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Gioielli, web e Millennials rimedio al calo dell’export

di Marta Casadei


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2' di lettura

Il 2016 ha segnato un momento difficile per l’industria della gioielleria e della bigiotteria made in Italy, che si è trovata faccia a faccia con una situazione internazionale difficile. Secondo l’indagine condotta da Intesa Sanpaolo-Direzione studi e ricerche, nei primi undici mesi del 2016 le esportazioni italiane di gioielleria e bigiotteria sono calate del 6,4%, perdendo circa 387 milioni di euro rispetto allo stesso periodo del 2015. La flessione si è registrata su molti mercati chiave: gli Emirati hanno messo a segno un -18,1% mentre Hong Kong ha registrato un -11,1%. In discesa anche l’export verso piazze europee che nel 2015 si erano affermate rispettivamente come il primo e il quinto cliente dei gioielli made in Italy: la Svizzera (-14,6%) e la Francia (-8,2%), dove si concentrano gli acquisti della grandi maison internazionali di gioielleria e moda. I segnali positivi, che nonostante lo scenario a tinte fosche non mancano, arrivano dagli Stati Uniti, dove tra gennaio e novembre 2016 le vendite di gioielleria italiana sono salite del 6,1%, dalla Giordania (+8,8%) e dal Regno Unito (+3,8%).

In un momento incerto come quello attuale le imprese dell’oreficeria italiana devono amplificare i propri punti di forza per agire in uno scenario internazionale sempre meno prevedibile: «Dobbiamo ripensare gli spazi di vendita, comunicare di più e meglio anche attraverso i social network e guardare a una clientela giovane e dinamica» ha detto Gabriele Aprea, presidente del Club degli Orafi Italia. L’ associazione ha organizzato ieri a Milano il convegno “Cultura di Impresa, cultura di mestiere: dal passato al presente nel gioiello italiano” riunendo al Museo Poldi Pezzoli, dove è in allestimento proprio una retrospettiva sulla gioielleria made in Italy, rappresentanti di alcune tra le più note imprese del settore.

Il giusto equilibrio tra cultura di mestiere e cultura di impresa rappresenta la chiave di volta per assicurare alle realtà italiane, per la maggior parte Pmi con in media 4,5 addetti ai lavori, un futuro florido all’insegna della competitività: «Le aziende – ha detto Paolo Preti, professore presso l’Università di Aosta e la Sda Bocconi – devono fare meglio ciò che hanno sempre fatto e lo devono rendere più visibile».

Molte le best practice fondate proprio su questo equilibrio: da Buccellati, la cui maggioranza è stata da poco acquisita dai cinesi di Gangtai ma dove a detta del presidente Andrea Buccellati «la famiglia ha sempre conservato un ruolo attivo proprio per mantenere il focus sulla cultura di mestiere», a un importante contenitore di nuova formazione come Italian Exhibition Group, nato dalla fusione tra Fiera di Vicenza e Rimini Fiera, che tra i propri brand ha VicenzaOro e VicenzaOro Dubai, passando per una giovane azienda come Vhernier e dalla neo quotata Fope. «Bisogna mantenere saldi i propri punti di forza senza però avere paura di evolversi» ha detto Silvia Damiani, vice presidente del gruppo di famiglia.

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