CRISI E FUGA DI TALENTI

Giovani all’estero, perché i migranti economici siamo diventati noi

di Alberto Magnani


Trasferirsi per lavoro? Il 60% dei nostri giovani direbbe di no

4' di lettura

Martedì l'Eurostat, l'agenzia europea di statistica, ha pubblicato un report dai risultati abbastanza spiazzanti: il 50% dei giovani europei disoccupati dai 20 ai 34 anni sarebbe «riluttante a trasferirsi per lavoro», quota che si alza al 60% nel caso dell'Italia. Di più, proprio i nostri giovani figurano tra i meno propensi a trapiantarsi lontano da casa per ragioni professionali, visto che la quota di chi ha spostato la propria residenza arriva a malapena al 2 per cento. Il tutto dopo anni di analisi sulla «fuga dei talenti» e la percezione, fondata, di un mercato del lavoro incapace di offrire alle nuove generazioni sbocchi diversi rispetto a contratti precari, stipendi sotto la media e prospettive di crescita interna.

Che cosa è successo? Ha ragione Eurostat o l'ampia letteratura che racconta un fenomeno opposto? In realtà entrambi, anche se la prima verità non esclude la seconda. Eurostat attinge ai suoi dati dagli istituti di statistica nazionali: nel caso dell'Italia l’Istat, che considera «trasferimenti» per lavoro solo quelli sanciti dalla cancellazione dalle nostre anagrafe. Quindi, da un lato, i numeri sui (pochi) spostamenti degli under 34 si reggono su una base concreta. Ma dall’altro le statistiche catturano solo la punta dell’iceberg di una crisi che sta mettendo a repentaglio la crescita economica.

Sempre più emigrati, sempre meno ingressi
Negli ultimi 10 anni, secondo dati della stessa Istat, gli emigrati italiani sono triplicati dai 36mila del 2007 ai circa 115mila del 2016. Sugli 81mila connazionali con più di 24 anni che si sono cancellati dalle anagrafe nel 2016, la quota più significativa è rappresentata dai 38mila cittadini nella fascia 25-39 anni, con un’incidenza di laureati del 28,5 per cento. Ma anche questi numeri sono, appunto, sottostimati. Idos, un centro di ricerche, ha incrociato i dati in arrivo dalle nostre anagrafe a quelli degli archivi dei paesi di destinazione, arrivando alla conclusione che le stime Istat dovrebbero essere aumentate di almeno 2,5 volte: da 114mila a 285mila trasferimenti, un picco che ricorda quelli raggiunti nel pieno Dopoguerra. Ma a far preoccupare è sia l’assenza di un controesodo dei professionisti in uscita sia il potenziale attrattivo verso l’esterno. La retorica sul brain drain, il ricambio fisiologico di entrate e uscite di talenti, si infrange sullo squilibrio tra risorse esportate e importate.

Ad esempio nel 2016, complice la Brexit, sono stati 24.788 gli italiani a fare le valigie per il Regno Unito, contro appena 3.363 ingressi dalla Gran Bretagna: un saldo in negativo di oltre 21.400 unità, che si accompagna alle “perdite” a favore di Germania (18.933 nostri emigrati contro 4.616 immigrati, pari a un bilancio di -14.317), Svizzera (11.388 emigrati italiani contro 3.350 ingressi, per un saldo di -8.038) o Francia (10.833 uscite contro 2.083 ingressi, pari a -8.750). «Se un processo così andasse avanti, noi diventeremmo un Paese con un saldo netto di emigrazioni» fa notare Ugo Melchionda, presidente dell’Idos. Non che l’esperienza all’estero sia alla portata di chiunque. Trasferirsi fuori dai confini nazionali richiede, in genere, un sostegno economico alle spalle o un minimo di «capitale sociale», come lo chiama Melchionda: «Ovvero reti di relazioni e rapporti, come quelli che si possono costruire anche con un semplice Erasmus - dice Melchionda - Qualcosa che ti consenta di uscire con un minimo di rete di protezione, anche se non è detto che vada bene». Paradossalmente, ma non troppo, anche partire «all’avventura» fuori dall’Italia rischia di rivelarsi più conveniente di un trasferimento interno. «L’Italia ha il problema, cronico, di non sapere valorizzare le competenze - dice Melchionda - Se un giovane deve trasferirsi da Bevenento a Rovigo per essere utilizzato allo stesso modo, tanto vale andare a Londra».

Non solo fughe di cervelli
In mezzo alla narrazione di rito su startupper, ricercatori tecnologici e giovani «che ce la fanno», l’emigrazione dei giovani italiani conserva un lato meno scintillante. E più sofferto. Maurizio Ambrosini, docente di sociologia all’Università Statale di Milano, fa notare che l’emigrazione italiana «non è solo una fuga di cervelli, ma è nutrita anche dalla manodopera tradizionale: ragazzi che lavorano come camerieri in Germania, scaricano cassette di pesce in Australia, insomma fanno lavori meno qualificati». Fuori dalle nicchie più patinate, dal management alle cattedre universitarie, l’emigrazione degli italiani prevede la stessa «discesa sociale» che costringe a reinventarsi in mansioni più basse di quelle previste dalle proprie qualifiche.

«All’estero si fanno anche lavori più umili, solo che si può “mascherarlo” con il fatto di essere lontano da casa e alla ricerca di opportunità - spiega Ambrosini - In Paesi come l’Australia ci sono lavori riservati proprio a migranti con basso grado di qualifiche. Che vengono scelti anche da italiani con grado di scolarità più alto». La sensazione di Ambrosini è che i flussi in uscita siano «molto sottostimati», stretti nelle statistiche istituzionali. Quelli in entrata, invece, soffrono del problema opposto: si lanciano allarmi sulla «invasione», ma l’Istat ha registrato una contrazione degli ingressi del 43% nell’arco di 10 anni, dai 527mila del 2007 ai 301mila del 2016. «Ci sono imprenditori della paura che hanno gonfiato il fenomeno - dice Ambrosini -Ma la verità è che i numeri degli ingressi non crescono. È probabile che il sorpasso dei “nostri” migranti sia già avvenuto».

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