Il ministro dello Sviluppo economico

Giorgetti: «Sul pacchetto clima difenderemo l’industria. Crisi? Modello da rifare»

Il ministro dello Sviluppo economico preannuncia che l’Italia chiederà un’analisi di impatto. Sull’ex Ilva oltre 3 miliardi di fondi Ue, martedì confronto con Mittal sulle reali intenzioni di restare

di Carmine Fotina

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6' di lettura

Nell’ufficio al primo piano dello storico palazzo Piacentini un dipinto futurista di Depero sembra descrivere ante litteram la velocità del cambiamento industriale di questi anni. Il ministro per lo Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, che siede a pochi passi, e di questa trasformazione deve gestire oneri e delineare potenziali vantaggi, ne parla fuori da slogan fintamente rassicuranti. Intervallato da qualche telefonata sulle urgenze politiche di questi giorni, Giorgetti osserva innanzitutto che la ripartenza economica è in atto.

Certo nei prossimi mesi, a livello internazionale, bisognerà prestare massima attenzione a possibili tensioni inflazionistiche e conseguenti dinamiche sui tassi ma un buon sentiero è tracciato e c’è spazio per dedicarsi alla gestione della transizione industriale verso gli obiettivi di decarbonizzazione e verso una più piena digitalizzazione.

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La posizione del governo nei confronti del pacchetto “Fit for 55” presentato dalla Commissione europea su ambiente e clima è apparsa subito di retroguardia agli occhi degli ambientalisti. «Parliamo di un paese ad alta vocazione industriale e con caratteristiche manifatturiere praticamente uniche - replica Giorgetti -. Saremo molto fermi su questo punto, non possiamo tollerare la replica di quanto accaduto con le linee guida sulla plastica monouso. La specificità dell’industria manifatturiera italiana, che rischia di essere la più esposta alle misure proposte, è un dato che non si può eludere. Chiediamo un’analisi di impatto prima di fare scelte penalizzanti». Il governo conosce bene le istanze dei settori energivori e “hard to abate” così come i rischi che un percorso a tappe eccessivamente forzate verso nuove frontiere tecnologiche, come l’idrogeno, crei distanze troppo ampie con i grandi competitor industriali come Germania e Francia.

L’automotive e soprattutto la filiera della componentistica italiana, dove si sono già palesati primi temuti licenziamenti, sono un fronte particolarmente esposto e la sensazione è che il dialogo con Stellantis, dopo aver ottenuto l’investimento per una gigafactory di batterie per le auto elettriche in Italia, sia destinato a proseguire in modo costante.

Se poi si cercasse un’immagine plastica per raffigurare il riposizionamento ecologico forse niente sarebbe più appropriato degli altiforni tarantini dell’ex Ilva. Vista da fuori l’impressione è che quella con ArcelorMittal sia una tregua più che una pace duratura. Per fine agosto, dice il ministro, il governo chiarirà il piano per spendere le risorse del Recovery plan (Pnrr) e del Just transition fund, una dote che sommando varie linee di intervento può superare i 3 miliardi. Il punto è che il partner privato, ArcelorMittal, deve a sua volta chiarire quanto punti davvero sulla produzione di acciaio in Italia nel lungo periodo, anche oltre questa fase congiunturale baciata dai prezzi alti.

Martedì è in programma una “call” dice Giorgetti lasciando aperta la porta anche a un’anticipazione della fase 2, oggi fissata a giugno 2022, quando lo Stato salirà in maggioranza nel capitale di Acciaierie d’Italia.

Il tormentato romanzo industriale dell’ex Ilva ha dominato per molti anni la letteratura sulle grandi crisi di questo paese. Anche in vista di un autunno che si preannuncia particolarmente critico, i numeri dei tavoli di crisi vanno chiariti, va sistematizzata la gestione e in questo senso si è tenuta due giorni fa una prima riunione allo Sviluppo con il nuovo titolare della task force Luca Annibaletti. Ma è l’approccio che deve mutare, a giudizio di Giorgetti, dopo anni in cui si sono tenute artificialmente in piedi realtà solo con la cura degli ammortizzatori sociali senza parlare di vere reindustrializzazioni. «Ci sono settori vincenti e perdenti con la doppia transizione in corso e la riconversione deve iniziare da qui. La digitalizzazione ad esempio porta inevitabilmente a percorsi di automazione spinta e la riqualificazione e formazione professionale deve consentire di uscire bene dal cambiamento».

Ma è un dato di fatto che ci sono vertenze totalmente bloccate per le crisi dei relativi mercati e le scelte delle multinazionali, come Whirlpool e Embraco, e ci si aspettava soluzioni già da tempo. «Possiamo arrivare a offrire un euro pubblico per ogni euro di investimento privato ma anche questo può non bastare».

È in corso una difficile ricerca di investitori che sono sempre più rari nel formato del singolo imprenditore che si fa cavaliere banco. È una fase in cui sono maggiormente attivi fondi di investimento, ma lì il dialogo con i sindacati finisce spesso per impantanarsi prematuramente. Si potrebbe lavorare a ulteriori strumenti per frenare le delocalizzazioni, dopo quelli messi in campo con esito fallimentare nel primo governo Conte, ma è l’approccio in entrata che va curato meglio secondo il ministro leghista. «La settimana prossima ci sarà il Comitato per l’attrazione degli investimenti esteri e proporrò la costituzione di una nuova unità, con poche risorse ma altamente specializzate, che superi la dicotomia degli anni scorsi tra Invitalia, Ice e altri soggetti. Dico che dobbiamo razionalizzare e semplificare gli incentivi presentando un portafoglio di opportunità chiare e per territori, dalle agevolazioni per il Sud alle sinergie con università di alto profilo al Nord che ci consentano di competere sulle intelligenze, sui talenti».

Sul «reshoring» per il rientro delle produzioni dall’estero, obiettiamo, nel Pnrr alla fine non c’è nulla. «Forse si poteva fare di più è vero ma stiamo già portando avanti un lavoro che definirei sartoriale parlando con singole aziende e cucendo addosso le condizioni per rientrare».

Quanto poi anche l’apertura dei mercati aiuterà ad attrarre investitori si capirà nel tempo. Nel Pnrr si stima che la legge per la concorrenza possa portare in cinque anni un aumento del Pil di 0,2 punti. Il problema è che il disegno di legge, la cui presentazione in Parlamento era prevista entro luglio, è già in ritardo e sembra destinato a slittare a settembre. «Il mio ministero sarebbe pronto anche per andare in consiglio dei ministri la prossima settimana». Ma alla fine il provvedimento coordinato da Palazzo Chigi, zeppo di temi politicamente divisivi, rischia di andare in approvazione a un mese dalle elezioni amministrative di ottobre, consegnato inevitabilmente alle tensioni.

Su alcuni punti il ministero dello Sviluppo ha ottenuto chiarezza rispetto alle proposte dell’Antitrust, sulle concessioni idroelettriche ad esempio il ritorno alle regoli statali avverrà solo dove non sono state già approvate leggi regionali frutto della regionalizzazione che proprio la Lega di Giorgetti portò a casa con il Conte-I. Il campo è stato poi sgombrato, almeno il momento, dalle mine delle gare per le spiagge e per il commercio ambulante mentre restano criticità su altri punti, come l’autoproduzione delle operazioni portuali da parte degli armatori che rischia di fare esplodere la protesta dei “camalli”.

Non entrerà per ora nel Ddl il controverso innalzamento dei limiti di emissione elettromagnetica degli impianti di telefonia mobile. Si è fatta tanta confusione e il governo è apparso diviso. Giorgetti ora intende essere molto chiaro. «Nessuna preclusione o contrarietà sul tema da parte mia - dice - ma non si possono concedere vantaggi di costo agli operatori senza prestare attenzione alle regole del gioco in considerazione degli impegni già assunti con l’aggiudicazione dell’asta per le frequenze 5G e alla luce degli investimenti necessari. Tra l’altro non si è ancora conclusa la mappatura che ci dirà dove gli operatori intendono investire sul 5G da qui al 2026».

Ma il tema è molto più ampio e riguarda le scelte tra tecnologia fissa e mobile per la rete a banda ultralarga nel piano gestito dal ministro per l’Innovazione tecnologica guidato da Vittorio Colao e che coinvolge anche lo Sviluppo economico. Il Pnrr ha stanziato 3,8 miliardi per la parte a “1 Giga” che verte su fibra ottica e fixed wireless. Ben due miliardi sono andati al 5G e lo Sviluppo ha ottenuto che nella versione finale del Pnrr fosse chiarito che le risorse non possono sostituire investimenti che gli operatori dovrebbero comunque effettuare per rispettare gli obblighi di copertura maturati con l’asta. «Per la rete del futuro bisogna puntare soprattutto sulla fibra ottica e nell’aggiudicazione delle risorse con gara spero si faccia attenzione a non fare troppi lotti».

Tim e Open Fiber, è il quesito da mesi senza esito, si presenteranno con un unico soggetto societario? Potranno in alternativa consorziarsi? Di certo, nelle sue vecchie modalità maturate con la benedizione del Conte-2, il progetto della rete unica è uscito dall’orbita di attenzione dell’attuale governo, di Colao come dello stesso Giorgetti.

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