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Gioia Tauro, la città dimenticata ora in cerca di una rifondazione

L’amministrazione può contare su finanziamenti per 53 milioni e ha in programma una serie di interventi strutturali ormai ritenuti urgenti. E la scommessa resta il porto e l’avvio concreto della Zes

di Donata Marrazzo

Nella Piana. Sopra una veduta del porto di Gioia Tauro, in basso una piazza del paese

3' di lettura

Una dote di 53 milioni per “rifondare” Gioia Tauro. La città della Piana, che deve la sua fama al primo porto di transhipment del Mediterraneo, nonostante la presenza dell’infrastruttura marittima, un territorio agricolo fertilissimo e una vocazione, almeno idealmente, commerciale e turistica, non decolla: sembra sospesa, come in attesa di un accadimento, uno stravolgimento. Una rifondazione, appunto.

Dopo anni di abbandono, indifferenza e isolamento da parte delle istituzioni nazionali e regionali, ora dai Patti per il Sud, Agenda urbana e Pnrr, sono in arrivo risorse che potrebbero cambiarne il destino. Per questo Aldo Alessio, capitano di lungo corso in pensione, sindaco di Gioia Tauro dal 2019, e anche in passato, dal '95 al 2001, stringe i denti: sette mesi fa il Comune è formalmente uscito da quattro anni di dissesto finanziario (60 milioni ). Ma in servizio ci sono solo 4 vigili part time per il controllo dell'area urbana, 17 operatori ecologici, anche loro a tempo parziale (ne sarebbero previsti il doppio) per garantire la pulizia e il decoro urbano. E mancano all’appello 20 milioni di tributi.

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Sta per aprirsi una stagione nuova e in alcuni casi si tratta di interventi epocali: il rifacimento delle fognature, di marciapiedi, di strade e della rete idrica, ad esempio, che sono da sempre i nervi più scoperti della città. Fra i progetti finanziati, spicca il recupero di palazzi storici, l’ammodernamento di alcuni edifici scolastici, la realizzazione di asili nido e micronidi con centri di accoglienza per soggetti fragili, di alloggi sociali, la riqualificazione della viabilità di accesso al porto. E poi azioni di rigenerazione urbana e ambientale e contratti locali di sicurezza per la video sorveglianza del territorio. «Abbiamo vissuto negli anni un lungo isolamento – racconta Alessio –. Nessuno ha mai tenuto in considerazione i miei appelli, le difficoltà rappresentate di volta in volta alla Regione o al governo centrale. Eppure, se ho chiesto collaborazione e attenzione, è stato solo per mantenere sana, viva, l’amministrazione, primo deterrente contro la criminalità».

Nel centro città la ‘ndrangheta ancora vessa negozianti e operatori economici. All’interno del porto gestisce il traffico di stupefacenti e cerca di avere il controllo sugli appalti. La magistratura e le forze dell'ordine marcano stretto il territorio. E in alcuni casi il risultato è tangibile. Ma è l’indifferenza delle istituzioni che fa precipitare la situazione. Con il prefetto di Reggio Calabria Massimo Mariani («l'unico che da sempre ci affianca», sottolinea Alessio), il comune sta definendo un protocollo per la legalità: «Con tutti gli investimenti da realizzare, non voglio correre il rischio di sbagliare – dice il sindaco – per questo ho chiesto al prefetto di vigilare su procedure e interventi».

I finanziamenti in arrivo e il nuovo impulso che la Regione intende dare alla Zes, potrebbero cambiare definitivamente la relazione fra lo scalo portuale e la città. «Il porto non può rimanere un'area strategica chiusa – incalza Alessio –. Con il riordino delle autorità di sistema portuale i sindaci sono stati esclusi dai comitati di gestione. La normativa va rivista, perché di fatto il territorio resta slegato dalle scelte del porto. Ho sentito dire che c’è perfino chi vorrebbe trasferire gli uffici della Zes a Lamezia».

Per l'urbanista Giuseppe Fera, autore di diversi studi sull'interfaccia tra area marittima e area urbana, le ricadute delle attività portuali sul territorio «si concretizzeranno quando il porto per il transhipment diventerà anche uno scalo commerciale e si potenzierà come hub logistico con il rilancio della Zona economica speciale. Ma è indispensabile l'alta capacità ferroviaria».

«Aprire i container, potenziando l'area industriale, creerà reali occasioni di sviluppo», afferma Celeste Logiacco, segretaria generale della Cgil della Piana. A partire dall’agricoltura, un comparto che vale 250 milioni di euro, e che potrebbe avvantaggiarsi di nuovi spazi nel retroporto con la creazione di una filiera agroalimentare. La sindacalista conosce bene il settore: è attiva fra i braccianti stagionali, per lo più migranti, che occupano tendopoli e ghetti. «Gli stiamo dando assistenza per i contratti, le buste paga, i permessi di soggiorno. Dobbiamo togliere la possibilità a caporali e faccendieri di ricattare i lavoratori agricoli – conclude - La legalità è la precondizione di qualsiasi forma di sviluppo».

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