il ricordo

Giorgio Galli, il Frank Zappa della politologia

Un allievo e amico del politologo milanese recentemente scomparso ripercorre la vita dello studioso analizzando e rileggendo le sue principali opere

di Marco Fraquelli

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Un allievo e amico del politologo milanese recentemente scomparso ripercorre la vita dello studioso analizzando e rileggendo le sue principali opere


10' di lettura

Si definiva «un anziano neo-illuminista del XXI secolo» e riteneva suo dovere «opporsi alla pretesa di chi, in nome di un sistema di credenze senza basi logiche, vorrebbe imporre alla comunità tutta comportamenti, modi di vita, scelte politiche e sociali che non sono validi più di altri per il solo fatto di avere radici in antiche mitologie».

Giorgio Galli, decano dei politologi italiani, scomparso il 27 dicembre scorso a Camogli, per un malore improvviso, uno studioso che, con assoluta coerenza, complici una cultura sconfinata e una curiosità intellettuale (ma non solo) ben al di sopra di qualsiasi standard, ha perseguito con la sua opera – accademica e pubblicistica – proprio l’obiettivo di non accontentarsi mai delle spiegazioni o delle interpretazioni per così dire «ufficiali» o comunque «dominanti» dei fenomeni storici, politici, economici, sociali e culturali, per scandagliarne tutte le possibili variabili, anche le più recondite e apparentemente fuorvianti.

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Filoni di indagine

Lo stesso percorso intellettuale di Galli è forse la rappresentazione più emblematica di questo approccio poliedrico e mai imbrigliato nell’ovvio né tantomeno nella partigianeria: i suoi studi e le sue riflessioni hanno spaziato in almeno sei grandi filoni (uso un limite numerico per semplificare) che in oltre cinquant’anni di produzione saggistica (oltre cento pubblicazioni e innumerevoli prefazioni ad altri autori) si sono a volte alternati, a volte incontrati e a volte riproposti in una sintesi illuminante: la storia dei partiti politici italiani, l’universo della destra radicale (uso la definizione a Galli molto cara coniata da Talcott Parsons), la gestione del potere in Italia (quello che lui definiva, usando l’emblematica biografia di Giulio Andreotti, «Il prezzo della democrazia» che introduceva, per la prima volta, un’analisi non conformista dei rapporti perversi tra potere politico e potere economico e persino mafioso), i rapporti tra esoterismo e politica (a cominciare dal nazionalsocialismo per arrivare ad altre esperienze politiche, compresa la liberaldemocrazia), il terrorismo italiano e internazionale e, da ultimo, una vigorosa – e coraggiosa – denuncia dello strapotere economico (delle multinazionali) a scapito di quello politico, tema che il politologo riteneva cruciale per l’evoluzione (o l’involuzione) del futuro della democrazia globale.

Quando Togliatti s’infuriò

Da uomo di sinistra (allora si definiva «socialista libertario») Giorgio Galli non poteva che iniziare la sua avventura di politologo (1953) da una storia del Pci, scritta con Fulvio Bellini (“Storia del Partito comunista italiano”, Schwarz), libro molto schietto e critico che, non a caso, fece imbufalire Togliatti e pressoché tutto il vertice del partito, poi aggiornato una prima volta nel 1976, in pieno clima da compromesso storico nel 1993 (“Storia del Pci”, Bompiani), per prendere in esame un secolo di storia del partito (“ Storia del Pci”. Livorno 1921, Rimini 1991”, Kaos).

Ma da pensatore libero e anticonformista, nel 1998, in piena sbornia da globalizzazione, Galli seppe anche scrivere un libro ”In difesa del comunismo nella storia del XX secolo” (Kaos, ripubblicato poi nel 2018), nonché (Dalai, 2009) una analisi del tutto anticonformista e provocatoria dello stalinismo – “Stalin e la sinistra: parlarne senza paura” – con il duplice scopo di offrire ai leader della sinistra riflessioni utili perché superassero il senso di vergogna e di colpa che li paralizzava (arrivando per esempio a sostenere, provocatoriamente, ma fino a un certo punto, che se pure non si potesse dubitare delle stragi e delle persecuzioni di massa del regime staliniano, pure bisognava riconoscere che Stalin è stato responsabile di nove milioni di vittime nel contesto storico delle due guerre mondiali del Novecento, non scatenate dal comunismo, che hanno provocato settantacinque milioni di morti. E che quindi il leader comunista sovietico dovesse considerarsi «un mostro solo per il 12%.») e si attrezzasse per rinvigorire l’attuale democrazia non richiamandosi al liberalismo dell’Ottocento ma inventando quello del XXI secolo, più equo e democratico.

Il bipartitismo imperfetto

Giorgio Galli dedicò saggi anche alla storia della Dc (1978) e a quella del Partito Socialista (1980) e quindi ai partiti europei (1979). Nel frattempo (1966) aveva scritto il volume che lo proietterà nell’olimpo della politologia italiana, ancora oggi citato nel dibattito scientifico e politico e non solo, “Il bipartitismo imperfetto” (il Mulino) in cui il politologo milanese offre un’analisi straordinariamente efficace del perché, in piena guerra fredda, i due partiti di maggioranza assoluta, il Pci e la Dc, contrapponendosi su posizioni massimaliste e velleitariamente rivoluzionarie (il Pci) e di retroguardia e miope conservatorismo (la Dc) rendessero impossibile un’alternanza nel governo delle istituzioni, bloccando, di fatto, il sistema della nostra democrazia.

La destra radicale

Sarebbe davvero lungo esaminare puntualmente le innumerevoli opere che Giorgio Galli ha dedicato alla destra (in primis al fascismo); vanno almeno però ricordati in sintesi alcuni di quelli che a mio avviso rappresentano i suoi contributi teorici, e non solo, più importanti, a cominciare dal saggio dedicato a “La crisi italiana e la destra internazionale”, Mondadori, 1974, ripubblicato e ampliato poi in “La Destra in Italia”, Gammalibri, 1983, in cui Galli, interrogandosi sul perché la destra, a oltre tre decenni dalla sua sconfitta più cocente (1945) e mentre nei sistemi politici democratici venisse perlopiù concepita come puramente fascista ed eversiva (concezione corroborata dal terrorismo nero italiano dell’epoca) sostiene che «La cultura della Destra e le sue proposte politiche non sono un’escrescenza anomala sul corpo socio-culturale dell’Occidente. Ne sono una componente da tre secoli minoritaria, che ciclicamente riaffiora come alternativa all’illuminismo riformista… ogni volta che questa forma culturale basilare all'Ovest dal XVII secolo a oggi incontra difficoltà di riflessione o di progetto.. La difficoltà dell’Occidente in questo scorcio di secolo consiste nel problema irrisolto del rapporto tra sviluppo e arretratezza…a livello mondiale…È nella famosa “misura in cui” l’illuminismo riformista…non trova a questo problema una “sua” soluzione, che la cultura e la proposta di una gerarchizzazione mondiale del radicalismo di destra potrebbe trovare spazio e consenso».

L’ eretico della sinistra

Parte forse da questa analisi un’altra posizione «eretica» di Galli, e cioè la rivalutazione, ancorché critica, di pensatori di destra, a cominciare da Julius Evola – inserito dal politologo, non senza reazioni polemiche, nel suo celebre “Manuale di storia delle dottrine politiche” del 1985 (il Saggiatore), come rappresentante del pensiero elitista (cioè antiliberale) con pari dignità dottrinale rispetto ai più accreditati De Maistre, Bonald, Pareto, Mosca e Maurras. Galli era convinto che – al di là di ogni facile demonizzazione – bisognasse fare lo sforzo di approcciare storicamente qualsiasi fenomeno, anche il più sgradevole. Di qui, per esempio, la splendida curatela al “Mein Kampf” di Hitler uscito nel 2016 con Kaos. Ultima citazione, o ultimo merito, se preferite, quello di aver sapientemente smontato la fortunata tesi revisionista sul fascismo di Ernst Nolte (che Galli accosta a Furet e De Felice nella “Trimurti del revisionismo storico”) secondo cui il fascismo sarebbe sorto – semplifico – come pura reazione europea, uguale e contraria, al comunismo che si apprestava a invadere l’Occidente.

Il prezzo della democrazia

Tutto inizia con “Il prezzo della democrazia. La carriera politica di Giulio Andreotti” (Kaos, 2003) testo che Galli dedica al politico democristiano travolto dalle inchieste per mafia, in cui sostiene che se pure ad Andreotti, e con lui all’intero ceto politico di cui il delfino di De Gasperi è stato forse l’emblema, si deve il merito di aver trasformato un’Italia distrutta dalla guerra nell’ottava potenza mondiale, è anche vero che questo sviluppo è stato tuttavia scandito da collusioni mafiose, delitti e stragi, “deviazioni” istituzionali, economia della corruzione. Per la verità Galli già diversi anni prima, con due volumi, “Il capitalismo assistenziale. Ascesa e declino del sistema economico italiano” 1960-1975 (SugarCo, 1976), scritto con Alessandra Nannei, e “La sfida perduta. Biografia politica di Enrico Mattei” (Bompiani, 1976), aveva analizzato i mali e le distorsioni sociali provocate dall’intreccio perverso tra politica ed economia (nel secondo saggio, per la prima volta, ipotizzava che la morte di Mattei – tema sul quale Galli tornerà negli anni seguenti – fosse dovuta a un attentato. La vicenda Mattei spalanca a Giorgio Galli un altro più complessivo filone di analisi, mirabilmente sintetizzato in “Affari di stato. L'Italia sotterranea 1943-1990” (Kaos, 1991) – che personalmente inserirei come libro di testo storico alle scuole superiori – in cui rilegge la storia dell’Italia repubblicana attraverso scandali, misteri, intrighi, corruttele, dal caso Montesi alla nascita del capitalismo assistenziale, dai misteri del Sifar allo scandalo Lockheed, dall’affaire Moro al crack del Banco Ambrosiano alla morte di Calvi, dall’Irpiniagate all’omicidio Ligato dalla P2 alla tragedia di Ustica.

Culture rimosse ed esoterismo

Partendo dallo studio della cultura di destra, e quindi della forte componente irrazionalista che la caratterizza, a partire dagli anni ’80, con la curiosità che lo contraddistingue, Galli avvia una riflessione – che continuerà fino alla sua morte – sulle culture alternative. Vanno segnalate almeno due opere capitali: “Occidente misterioso. Baccanti, gnostici, streghe: i vinti della storia e la loro eredità” (Rizzoli, 1987) e “Hitler e il nazismo magico” (Rizzoli, 1989). Nel primo, partendo dal classico meccanismo di sfida e risposta proposto dallo storico Arnold Toynbee (autore del celeberrimo “Storia comparata delle civiltà”, 1974), il politologo propone una tesi del tutto originale secondo la quale il progresso razionale – e democratico in senso compiuto – dell’Occidente sarebbe avvenuto affrontando, e sconfiggendo, fenomeni esoterici o comunque non conformi, misteriosi, diversi, alternativi. Così, la democrazia ateniese si sarebbe imposta con la repressione delle baccanti e del culto dionisiaco; il cristianesimo con la repressione degli gnostici, la democrazia anglosassone con la repressione delle streghe. Ma questo non significa che altri fenomeni di questo tipo non si ripresentino oggi in altre forme e possano esercitare influssi non secondari, tanto da non poter escludere il ripetersi di altre «risposte» di ordine logico e razionale.

Hitler e il nazismo magico

Con “Hitler e il nazismo magico” (proposto con un ulteriore approfondimento ancora due mesi prima della morte, nell'ottobre 2020, per l’editore OAKS in “Hitler e l'esoterismo”) Giorgio Galli apre un vero e proprio filone, quello delle connessioni tra cultura esoterica e cultura di destra. Partendo dal celeberrimo “Il mattino dei maghi” di Louis Pawels e Jacques Bergier (1960), il politologo indaga per la prima volta nella storia della Germania nazista alla ricerca delle influenze esoteriche che avrebbero influenzato Hitler e la sua più stretta cerchia di collaboratori. Ma è solo l'inizio, perché sviluppando la materia, Galli scrive molti testi su questi temi, estendendo il rapporto anche ad altre culture politiche e appassionandosi anche a temi contigui, compresa la new age e l’astrologia (terrà anche una rubrica sul magazine Astra), per esempio “Le coincidenze significative. Dalla politologia alla sincronicità” (Solfanelli, 1992), “La politica e i maghi. Da Richelieu a Clinton” (Rizzoli,1995), “Il ritorno del rimosso in politica” (Di Renzo, 1997).

L’ostracismo dell’establishment

Va poi detto che proprio grazie, o per colpa, di questo filone di indagine, buona parte dell’establishment culturale e soprattutto editoriale del Paese arriccia il naso, fino ad attuare per il politologo una sorta di ostracismo. Ostracismo del tutto ingiustificato, visto che l’analisi di Galli su questi temi non scade mai nell’approssimazione o, peggio, nella valorizzazione acritica: il politologo milanese, infatti, non avrà mai la pretesa di sostituire l’analisi razionale con quella irrazionale, ma si limiterà a segnalare come fenomeni di questa natura abbiano potuto avere – molto semplicemente – delle influenze sui fenomeni storici e sulle personalità di molti leader politici.

Terrorismi

Parallelamente a tutti gli altri filoni, Galli ha sviluppato, nel corso degli anni, una vasta e pregnante analisi del terrorismo politico, tema al quale il politologo ha dedicato opera capitali, in primis “Storia del partito armato. 1968-1982” (Rizzoli, 1986), aggiornata quindi con “”Piombo rosso. La storia completa della lotta armata in Italia dal 1970 a oggi” (Baldini & Castoldi, 2004). Galli ha analizzato il fenomeno del terrorismo collegandolo alle relazioni di potere, alla situazione sociale ed economica, agli scenari internazionali, alle istituzioni deviate e così via. Ne esce un quadro particolarmente inquietante (per esempio sul caso Moro) e per nulla scontato. Da questo punto di vista, rifiutando ogni semplificazione (per esempio quella del cosiddetto terrorismo di Stato, «concetto che è nato quasi come risposta nell’ambito della cultura della sinistra di fronte alla tendenza da parte di altre culture, quella di destra ma anche quella liberal-conservatrice, soprattutto negli ultimi anni, di definire terrorismo quasi tutte le iniziative volte ad unificare la situazione esistente, o a promuovere movimenti di ribellione per fini specifici di indipendenza nazionale ed altro»), Giorgio Galli ha invece proposto una lettura molto articolata, sostenendo, peraltro, che la lotta armata, in Italia, a differenza di tutti gli altri Paesi, ha avuto vita lunga in Italia per due ragioni concomitanti: un certo consenso, nei primi anni Sessanta, poi estintosi col mutare delle condizioni del Paese, e la «lentezza» dell'azione repressiva dei servizi di sicurezza.

Le critica alle multinazionali

Non siamo ovviamente a livello di lotta armata e di terrorismo, eppure, la nostra società da diversi anni sta subendo una minaccia altrettanto dirompente: quella del potere economico delle multinazionali. È questo l’ultimo, in ordine tempo, filone di indagine del politologo che Galli analizza in una sorta di tetralogia, scritta con Francesco Bochicchio, “Scacco alla superclass. La nuova oligarchia che governa il mondo e il metodo per limitarne lo strapotere” (Mimesis, 2016), “Arricchirsi impoverendo. Multinazionali e capitale finanziario nella crisi infinita” (Mimesis, 2018), e con Mario Caligiuri: “Come si comanda il mondo. Teorie, volti, intrecci” (Rubbettino, 2017), “Il potere che sta conquistando il mondo. Le multinazionali dei Paesi senza democrazia” (Rubbettino, 2020). Legato a questo filone ve n’é poi uno del tutto parallelo che ha impegnato Galli fino agli ultimi giorni della sua vita: quello dell'anticapitalismo di destra. Galli ne ha parlato esplicitamente, forse la prima volta, nella prefazione al mio “Altri duci” (Mursia, 2014), per poi sistematizzarlo diffusamente in alcuni testi dedicati, per esempio “L’anticapitalismo di destra” (Oaks, 2019), scritto con Luca Gallesi, che a propria volta ha dedicato alcuni testi a importanti anticapitalisti di destra o comunque anticonformisti (Ezra Pound, Silvio Gesel, Alfred Orage, Clifford H. Douglas e altri). E proprio la categoria dell’anticapitalismo di destra è servita a Galli per scrivere pagine illuminanti sul montante fenomeno dei populismi e dei sovranismi. Mentre all’anticapitalismo di sinistra è dedicata l’ultima opera, pubblicata lo scorso novembre: “L’anticapitalismo imperfetto” (Kaos).

Il Frank Zappa della politologia

Vorrei chiudere con un aneddoto personale. Qualche anno fa, dopo una cena a casa mia, Giorgio Galli, come dicevo uomo di curiosità ineguagliabile, vide la mia teca dedicata a Frank Zappa (centinaia tra vinili, cd, dvd, libri, ecc.) e, appunto incuriosito, mi chiese di ascoltare qualcosa. Misi allora un Cd che gli piacque molto e così, al termine gli dissi: «Vedi Giorgio, ora ho capito, tu sei il Frank Zappa della politologia, sei un virtuoso della divulgazione storica, ami esplorare tutti i generi e potresti interessarti e scrivere magistralmente di qualsiasi cosa, e sei sempre una spanna sopra e davanti a tutti gli altri».

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