fashion week

Giorgio Armani e la prima volta di una sfilata in tv, a casa di tutti

Non sul web, ma in televisione, in prima serata di sabato sera: nulla di più democratico, italiano, nazional-popolare: quasi una rivoluzione. Ferragamo collabora con Guadagnino, Marni immortala clienti nel mondo

di Angelo Flaccavento

Armani, il video della prima sfilata in tv

3' di lettura

Il risultato più evidente, e anche il più eccitante, degli sconvolgimenti ultimi scorsi è l’avvicinamento tra moda e vita. Non avanza una estetica ruvida e neorealista, tendenza ormai spolpata e stucchevole; piuttosto, si assiste ad una apertura dell’enclave un tempo estremamente chiuso della moda, diverso anche dall’uso ormai assodato dei social media. È un nuovo modo di comunicare, certo, ma non soltanto.

Giorgio Armani sbaraglia tutti e sfila in televisione. Non sul web, ma in televisione, in prima serata di sabato sera: nulla di più democratico, italiano, nazional-popolare. Se non è una rivoluzione, ci si avvicina parecchio. Perché Armani è certamente un nome che tutti conoscono e ammirano e seguono, un personaggio in questo senso nazional-popolare, ma la sua idea di stile, così essenziale e rarefatta, così lontana dalla volgarità schiaffata in faccia, non è per nulla generalista. È infatti una eleganza della sottrazione, piena di nuance ma priva di orpelli, che non sa mai di travestimento o ostentazione, e che per questo affascina. E piace Armani, lo stilista-imprenditore, perché ha sempre avuto il coraggio di rimaner fedele a se stesso, alle proprie opinioni, incurante delle voghe scioccamente à la page. L'esperimento televisivo, contenitore di una collezione eterea e presente, quintessenza di puro armanismo, funziona perchè non è semplice trasmissione dello show, ma è anche informazione. Armani ha il piglio, a volte anche irto, del pedagogo. «La gente comune non sa cosa c'è dietro tutto questo – racconta –. Così ho introdotto la sfilata con un montaggio di immagini e interviste d'archivio, narrato dalla voce di Pierfrancesco Favino. È una ricapitolazione di idee che coltivo da sempre». Tutto si tiene: la nuova collezione echeggia il passato e lo aggiorna, soft e leggera; ogni cosa è senza tempo, e Giorgio Armani in forma smagliante.

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Nell'esperimento sociale di Marni – un progetto toccante – l'arte e la vita si incontrano per strada, tra la gente, in un dialogo in cui il creatore Francesco Risso, immaginifico direttore creativo della maison, rinuncia all’io, esalta il lavoro collettivo e accetta il caos, ovvero la vita stessa, piena di imprevisti. I quarantotto outfit della collezione, mandati ad altrettante persone vere, membri dell’estesa comunità Marni – da Los Angeles a Dakar passando per Tokyo, New York e Londra – e da queste indossati nel proprio quotidiano, compongono un prismatico video-ritratto in diretta che fa esplodere in mille frammenti l’estetica di Marni, annullandola mentre la potenzia.

«Il messaggio questa stagione non è la moda», dice Risso. C’è un che di amatoriale nelle scritte vergate a mano sugli abiti: la stessa energia espressiva che Lorenzo Serafini, da Philosophy, cattura in accumuli di bustini e bluse inzaccherate di colore come camici di pittori della domenica. Dopo i mesi duri del confino, c’è voglia di far rollare libera la creatività.

La sensibilità asciutta e pittorica nella sfilata Salvatore Ferragamo a Milano

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In questa strana stagione di reale e virtuale c’è chi esplora interessanti linguaggi ibridi. Lo show in presenza di Salvatore Ferragamo è introdotto da un mini film, noir à la Hitchcock nel tono, pittorico nelle luci, girato dall’ubiquo Luca Guadagnino, che con la gente della moda lavora sovente. L’arcobaleno tattile e intenso di colori muove quindi dallo schermo alla passerella: si anima, prende vita, e l’effetto è uno sorpresa venata anch’essa di noir. Il direttore creativo Paul Andrew guarda a Tippi Hedren, a Kim Novak, alle donne di ghiaccio bollente tanto amate da Alfred Hitchcock, e ne carpisce l’eleganza tesa, il pericolo sotto il bon ton, che rilegge attraverso il colorismo materico della maison fiorentina e una sensibilità asciutta, moderna. Un po’ di calore in più non guasterebbe, ma c’è una nuova sensualità che si palpa, benvenuta.

«Sentirsi più belle è un grosso aiuto in momenti difficili», dice Ermanno Daelli, anima creativa del marchio Ermanno Scervino, indefesso ma mai nostalgico celebratore del bello e di tutto quel che c’è di buono nella artigianalità italiana. Tra grafismi in bianco e nero, intagli e intarsi di pizzo e pelle e silhouette esatte, la collezione esplora elementi classici del vestire femminile, dimostrando che si può essere moderni evitando la durezza.

Da Ports 1961 la femminilità è nel gesto, immediato, del cingere la cintura in vita, mentre da Moschino è tempo di un satirico teatrino delle fashion-marionette. Da Drome, la semplificazione massima diventa amplificazione di sensualità, mentre la collezione speciale di Tomo Kuizumi per Pucci è un tripudio scultoreo e voluttuoso di rouche in colori delicati, con le inconfondibili stampe della casa nascoste nelle fodere, per un piacere tutto personale, come è giusto che sia.

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