Idee

Giorgio Ambrosoli, il senso dello Stato

di Raffaele Liucci


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Giorgio Ambrosoli era nato nel 1933 a Milano (Fotogramma)

3' di lettura

Come ebbe a spiegare nel 2010 Giulio Andreotti in uno dei suoi rari empiti di sincerità, l’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore delle banche di Michele Sindona, era uno che «se l’andava cercando». Fosse stato più prudente, non si sarebbe opposto in modo così inflessibile ai truffaldini piani di salvataggio escogitati dal bancarottiere siciliano, che pretendeva di addossare alla collettività i costi delle sue voragini finanziarie. E nessun sicario di Sindona sarebbe mai giunto dall’America per assassinarlo sotto casa sua a Milano, in via Morozzo della Rocca 1, poco dopo la mezzanotte dell’11 luglio di quarant’anni fa: «Esattamente quattro piani sotto l’angolo del soggiorno dove Ambrosoli lavorava fino a notte alta, sul tavolo Impero, a cercare di districare le carte dei neri misteri di Michele Sindona», scrive Corrado Stajano in Un eroe borghese.

Pubblicato per la prima volta nel 1991 da Einaudi e presto diventato un long seller (attualmente edito dal Saggiatore), il libro di Stajano ebbe il merito di puntare i riflettori sul nome di Ambrosoli, assassinato dalla «mafia politica» e abbandonato dalle istituzioni. Conservatore monarchico e anticomunista, Ambrosoli era una figura in apparenza antitetica ai personaggi – studenti, braccianti, operai, anarchici – protagonisti delle cronache civili di Stajano. Era però illuminato da un senso dello Stato sconosciuto anche a fior di progressisti. Uomo d’ordine, man mano che continuava a scavare nel magma putrido lasciato da Sindona si trovò a combattere contro i garanti naturali del proprio mondo borghese e moderato: finanzieri, avvocati, magistrati, governanti (a partire da Andreotti), preoccupati soprattutto di non disturbare il commercialista di Patti, un autentico «genio del male».

Degli «anni di piombo» ricordiamo soprattutto le stragi, gli attentati, i cortei facinorosi. In realtà, come sta emergendo sempre più dalle ricerche storiche, molte altre drammatiche battaglie si svolsero nell’ombra ovattata dei palazzi del potere, fra tappeti rossi e lampadari di cristallo. Come scrisse l’economista Marco Vitale all’indomani del delitto Ambrosoli, quell’omicidio era il culmine «di un certo modo di fare finanza, di un certo modo di fare politica, di un certo modo di fare economia». Un torbido intreccio, quasi invisibile rispetto al terrorismo dilagante, ma altrettanto letale per la nostra democrazia. Il 24 marzo di quel terribile 1979 il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi e il vicedirettore generale Mario Sarcinelli – fieri nemici di Sindona – avevano subìto un umiliante e pretestuoso arresto. Due anni più tardi, indagando proprio sull’omicidio Ambrosoli, i magistrati milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone si sarebbero imbattuti nell’elenco dei 962 iscritti alla loggia massonica segreta Propaganda 2 (P2), guidata dal maestro venerabile Licio Gelli. Affiliato alla P2 non era soltanto Sindona, ma pure il suo successore di fatto, Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano e artefice finanziario della conquista del «Corriere della Sera» da parte di Gelli.

Ricordare oggi Ambrosoli non significa dunque soltanto celebrare il suo adamantino gran rifiuto, bensì anche contemplare il cuore di tenebra del nostro passato, chiedendoci se il fenomeno Sindona sia stato un accidente della storia oppure qualcosa di più strutturale. A questa domanda inquietante aveva già risposto lo stesso Ambrosoli il 3 novembre 1978, in un’intervista alla televisione di Stato svedese (trasmessa dalla Rai solo nel 1986): «Sindona non lo ritengo un’eccezione. Di Sindona probabilmente ce ne è qualcuno ancora in giro: cambi il nome, cambi la faccia ma la sostanza rimane». Come tutti hanno potuto constatare nei decenni successivi.

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