Made in Italy

Gioielli, l’export è il motore del rimbalzo

di Chiara Beghelli

3' di lettura

Risalirebbero ad almeno 142mila anni fa, dunque al Medio Pleistocene, le 33 conchiglie forate rinvenute nella grotta di Bizmoune, in Marocco. La notizia è stata divulgata lo scorso settembre e per gli esperti si tratta del più antico gioiello della storia dell’umanità, che supera di almeno 50mila anni quello della grotta di Qafzeh, in Israele, che finora aveva detenuto il record dell’età. In quelle minuscole conchiglie, con cui oggi giocherebbero dei bambini, si concentra l’antichissima passione dell’homo sapiens per gli oggetti preziosi, rari, capaci di comunicare il gusto del bello come il proprio status: anche in virtù di questa in fin dei conti irrazionale attrattività i gioielli sono stati irrinunciabili compagni dell’essere umano, che proprio nei momenti di crisi, di passaggio, della sua storia ne ha sempre riscoperto il valore. Il gioiello come bene rifugio, dunque, ma anche come oggetto capace di esprimere gioia, appunto, di vivere nonostante tutto.

I dati di vendita dei gioielli in questi anni di pandemia lo confermano: secondo il recente Worldwide Market Monitor di Bain e Altagamma, persino nell’annus horribilis 2019-2020 le vendite di gioielli sono cresciute, del 7%, ma fra 2019 e 2021 l’aumento è stato del 22%, per un valore globale stimato in 23 miliardi di euro. Numeri confermati anche dai più recenti bilanci dei grandi gruppi del lusso: il primo semestre dell’anno fiscale 2022 di Richemont - al quale fanno capo maison come Cartier, Van Cleef&Arpels e Buccellati, si è chiuso con il segmento dei gioielli in aumento di ben il 67% rispetto allo stesso periodo 2020, e con un risultato operativo a +109%. Nella terza trimestrale del 2021, il segmento Orologi e gioielli di Lvmh - al quale appartengono Bulgari, Tiffany, Chaumet - è cresciuto del 49% rispetto al 2020.

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A trainare le vendite, le due aree geografiche che stanno sostenendo la ripresa generale dei conti del lusso, dunque Cina e Stati Uniti. In Oriente, la passione per i gioielli è testimoniata dagli ottimi dati di vendita delle maison globali - anche se in Cina sono incalzati dai marchi nazionali, come Qeelin (del gruppo Kering dal 2013) e Cindy Chao - come dal crescente numero di partecipanti alle aste della categoria. Limitandoci ai diamanti, peraltro, uno studio di De Beers ha rilevato come nell’ultimo anno il 30% degli acquisti abbia interessato carature e prezzi maggiori rispetto al passato. Nell’isola di Hainan, dove si concentrano al momento gli acquisti duty free dei cinesi impossibilitati a viaggiare oltre confine, gioielli, profumi e orologi hanno generato oltre il 71% delle vendite, che nei primi nove mesi del 2021 sono salite del 121%, per circa 5,6 miliardi di dollari. Negli Stati Uniti, dove le vendite delle maison Richemont sono salite del 123% a cambi costanti, la ricerca SpendingPulse di Mastercard prevede che per queste festività si spenderà in gioielli il 59% in più rispetto allo scorso anno. Certamente anche il boom dell’e-commerce ha alimentato e continua ad alimentare questi numeri: sempre secondo De Beers, in Cina le vendite online di gioielli con diamanti sulle piattaforme Tmall, Taobao e Jd sono aumentate del 49% nel primo trimestre 2021 rispetto all’anno precedente.

In questi dati sfarzosi, brilla quello dell’export dei gioielli made in Italy: Federorafi ha registrato un aumento dell’83,2% dell’export nei primi sette mesi dell’anno, per un totale di 4,45 miliardi di euro; gli Stati Uniti, prima destinazione con una quota del 15,4%, hanno segnato +111% e la Cina, pur in 17esima posizione, del 207%. Tuttavia, sullo scintillio del settore si estende l’ombra dell’aumento anche del costo delle materie prime, che si prevede in rialzo anche nel 2022. Ma per i gioielli, la storia lo insegna, ci sarà sempre un futuro.

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