà. Contadini, muratori, operai, fattorini. C'è Franco Bitossi, detto “Cuore matto” per una strana aritmia che a volte lo colpisce in corsa. E Michele Dancelli, primo italiano a vincere la Milano-Sanremo nel 1970 dopo 17 anni di dominio straniero. E Vito Taccone, “il camoscio d'Abruzzo” che con i suoi strappi ruba la scena ai big più noti (“Sono un povero che toglie ai ricchi”, era il suo grido di dolore in diretta tv).

Il ciclone Merckx

In questo mondo, di cui Gimondi è ancora leader, Merckx entra con la forza di un ciclone. Eddy viene dalla periferia di Bruxelles. Non è povero, anzi, ma ha una tale fame di vittorie che in futuro quell'ingordigia gli varrà il soprannome di “Cannibale”. Vuole vincere tutto. Nel 1966 al suo esordio conquista subito la Milano-Sanremo. E poi fa incetta di classiche laureandosi nel 1967 campione del mondo. Ma è nel 1968 che Merckx travolge tutti. Al Giro d'Italia il belga è incontenibile. «Fosse stato per lui sarebbe scappato ad ogni traguardo», spiegherà Vittorio Adorni, suo capitano. «Lo liberai sulle Tre cime di Lavaredo e lui fece il vuoto». Gimondi è solo terzo, dietro anche ad Adorni. Nulla sarà più come prima. Quel bagno di umiltà gli fa però capire una cosa. Che quel Merckx è di un'altra categoria, un pezzo unico, senza punti deboli, un fenomeno. Che non a caso, oltre a cinque Giri e cinque Tour, vincerà 523 corse, tra le quali anche sette Milano Sanremo. Troppo per chiunque.

«Ho impiegato più di due anni a capire che lui era più forte di me», dirà a fine carriera Gimondi. «Però alla fine questa rivalità ha fatto bene a tutti e due. A Eddy perchè lo ha umanizzato, a me perchè sono stato indicato come il rivale del corridore più forte di tutti i tempi, non so se mi spiego..».

Un nuovo ruolo

In questa nuova dimensione, Gimondi trova un altro ruolo. Quello dello sgobbone, del gran lavoratore bergamasco che non si perde d'animo, Sempre pronto a inserirsi nelle poche crepe del belga. E agli italiani, Felice piace anche per questa sua tenacia, per questo suo senso del dovere che ricorda quello di tanti padri di famiglia che, a forza di straordinari e di sacrifici, rimettono in pista l'Italia lavorando e facendo studiare i figli. Così Gimondi che, lasciando perdere i rimpianti, riesce comunque a ritagliarsi un palmares di prim'ordine, comprendente tre Giri d'Italia, un Tour, una Vuelta, un Mondiale a Barcellona, due Giri di Lombardia e una Sanremo. 135 successi (con i circuiti) correndo da febbraio a fine ottobre.

Campione anche nel ritiro

Una bella carriera, quasi impossibile da paragonare a quella dei campioni successivi, a parte forse Vincenzo Nibali, simile per tenacia e capacità di correre su tutti i terreni. Padre di Norma e Federica, marito di Tiziana, figlia di un albergatore di Diano Marina che l'aveva ospitato in ritiro, Gimondi correrà fino al 1978, pochi mesi dopo il ritiro di Merckx. Nel frattempo Felice aveva ancora fatto a tempo a conquistare il Giro del 1976, dopo aver aspettato sulla riva del fiume il declino del suo rivale. «Quello che dovevo fare l'ho fatto», disse soddisfatto Gimondi al momento di fermarsi. Un ritiro che ha saputo gestire con stile, stando anche come dirigente un passo indietro dai riflettori. La sua ultima soddisfazione, da presidente della Mercatone Uno, fu quella di salire sul podio del Tour per festeggiare nel 1998 la maglia gialla di Marco Pantani, primo italiano ad aver riconquistato la Grande Boucle dopo il bergamasco. In quella foto, in quel sorriso velato di malinconia, c'è tutto Gimondi, uomo Felice, ma consapevole che nella vita c'è sempre qualche bufera in agguato.

terzo di una serie di articoli


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