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Gino Paoli: «Non siamo più il popolo del dubbio: dobbiamo tornare a essere noi stessi»

Il cantautore si confessa, da Sapore di sale simbolo del boom a oggi: «Il disco è come una nave che dev'essere perfetta per navigare»

di Paolo Bricco


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7' di lettura

«Nella mia vita, ho trascorso molte estati. L’estate del 1963 è stata l’estate di Sapore di sale. In Sapore di sale, io già presentivo dei segni malinconici per il futuro. Ma, nell’Italia del boom economico, quella canzone diventò il brano simbolo della voglia di fare, di vivere e di amare». Gino Paoli, che fra poco più di un mese compirà 85 anni, esprime un equilibrio fisico e interiore invidiabile, condensazione ultima e distillato finale di inquietudini e di fragilità umane, troppo umane, vissute da giovane e affrontate in età adulta. Ha l’ironia divertita di chi non si considera un venerato maestro e ha la tranquillità soddisfatta di chi ha scritto pagine della identità, della cultura popolare e anche dell’estetica formale di noi italiani: «Io sono come sono, non sento nessuna distinzione fra me come persona e me come artista, amo quelli che sono un tutto unico, penso fra i contemporanei a Vasco Rossi e a Roberto Benigni».

Qui sulla terrazza di “Piedigrotta da Carmine e Antonio”, un ristorante di Nervi con una grande terrazza sul mare, racconta le estati delle soddisfazioni e gli inverni degli scontenti, le primavere dei progetti e gli autunni delle amicizie per le quali anche lui ha imparato, come diceva il poeta russo Ehrenburg, la scienza degli addii.

PER APPROFONDIRE / Un doppio cd per i 60 anni di carriera di Gino Paoli

«Gli anni che precedettero l’estate di Sapore di sale furono intensissimi. Durante il fascismo, era stato tutto bloccato. Finita la guerra, noi eravamo affamati di tutto. Di musica, di film, di libri. Io avevo una grande passione per Henry Miller. Luigi per Cesare Pavese. Ci scambiavamo i libri con Bruno e Arnaldo, Franco e Corrado». Luigi era Luigi Tenco, Bruno era Bruno Lauzi, Arnaldo era Arnaldo Bagnasco, futuro regista e sceneggiatore. Franco e Corrado erano due amici che sarebbero diventati imprenditori nelle macchine utensili. «C’erano anche le ragazze. Io e miei amici ci siamo fatti, da adolescenti, una grande cultura cinematografica perché alle ragazze non era permesso uscire, se non per andare al cineclub. E, così, pur di vederle e chiacchierare con loro non perdevamo una proiezione. Quando siamo diventati più grandi, il nostro gruppo di amici era formato anche da Fernanda, che ci fece conoscere i dischi di Georges Brassens, e da Anna, che sarebbe diventata la mia prima moglie».

Qui tutti trattano Gino Paoli con una familiarità affettuosa. In tavola vengono portate quasi senza chiedere, come il piatto destinato automaticamente al cliente diventato amico nel corso degli anni, delle acciughe fritte delicatissime. Lui beve acqua minerale, io prendo del Riesling dell’Alsazia, Les Vins Pirouettes. È naturale accompagnare le acciughe con focaccia di due tipi: una genovese tradizionale e una più morbida, preparata con l’impasto della pizza.

Arriva un vento fresco dal mare. In questa calda estate del 2019 («nel mio giardino, le piante di origini tropicali come le bouganville sono rigogliosissime»), Paoli sta facendo con successo un tour in cui porta il lavoro musicale alla base del doppio cd Appunti di un lungo viaggio: il primo si intitola I ricordi e raccoglie i suoi classici, il secondo è Canzoni interrotte e raccoglie gli inediti con gli arrangiamenti di Danilo Rea. «In concerto canto canzoni di amici che non ci sono più: Lauzi, Tenco, De André e Bindi. Devo mettere in scaletta anche una canzone di Lucio Dalla. Non l’ho ancora fatto, perché Lucio mi sembra ancora vivo». Paoli si è da poco esibito ai parchi di Nervi. «Amo la mia città. Non me ne sono mai andato. Sono di Pegli. La mia prima casa da solo è stata una soffitta a Boccadasse. Cantare qui è sempre una emozione particolare. Quello di Genova è un pubblico difficile, che non ti fa passare nulla. I genovesi, quando si tratta di un artista della città, possono dire “è uno di qua” oppure “è uno dei nostri”. Da tanto tempo, ormai, con me dicono “è uno dei nostri”. Ma, comunque, è sempre una cosa speciale. Ho impiegato tre anni a realizzare questo disco. Tre anni a limare, a buttar via, a ricominciare. Il successo lo decreterà il pubblico. Ma il disco è come una nave, che deve essere perfetta per navigare. Noi siamo come carpentieri», dice Paoli, figlio di Rina, casalinga, e di Aldo, comandante di macchina, l’equivalente di un ingegnere navale.

In tavola, ecco arrivare il pesce: lui prende un fritto di mare, io dei calamari. Il lavoro è una dimensione fondamentale. Il lavoro e la ricerca. Sia per la costruzione di una idea di mondo sia per la comprensione della interiorità e delle emozioni e per la loro espressione. «Per me il latino, il greco e la filosofia sono stati importanti. Credo molto nella cultura umanistica. Anche se non mi sono mai diplomato. Mi hanno bocciato due volte alla maturità. L’ultima volta, portai con me all’esame scritto un coniglietto in una scatola perché mi portasse fortuna. A un certo punto scappò e mi misi a correre per tutta l’aula. Un professore mi disse: “vedrai come ti porterà fortuna”...e in effetti… A me non è mai piaciuto studiare a scuola. Anche se, poi, ho letto tantissimo. Da ragazzo comprai I libri della mia vita di Henry Miller e lessi tutti quelli che lui indicava. Il fenomeno culturale che mi ha influenzato di più è stato il surrealismo. Lo scrittore che mi ha colpito di più per il lavoro sul linguaggio è stato il Louis Ferdinand Celine di Viaggio al termine della notte. In questo momento sto leggendo Il secolo breve di Eric Hobsbawm e il carteggio fra Sigmund Freud e Georg Groddeck, famoso come lo psicanalista selvaggio a cui Freud deve il concetto e la definizione di ES».

Le estati di Gino Paoli, dunque. Da La gatta - 119 copie vendute, il silenzio del pubblico e poi, all’improvviso, 100mila copie a settimana - a Il cielo in una stanza (per Mina), da Senza fine (per Ornella Vanoni) a Che cosa c’è. E, poi, la crisi del Sessantotto. «Volevano solo la canzone politica. E a me non interessava. Dal 1970 al 1973 ho cambiato mestiere. Ho preso il casinò di Levanto, che ai tempi del fascismo era una vera e propria casa da gioco, e l’ho gestita: al primo piano il bar, al secondo la sala da ballo e al terzo il ristorante. Mi piacevano le trattorie storiche di Genova come la Rina, lo Spurcacciun, Checco al Toro. Ho sempre amato la cucina ligure, con le sue influenze arabe marcate quanto le influenze francesi della cucina piemontese, e i vini liguri e piemontesi, in particolare il dolcetto. E, a Levanto, oltre a far l’oste, in quelle notti d’estate invitavo a cantare i miei amici: vennero Lucio Battisti, Mina, Enzo Jannacci. Fu molto divertente».

Intanto, il cameriere suggerisce un assaggio di stoccafisso in umido alla genovese. Le estati di Gino Paoli sono le estati di musica pubblica e di poesia personale, di amori felici e di solitudini dolorose. Ma sono anche le estati della nostra Italia, della nostra storia. «Negli anni Settanta, tornai a cantare. C’era il terrorismo. Quante volte il camion con gli attrezzi non arrivava perché, a un posto di blocco, la polizia o i carabinieri lo avevano fermato e avevano fatto scaricare tutto per controllare. Dovevamo arrangiarci con gli strumenti che avevano a disposizione gli organizzatori. Lo stesso capitava quando tornavamo a casa di notte dai concerti. Con i ragazzi del posto di blocco con il mitra e il colpo in canna. Una volta uno di loro mi chiese i documenti. Gli spiegai che i documenti erano nel cruscotto, ma che nel cruscotto si trovava anche una pistola giocattolo che avevo appena comprato per mio figlio Niccolò a San Marino. Erano tempi così».

Per Paoli le estati degli anni Ottanta sono state segnate dal ritorno nei teatri. «Ricordo poco di quelle estati. Anche se ho netta la sensazione che sia allora, con la prima pervasività delle televisioni, che sono iniziate la mediazione e la mediatizzazione di tutto. Un processo che ha spento le emozioni». Nella estate del 1991, Paoli vince il Festivalbar con Eravamo quattro amici al bar, una canzone che alcuni hanno interpretato con la chiave della politica. «Non sono mai stato un cantante politico. Civile, sì. Ma non politico. E le canzoni non vanno prese per la loro verità letterale, ma per la loro capacità di suscitare emozioni e di evocare pensieri. Una delle cose più belle del Novecento è stato il surrealismo, con la compartecipazione dello spettatore, e nel caso della musica dell’ascoltatore, all’opera d’arte». E, per spiegare la fusione di intenti fra autore e ascoltatore, pronuncia la prima strofa de La Gatta: «C’era una volta una gatta. Che aveva una macchia nera sul muso. E una vecchia soffitta vicino al mare. Con una finestra a un passo dal cielo blu. Ecco, quella vecchia, con un secondo di pausa prima della parola soffitta fa scattare l’immaginazione in chi ascolta. Perché quella vecchia può essere una donna, o una strega».

In tavola vengono portati i dolci: lui prende un flan al cioccolato, io una zuppa inglese. In questa estate del 2019 che verrà ricordata per il caldo violento, dalla terrazza si scorgono le crêuza de mä, i sentieri di brezza sull’acqua. Gino Paoli, mentre beve il caffè, pensa alle sue canzoni e agli italiani: «Gli italiani sembrano avere perso la qualità del dubbio. Oggi tutti sembrano stolidamente e ottusamente convinti delle loro idee, in opposizione sorda e cieca alle idee degli altri. Ma, noi italiani, siamo un’altra cosa. Noi siamo il popolo del dubbio. Il dubbio è la radice del mugugno ironico dei genovesi, della espressione distaccata “lei dice?” pronunciata dai torinesi, della secolare conoscenza delle cose dei romani che, nel racconto di Ennio Flaiano, dopo un giorno non degnano più di uno sguardo il povero marziano arrivato a Roma. Pensiamoci. Dobbiamo soltanto tornare a essere quello che siamo».

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