Opinioni

Giovani azzoppati dal divario tra generazioni

di Giorgio Pogliotti


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3' di lettura

Il muro che separa le generazioni continua ad alzarsi e, con esso, cresce il rischio per i 12 milioni di millennial e della “generazione zero” di avere una vita autonoma solo da ultraquarantenni. L’Indice del divario generazionale (Idv), fatto 100 il livello del 2004, ha raggiunto 128 punti nel 2018, al di sotto del picco del 2014 (134 punti), ma in peggioramento rispetto al 2017 (127 punti). Le maggiori criticità riguardano gli indicatori relativi a reddito, pensione, parità di genere, debito pubblico e capitale umano. I più penalizzati sono i giovani del Sud: rispetto ai loro coetanei del Nord pagano il prezzo di uno “spread sociale” che, se calcolato in millesimi, viaggia sui 458 punti base, poco meno del record del 2011 (470 punti base), per le pessime condizioni del mercato del lavoro.

Nel rapporto 2019 realizzato dalla fondazione Bruno Visentini, presentato oggi in un convegno alla Luiss a Roma – coordinatori i professori Luciano Monti e Fabio Marchetti – l’Idv è formato da 13 indicatori compositi e 36 indicatori elementari. Prendiamo l’indicatore della ricchezza degli under 35 – ovvero l’insieme delle attività reali (immobili, oggetti di valore) e finanziarie (depositi, obbligazioni) al netto delle passività (mutui e altri debiti) – che nel corso della crisi si è fortemente ridotto, da un valore mediano di 68.855 euro (2004) a 15mila euro; lo stesso livello di impoverimento non ha coinvolto gli over 35. Desta allarme anche la crescita del flusso di emigrati italiani tra i giovani. Negli ultimi quindici anni è aumentato di oltre 40mila unità (da 19.720 nel 2004 a 61.553 nel 2018) il numero di giovani che hanno trasferito all’estero la propria residenza. Regno Unito, Francia e Germania sono le mete preferite.

«Ma c’è un divario nel divario – afferma Monti – cioè una parte del Paese, il Mezzogiorno, in cui lo stato di disagio e di potenziale esclusione sociale è ancora più forte, come evidenziato dallo Svimez». Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1,183 milioni di residenti, la metà ha tra 15 e 34 anni, quasi un quinto laureati. Quasi 800mila non sono ritornati nel Mezzogiorno, con una forte perdita di capitale umano, formato al Sud ma impiegato oltreconfine. Meta privilegiata sono i Paesi con un indice di equità intergenerazionale migliore. «Abbiamo scelto come indicatore lo “spread sociale” che grava sui giovani del Sud – spiega Monti – immaginando che il Mezzogiorno sta al Btp dell’Italia come il Nord sta ai Bund della Germania. Questo “spread sociale” accusato dai giovani del Sud rispetto a quelli del Nord ha ripreso a crescere dal 2015, avvicinandosi nel 2018 al picco massimo della fine del 2011». Mentre al Nord il divario generazionale resta costante, nel Mezzogiorno si passa da un valore di partenza già alto (145 nel 2004, fatto 100 il Nord) a un livello ancora maggiore (147 nel 2018), soprattutto a causa degli indicatori legati al mercato del lavoro. Nell’ultimo anno di riferimento, mentre nel Centro Nord c’è stato un aumento di occupati rispetto al 2008 (+384mila), nel Mezzogiorno il saldo è ancora negativo (-260mila). Il lavoro al Sud è sempre più precario, la sottoccupazione è diffusa e si registra un calo del lavoro a tempo pieno.

I giovani del Sud sono penalizzati anche sul fronte degli indicatori sull’abitazione (accesso, manutenzione e spese di gestione della casa). Il rapporto tra la spesa annuale per i costi della casa (affitto, luce, gas) e il reddito mediano è aumentato dal 2004 al 2018 per tutte le aree del Paese, con un’incidenza maggiore per il Centro e per il Mezzogiorno. Al Nord si è passati dal 19,64% nel 2004 al 21,52% nel 2018, nel Mezzogiorno dal 36,02% nel 2004 al 46,20% nel 2018: un giovane under 35 che ha deciso di dare vita a un nucleo familiare deve in media impegnare quasi la metà del suo reddito per le spese della casa. La conseguenza è il prolungamento della permanenza nella casa dei genitori.

Altro fattore penalizzante per i giovani del Sud è la minor spesa per ricerca e sviluppo intra muros in rapporto al Pil: nel 2004 era pari allo 0,68%, nel 2018 è quasi raddoppiata (1,11%), mentre il Mezzogiorno è passato dallo 0,24% (2004) allo 0,33% (2018) con un aumento di poco più di un terzo. Non c’è dunque da stupirsi se solo il 12,7% degli intervistati (studenti tra i 14 e i 19 anni) immagina il futuro nella propria attuale città. Tra il restante 87,3%, solo il 6% ha dichiarato di immaginare il domani nella stessa regione (ma in un’altra città rispetto a quella natale), sono di più quanti si immaginano occupati in un’altra regione (43,4%).

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