le sfilate di milano / 4 e 5

Giovani designer da ogni angolo del globo al test della moda uomo

Al termine della fashion week milanese, il bilancio di una new wave ancora al ritmo del 2020 che è tutto da superare e dimenticare

di Angelo Flaccavento

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Al termine della fashion week milanese, il bilancio di una new wave ancora al ritmo del 2020 che è tutto da superare e dimenticare


2' di lettura

Spalmata sui canonici cinque giorni per mantenere una parvenza di normalità - troppi, forse per quello che a tutti gli effetti è stato un video festival, su una piattaforma non sempre perfettamente funzionante - la fashion week milanese si è chiusa martedì con un florilegio di nomi nuovi o quasi.

Nel tentativo, encomiabile, di rimpolpare il programma, la Camera della Moda ha attivato una azione di scouting internazionale, portando in calendario marchi e designer da ogni angolo del globo. La mappatura che ne emerge è ricca di nomi, ma la proposta è sorprendentemente monocorde. Che si dia al tailoring o prediliga l'outerwear, questa new wave pare per sempre intrappolata nelle pastoie di una estetica abrasiva e urbana - e non stiamo a discutere dell'imprinting che Demna Gvasalia ha dato a tutti, mentore di una generazione come Martin Margiela, di cui Gvasalia è epigono e in parte copista, lo è stato per la precedente.

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Dal Blair Witch Project ripensato di Dalpaos all'art attack tattile e terragno di Danilo Paura, passando per l'outdoors post atomico - oppure post pandemico - di Gall, non mancano di certo le proposte degne di interesse.

Notevole la semplicità a prova di giungla d'asfalto di Solid Homme, mentre l'evoluzione di Andrea Pompilio, veterano di gran talento, con APN73 convince per dinamismo e spirito di sintesi. Tokyo James sutura con sicurezza culture in apparenza opposte: il colore e le texture di Lagos, Nigeria - il suo paese d'origine - e la sartorialità che ridisegna il corpo di Savile Row, Londra - patria d'adozione. Il risultato è teso e vitale.

Luchino Magliano, in arte Magliano e basta, si conferma orgoglioso araldo di una mascolinità sbruffona. Da A Cold Wall, in fine, Samuel Ross continua a esplorare le frontiere del funzionalismo urbano con piglio drammatico, da showman, e non poco pragmatismo. Il suo lavoro, visivamente e concettualmente, ha un forte impatto, ma sembra ancora legato ad una estetica pre-pandemia. Lo spartiacque è indiscutibile, ed esige un aggiornamento del codice. Paradossalmente, la new wave vista a Milano marcia ancora al ritmo dell'orrido 2020, a questo punto da superare e dimenticare.

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