fashion week

Giorgio Armani e la prima volta di una sfilata in tv, a casa di tutti

Non sul web, ma in televisione, in prima serata di sabato sera: nulla di più democratico, italiano, nazional-popolare: quasi una rivoluzione. Ferragamo collabora con Guadagnino, Marni immortala clienti nel mondo

di Angelo Flaccavento

Armani, il video della prima sfilata in tv

Non sul web, ma in televisione, in prima serata di sabato sera: nulla di più democratico, italiano, nazional-popolare: quasi una rivoluzione. Ferragamo collabora con Guadagnino, Marni immortala clienti nel mondo


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Il risultato più evidente, e anche il più eccitante, degli sconvolgimenti ultimi scorsi è l’avvicinamento tra moda e vita. Non avanza una estetica ruvida e neorealista, tendenza ormai spolpata e stucchevole; piuttosto, si assiste ad una apertura dell’enclave un tempo estremamente chiuso della moda, diverso anche dall’uso ormai assodato dei social media. È un nuovo modo di comunicare, certo, ma non soltanto.

Giorgio Armani sbaraglia tutti e sfila in televisione. Non sul web, ma in televisione, in prima serata di sabato sera: nulla di più democratico, italiano, nazional-popolare. Se non è una rivoluzione, ci si avvicina parecchio. Perché Armani è certamente un nome che tutti conoscono e ammirano e seguono, un personaggio in questo senso nazional-popolare, ma la sua idea di stile, così essenziale e rarefatta, così lontana dalla volgarità schiaffata in faccia, non è per nulla generalista. È infatti una eleganza della sottrazione, piena di nuance ma priva di orpelli, che non sa mai di travestimento o ostentazione, e che per questo affascina. E piace Armani, lo stilista-imprenditore, perché ha sempre avuto il coraggio di rimaner fedele a se stesso, alle proprie opinioni, incurante delle voghe scioccamente à la page. L'esperimento televisivo, contenitore di una collezione eterea e presente, quintessenza di puro armanismo, funziona perchè non è semplice trasmissione dello show, ma è anche informazione. Armani ha il piglio, a volte anche irto, del pedagogo. «La gente comune non sa cosa c'è dietro tutto questo – racconta –. Così ho introdotto la sfilata con un montaggio di immagini e interviste d'archivio, narrato dalla voce di Pierfrancesco Favino. È una ricapitolazione di idee che coltivo da sempre». Tutto si tiene: la nuova collezione echeggia il passato e lo aggiorna, soft e leggera; ogni cosa è senza tempo, e Giorgio Armani in forma smagliante.

Nell'esperimento sociale di Marni – un progetto toccante – l'arte e la vita si incontrano per strada, tra la gente, in un dialogo in cui il creatore Francesco Risso, immaginifico direttore creativo della maison, rinuncia all’io, esalta il lavoro collettivo e accetta il caos, ovvero la vita stessa, piena di imprevisti. I quarantotto outfit della collezione, mandati ad altrettante persone vere, membri dell’estesa comunità Marni – da Los Angeles a Dakar passando per Tokyo, New York e Londra – e da queste indossati nel proprio quotidiano, compongono un prismatico video-ritratto in diretta che fa esplodere in mille frammenti l’estetica di Marni, annullandola mentre la potenzia.

«Il messaggio questa stagione non è la moda», dice Risso. C’è un che di amatoriale nelle scritte vergate a mano sugli abiti: la stessa energia espressiva che Lorenzo Serafini, da Philosophy, cattura in accumuli di bustini e bluse inzaccherate di colore come camici di pittori della domenica. Dopo i mesi duri del confino, c’è voglia di far rollare libera la creatività.

La sensibilità asciutta e pittorica nella sfilata Salvatore Ferragamo a Milano

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In questa strana stagione di reale e virtuale c’è chi esplora interessanti linguaggi ibridi. Lo show in presenza di Salvatore Ferragamo è introdotto da un mini film, noir à la Hitchcock nel tono, pittorico nelle luci, girato dall’ubiquo Luca Guadagnino, che con la gente della moda lavora sovente. L’arcobaleno tattile e intenso di colori muove quindi dallo schermo alla passerella: si anima, prende vita, e l’effetto è uno sorpresa venata anch’essa di noir. Il direttore creativo Paul Andrew guarda a Tippi Hedren, a Kim Novak, alle donne di ghiaccio bollente tanto amate da Alfred Hitchcock, e ne carpisce l’eleganza tesa, il pericolo sotto il bon ton, che rilegge attraverso il colorismo materico della maison fiorentina e una sensibilità asciutta, moderna. Un po’ di calore in più non guasterebbe, ma c’è una nuova sensualità che si palpa, benvenuta.

«Sentirsi più belle è un grosso aiuto in momenti difficili», dice Ermanno Daelli, anima creativa del marchio Ermanno Scervino, indefesso ma mai nostalgico celebratore del bello e di tutto quel che c’è di buono nella artigianalità italiana. Tra grafismi in bianco e nero, intagli e intarsi di pizzo e pelle e silhouette esatte, la collezione esplora elementi classici del vestire femminile, dimostrando che si può essere moderni evitando la durezza.

Da Ports 1961 la femminilità è nel gesto, immediato, del cingere la cintura in vita, mentre da Moschino è tempo di un satirico teatrino delle fashion-marionette. Da Drome, la semplificazione massima diventa amplificazione di sensualità, mentre la collezione speciale di Tomo Kuizumi per Pucci è un tripudio scultoreo e voluttuoso di rouche in colori delicati, con le inconfondibili stampe della casa nascoste nelle fodere, per un piacere tutto personale, come è giusto che sia.

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