racconti da casa / 4

Giornalista-casalingo-disperato alle 4.31 del mattino

Ho aperto gli occhi e mi è venuta voglia di scrivere queste righe. Vedevo mostre, dormivo in tre città a settimana, leggevo. Sono diventato uno “smart worker” sgarrupato, con un terribile ascesso al dente, che cerca di lavorare mentre cucina riso per i figli alle prese con le moltiplicazioni. E tra poco si ricomincia

di Leonardo Merlini

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«Esco solo per fare la spesa...compro quantità sconsiderate di canestrelli, maionese e pane a fette...». (Credit Fabio Bracht)

Ho aperto gli occhi e mi è venuta voglia di scrivere queste righe. Vedevo mostre, dormivo in tre città a settimana, leggevo. Sono diventato uno “smart worker” sgarrupato, con un terribile ascesso al dente, che cerca di lavorare mentre cucina riso per i figli alle prese con le moltiplicazioni. E tra poco si ricomincia


3' di lettura

Un anno fa ero a New York. Giravo per la città con le mie spille sulla giacca, attraversavo il ponte di Brooklyn con migliaia di persone in un giorno di aprile luminosissimo, andavo al Metropolitan sulle tracce di un romanzo di Ben Lerner, parlavo con il portiere di un edificio dove aveva vissuto Salinger. Sei mesi fa ero al festival di Internazionale a Ferrara a parlare proprio di Salinger e nella sala dell'Arci c'erano duecento persone, tutte lì davanti a me che sudavo e parlavo.

Ora sono chiuso in casa da 33 giorni, mi sono trasformato in un giornalista-casalingo-disperato che ha perso del tutto il controllo del ciuffo e si dibatte tra la gestione della prole e le dirette Instagram per la GAMeC di Bergamo, che scrive lanci sulle misure della Regione Lombardia mentre cucina riso bianco stracotto, che corregge le moltiplicazioni con più decimali dei compiti di quarta elementare mandati via mail mentre sbobina i video del sindaco Sala e speakera i servizi video con il telefonino, chiuso dentro l'armadio, tra due ali di vestiti (mi hanno suggerito di fare così i bravissimi colleghi della produzione della mia agenzia di stampa). Mi piacerebbe, come leggo sui social che fanno tanti dei miei amici, stappare spesso bottiglie di vino rosso, ma un mega ascesso a un premolare mi impone terapia antibiotica, quindi addio pure alle sbronze.

Esco solo per fare la spesa alla Coop del mio paesino di provincia e lì compro quantità sconsiderate di canestrelli, maionese e pane a fette. Parlo con la cassiera gentile, che mi chiede previsioni sul futuro alle quali rispondo con una vaghezza ai limiti dell'offensivo, mentre arrossisco abbondantemente sotto la mascherina. Nel carrello ci sono spesso anche delle bottiglie di Barbera (in offerta), ma sono per mio suocero. Faccio comunque anche io le riunioni su Zoom d'ordinanza, infilandomi al volo un maglione blu sopra il pigiama e chiedendo alla spazzola un'impossibile mozione d'ordine per la pettinatura.

Ogni giorno che passa, e ormai passano a marce forzate, mi sembra di perdere sempre più il contatto con il mondo che c'era fuori. Lo sento scomparire a poco a poco in una inesorabile sfocatura. Mi ripeto e mi ripetono che la “normalità” era parte del problema, e so che è così, ma mi sembra di non avere nessun sostituto di quella normalità, solo l'orizzonte da recluso alla Montecristo. Avverto in modo abbastanza chiaro che questa è anche un'opportunità di cambiamento forte, ma ancora non riesco a trovare un'immagine riferibile a me di questo cambiamento. Di cosa sarà.

Certo, ci sono alcuni dati inequivocabili: per circa 40 anni ho indossato una camicia praticamente tutti i giorni della mia vita: dal 5 marzo non lo faccio più (e sopravvivo); ho fatto dello scrivere il mio mestiere e, per certi versi, la mia ragion d'essere: ho sempre scritto di tutto, con relativa naturalezza, ma questa è la prima cosa personale che riesco a scrivere sul tema della pandemia e della quarantena (e vedete qual è il tenore); ho in casa qualche migliaio di libri, registro video con reading da una taverna che è un bunker fatto di volumi, ma sto leggendo pochissimo, solo frammenti che mi servono per le citazioni nelle dirette. Vedevo più mostre a settimana, prima, e prendevo treni tutti i santi giorni. Dormivo in media in tre città diverse quasi ogni settimana. Ma pensa.

Adesso sono le 4.31 del mattino, mi sono svegliato e mi è venuta voglia di prendere il tablet e scrivere questo pezzo. In qualche modo farlo mi ha restituito una parte del me stesso che conoscevo prima dell'arrivo di questo smart worker sgarrupato e con la guancia destra gonfia per l'infiammazione. Mi viene ancora in mente Lerner, che scriveva, citando la tradizione ebraica, che il mondo a venire sarà uguale a questo, soltanto un po' diverso. In questa notte di quarantena, in effetti, mi sembra di essere anche io soltanto un po' diverso. Che cosa significhi davvero, però, che cosa significhi nella pratica, temo ancora di non saperlo. Adesso sì che ci vorrebbe un bicchiere di vino rosso, alla faccia dell'Amoxicillina.

P.S.
Ovviamente ogni tanto piango, ma cerco di tenerlo per me. Sono sempre stato un po' individualista.

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