ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùPolitica e idea di nazione

Giocare con i nazionalismi é sempre pericoloso

La parola «nazione» è stata usata 11 volte nel discorso tenuto da Meloni alla Camera

di Sergio Fabbrini

4' di lettura

È stata usata 11 volte nel discorso tenuto dalla premier Giorgia Meloni alla Camera dei deputati lo scorso 25 ottobre. Mi riferisco a «nazione», la parola che emblematizza la cultura politica del partito che guida la coalizione di governo. Come tutte le parole di carattere politico, anche nazione dice cose diverse a persone diverse. Vale dunque la pena di chiarirne il significato. Alla confusione politica, consigliava Giovanni Sartori, è inutile aggiungere anche quella concettuale.

Le nazioni non esistono in natura ma sono il risultato di un’invenzione sociale, realizzata da élite culturali e politiche per raggiungere determinati obiettivi. Le nazioni sono comunità immaginarie grazie alle quali individui distinti sono stati incentivati a riconoscersi in una comune identità culturale. Storicamente, la nazione è stata inventata in Europa e quindi esportata fuori dall’Europa con i colonialismi europei. Tale invenzione ha seguito due percorsi storici distinti.

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Là dove la nazione è stata inventata dopo la formazione dello stato territoriale (come in Francia o in Inghilterra), essa ha acquisito un carattere civico, definendosi come appartenenza ad una comunità territorialmente delimitata che si identifica con le regole e l’autorità di quello stato. Là dove invece la nazione ha preceduto la formazione dello stato territoriale (come in Germania e in Italia), essa ha invece acquisito un carattere etnico, definendosi come l’appartenenza ad una comunità priva di confini territoriali, tenuta insieme da caratteristiche biologiche o mitico-culturali. Mentre la nazione civica si è rivelata congeniale con la democrazia, lo stesso non può dirsi per la nazione etnica. La nazione etnica, nelle condizioni di una crisi sistemica, è scivolata verso la nazione razziale, grazie all’uso che ne hanno potuto fare imprenditori politici spregiudicati (come Benito Mussolini e Adolf Hitler). Non è un caso che il totalitarismo sia nato nel contesto delle nazioni etniche, non già in quello delle nazioni civiche. La sconfitta del totalitarismo non ha impedito all’Italia e alla Germania di conservare un’idea etnica di nazione. Solamente alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, la Germania ha riconosciuto il diritto degli immigrati di seconda generazione a diventare cittadini. Ancora oggi, l’Italia non riconosce il diritto alla cittadinanza ai figli di immigrati che abbiano frequentato l’intero ciclo scolastico. La nazione etnica caratterizza la cultura di riferimento della Polonia «bianca e cristiana» o dell’Ungheria «terra dei magiari». Mentre, in Francia, figli di immigrati sono ministri, oppure nel Regno Unito un figlio di immigrati è appena diventato premier.

Le diverse concezioni di nazione hanno a loro volta alimentato diverse esperienze di nazionalismo. Se il nazionalismo è un movimento politico nato per affermare l’unicità della propria nazione, tale affermazione ha avuto sia caratteri democratici che antidemocratici. Là dove è stata prevalente l’interpretazione civica della nazione, là si è affermato un nazionalismo democratico, seppure con forti caratteri gerarchici (in Francia) o classisti (in Inghilterra). Là dove è stata invece prevalente l’interpretazione etnica della nazione, là si è affermato un nazionalismo antiliberale, con forti caratteri autoritari (in Germania) oltre che populisti (in Italia). In entrambi i casi, il nazionalismo è stato caratterizzato dall’aggressività verso altri nazionalismi (basta pensare al dramma della Prima guerra mondiale), anche se è indubbio che sia stato il nazionalismo etnico-biologico ad essere degenerato nel male assoluto (con l’Olocausto e la Seconda guerra mondiale). A sua volta, però, il nazionalismo civico non ha avuto scrupoli ad esercitare una prolungata e conveniente aggressività nei confronti dei popoli extra-europei, per le cui conseguenze, ancora oggi, Londra e Parigi fanno fatica a scusarsi. Pure nella sua versione civica, comunque, il nazionalismo si è dimostrato incompatibile con il crescente pluralismo del mondo esterno e delle società interne. Per questa ragione, le élite europee post-belliche hanno avviato il progetto di integrazione europea, con la Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, con cui ingabbiare l’aggressività dei nazionalismi (il «mai più» di De Gasperi e Adenauer). Un progetto basato sul riconoscimento di distinte identità nazionali, ma collegate all’interno di un sistema istituzionalizzato di controlli e bilanciamenti tra gli stati membri e tra di essi e le istituzioni sovra-statali. Un sistema che può funzionare a condizione che quelle identità nazionali agiscano all’interno di un comune quadro normativo (ispirato dai valori liberali dello stato di diritto e della centralità della persona), a sua volta garantito da comuni istituzioni sovranazionali (come la Corte europea di giustizia, Ceg). Un pluralismo incompatibile con il nazionalismo, il quale non può accettare vincoli al proprio assolutismo (tant’è che, oggi a Varsavia e ieri a Londra, rifiuta la supremazia del diritto europeo, con la correlata giurisdizione della Ceg).

In conclusione, quando si parla di nazione e di nazionalismo, è bene sapere di cosa si tratta. Non solamente è necessario sapere che il carattere esclusivo della prima ed aggressivo del secondo sono inconciliabili con ciò che è stato costruito in Europa negli ultimi settant’anni. Ma soprattutto, se si vuole governare l’Italia, è necessario sapere che, in Europa, gli stati nazionali si sono ormai trasformati in stati membri dell’Ue. Meglio parlare di Paese. Per dirla con Hanna Arendt, giocare con il nazionalismo è sempre pericoloso.

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