INFRASTRUTTURE IN CRISI

Gioia Tauro, l’agonia del porto dimenticato

di Raoul De Forcade


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4' di lettura

Il porto di Gioia Tauro sta vivendo una situazione di stallo, che il sindacato definisce addirittura «di coma», caratterizzata da un calo del traffico container e dal mancato avvio di misure che potrebbero rilanciarne l’operatività. Tra queste, sottolinea Unindustria Calabria, c’è la Zes (zona economica speciale), la cui creazione è formalmente avvenuta ma la cui attivazione è all’impasse. Servono poi nuovi investimenti sulle banchine. A questo quadro, si aggiungono problemi occupazionali, con un taglio (operato dal 2017) di 377 lavoratori portuali da parte del terminalista Mct (società retta, con quote paritarie, da Contship Italia e Msc), e problemi di governance. L’Autorità portuale di Gioia, infatti, è da anni commissariata, mentre l’Autorità di sistema portuale del Mar Tirreno Meridionale e dello Stretto, che avrebbe dovuto comprendere Gioia Tauro, il porto di Reggio Calabria e quello Messina non è mai stata formata. L’attuale Governo ha invece deciso di smembrare questa Adsp (formalmente istituita nel 2016 con la riforma Delrio) creando una nuova Authority dello Stretto, ancora in fieri, che comprende Messina e Reggio Calabria.

Il porto di Gioia Tauro è uno scalo di transhipment, nel quale i container vengono scaricati da grandi navi per essere caricati su unità più piccole (feeder). Nel 2018 ha movimentato 2,3 milioni di teu (container da 20 piedi) con un calo, che paga la concorrenza di altri porti di trasbordo mediterranei, del 4,9% rispetto ai 2,4 milioni del 2017. Traffici che, ricorda Santo Biondo, segretario della Uil Calabria, «sono ben lontani da quelli precedenti alla crisi mondiale del 2008, quando Gioia arrivava a quasi a 3,5 milioni di teu e che, dal 2013, stanno subendo un calo costante». A pesare sull’operatività, prosegue il sindacalista anche «la guerra fredda che è scoppiata tra i due soci di Mct. Attualmente la società non sta rispettando gli impegni di investimento sui piazzali e per la formazione che erano al centro di un accordo firmato nel 2016 a palazzo Chigi. E 377 lavoratori sono stati licenziati e collocati nell’Agenzia per la somministrazione del lavoro portuale. Insomma, il porto sta vivendo una fase di coma».

Per ovviare a questi problemi, da tempo, le istituzioni locali e i governi nazionali, che si sono susseguiti negli anni, studiano un rilancio del porto, che passa attraverso la Zes e la possibilità, anche con un potenziamento del nodo ferroviario di supporto allo scalo, che Gioia accolga, oltre al transhipment, anche container da lavorare sul posto o da trasportare, via ferro, nel Sud Italia e verso l’Europa.

Gli imprenditori calabresi, peraltro, vedono nella Zes, istituita un anno fa ma ancora ferma sul fronte dell’attivazione delle misure fiscali e di semplificazione amministrativa, un’opportunità che può risultare decisiva per il rilancio e il consolidamento dell’economia regionale. Per questo, negli ultimi mesi, Unindustria Calabria ha puntato a stimolare la concreta operatività della Zes gioiese, che non riguarda solo il retroporto del terminal container, ma è estesa a diverse aree strategiche della regione. «La Zes – afferma Natale Mazzuca, presidente di Unindustria - rappresenta la grande chance che serviva per il pieno rilancio del porto, da cui può dipendere una parte consistente dello sviluppo dell’economia calabrese, del Mezzogiorno e dell’Italia, soprattutto in relazione ai nuovi possibili mercati di sbocco che guardano al Mediterraneo e ai Paesi di prossimo sviluppo. Gioia Tauro, da sola, può produrre significative variazioni positive del Pil complessivo, come certificato dai principali osservatori statistici ed economici del Paese». E se Unindustria rileva una crescita delle imprese che si stanno stabilendo nell’area retroportuale di Gioia, c’è una forte criticità che gli imprenditori chiedono venga risolta: una parte dell’area Zes rientra nell’Autorità di sistema portuale di Gioia Tauro, mentre l’altra (che comprende gli scali di Reggio e Villa San Giovanni) è stata unita alla nuova Authority di Messina. Mazzuca, poi, sollecita «un’accelerazione sulla nomina del presidente dell’Autorità portuale di Gioia Tauro. Occorre una governance stabile sia perché i procedimenti amministrativi richiedono una continuità che nel lungo periodo non può essere assicurata da un organo commissariale, sia perché è indispensabile avere una visione complessiva e di lungo periodo sulle prospettive del porto». Da parte sua, il presidente della sede territoriale di Confindustria Reggio Calabria, Giuseppe Nucera, punta sul recupero di reputation del porto, ricordando le criticità legate alla criminalità. «La quantità di stupefacenti sequestrata nel porto di Gioia Tauro – ricorda - risulta nettamente inferiore, in termini percentuali, a quelle di altri porti nazionali». E suggerisce che, «ai fini delle indagini penali, i container sospetti vengano controllati direttamente nei porti di destinazione finale».

Sul fronte delle istituzioni, Francesco Russo, vicepresidente della Regione Calabria e assessore a portualità e logistica, spiega che la ricetta per il rilancio dello scalo passa attraverso la differenziazione delle attività. «Oltre al transhipment - dice Russo – bisogna sviluppare ulteriormente il traffico ro-ro, che già funziona grazie alle auto movimentate dal gruppo Grimaldi. Poi c’è il versante energia, con il progetto di un polo di rigassificazione: è il Governo che deve decidere se farlo a Gioia. Infine la realizzazione di un bacino di carenaggio per navi superiori ai 350 metri». Nella zone retroportuali, Russo pensa a spazi per i contenitori non di transhipment e a «un polo agrolimentare del freddo».

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