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Giovani, donne e under 50: i numeri critici del lavoro da cambiare in fretta

La crisi si è abbattuta su giovanissimi, donne, precari, 35-49enni. A due mesi dalla fine del blocco dei licenziamenti, manca ancora un piano per uscire dall’emergenza

di Claudio Tucci

Effetto Covid: 900mila occupati in meno da febbraio 2020 (Istat)

4' di lettura

Dall’Istat a Bankitalia, fino ad arrivare ai dati Eurostat di confronto internazionale e alle recenti stime dell’Ufficio parlamentare di Bilancio (UpB). La pandemia e il clima di incertezza che ormai perdura da mesi si sono abbattuti con forza sul mercato del lavoro italiano. Anche con la nuova classificazione degli occupati (che non considera tale chi è assente dal lavoro da più di tre mesi, perchè ad esempio in cig) le statistiche mostrano più ombre che luci: da febbraio 2020 a marzo 2021 si sono persi quasi 900mila posti. Il tasso di occupazione è calato di 2 punti percentuali (da 58,6% a 56,6%). Il numero di disoccupati (2.495.000) è rimasto stabile, gli inattivi no, sono cresciuti di qualcosa come 650mila unità (tra questi, moltissimi scoraggiati).

Il confronto internazionale: Italia fanalino di coda

A prescindere dalle definizioni della statistica, è evidente che in Italia il mercato del lavoro si sia sostanzialmente fermato, cioè non si assume più, e chi è uscito sta facendo fatica a rientrarvi. Come tasso di occupazione siano fanalino di coda in Europa, solo la Grecia fa peggio. Come tasso di disoccupazione (a livello generale, 10,1%, tra gli under 25 addirittura 33%) siamo ancora tra gli ultimi: peggio di noi, in entrambi gli indicatori, solo Spagna e Grecia (ultima rilevazione Eurostat).

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Primo numero da cambiare: troppi giovani non lavorano

Quello che è evidente è che la crisi sanitaria e poi economica hanno acuito i nodi storici del mercato del lavoro italiano. Da febbraio 2020 a marzo 2021 gli under 25 hanno perso 74mila posti. E ci sono 76mila disoccupati in più. Nella fascia 25-34 anni i disoccupati in più nello stesso periodo sono 238mila. Che cosa si è rotto? Tre cose.

Primo. Il dialogo scuola-lavoro si è fortemente incrinato, con la drastica riduzione dell’alternanza, il mancato decollo dell’apprendistato e un orientamento inesistente verso le discipline che danno maggiori chance di occupazione (quelle tecnico-scientifiche, dove ancora oggi le donne sono pochissime).

Secondo. Risultati non soddisfacenti di Garanzia giovani.

Terzo. Incentivi fiacchi e rigidità normative, ad esempio sull’apprendistato. Che altrove, ad esempio in Germania, rappresenta il canale privilegiato d’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, mentre da noi no.

Secondo nodo: la crisi si è abbattuta forte sulle donne

Il secondo numero da cambiare è l’occupazione femminile, che si è ridotta al 47,5 per cento. Siamo quasi 20 punti sotto le percentuali europee. Da febbraio 2020 a marzo 2021 si sono perse 438mila occupate. Qui a pesare è soprattutto la difficoltà a conciliare vita-lavoro, che in Italia è un nodo strutturale. I vari bonus e congedi straordinari (dove si perde il 50% della retribuzione) e l’assenza di servizi educativi adeguati per la cura soprattutto della prima infanzia hanno costretto molte mamme a fare un passo indietro sul lavoro. Ora con il Recovery Plan si prova a invertire rotta, ma bisognerà correre. Spesso poi gli impieghi femminili sono prevalentemente nel terziario e con contratti precari, entrambi in difficoltà con la pandemia.

Terzo nodo: in forte calo contratti a termine e autonomi

Il terzo problema del mercato del lavoro italiano è che la crisi, unita a misure di protezione come la cig Covid-19 e il blocco dei licenziamenti, ha prodotto un effetto spiazzamento, scaricando gran parte delle difficoltà sui lavori a tempo e sugli autonomi, da sempre meno protetti. Sono mesi che l’Osservatorio Inps evidenzia crolli dei contratti a termine.

Anche l’Istat evidenzia centomila occupati a termine in meno nell’anno, e oltre 200mila autonomi persi. Sono anche calati gli occupati a tempo determinato, ma su questo calo in parte ha influito la nuova classificazione Istat degli occupati. In ogni caso, dietro l’angolo è forte il rischio di un mercato del lavoro polarizzato, tra più garantiti (nella Pa, ad esempio, non c’è la cig) e meno garantiti.

Nonostante la scoperta dello smart working (anche qui, lo strumento ha mostrato di avere pro e contro), l’idea di estendere tutele e diritti anche ai lavori e lavoretti è corretta, ma fin qui le misure adottate non sembrano esser state capaci di invertire rotta. È paradossale, solo per fare un esempio, che ora, in un clima di incertezza, permangano vincoli normativi sui contratti a termine, facendo così perdere occasioni di reddito a migliaia di potenziali occupati.

Quarto nodo: la fascia 35-49 anni e le transizioni dal lavoro

Le difficoltà del mercato del lavoro italiano si vedono poi in un quarto numero: in un anno la fascia 35-49 anni ha perduto 316mila occupati e il numero di disoccupati è salito di 270mila unità. È qui che si vedono gli effetti delle crisi industriali (il governo non riesce a dare un numero preciso di quante sono e quanti lavoratori coinvolgono) e le prime riorganizzazioni produttive innescate dalla pandemia. Ma soprattutto c’è da guidare la spinta di industria 4.0 e l’innovazione, centrali per ripartire. A fine giugno scadrà, per le imprese industriali e dell’edilizia, il blocco dei licenziamenti per motivi economici. Per tutti gli altri, non coperti dai sussidi ordinari, la data è fine ottobre. Gli esperti dell’UpB non intravedono tsunami di licenziamenti: poco più di 100mila, è la previsione fatta.

Riforme in ritardo

Il punto è che siamo a maggio e la rete di protezione per gestire e accompagnare l’uscita dall’emergenza e sostenere la ripresa ancora non è chiara. I nuovi ammortizzatori di Andrea Orlando ancora non vedono la luce. Scartato il progetto dei tecnici di Nunzia Catalfo (costosissimo), il nuovo ministro del Lavoro sta portando avanti una serie di incontri con le parti sociali e per luglio spera di avere un testo normativo condiviso, da finanziare poi con la prossima legge di Bilancio.

Sono in ritardo anche le politiche attive e gli interventi sulla formazione, complici anche le competenze concorrenti con le regioni e i nodi storici italiani, con centri per l’impiego poco performanti e agenzie per il lavoro private più efficienti, ma tenute ai margini. Anche qui il Recovery Plan promette un cambio di passo radicale, mai, però, centrato negli ultimi 20 anni.

L’obiettivo e la speranza è che stavolta si riescano a superare lacci e lacciuoli. Con questi numeri sul lavoro, e in vista dell’autunno, con i nuovi lavori che arriveranno, occorre superare ideologie (ad esempio sul reddito di cittadinanza, che ha fallito come politica attiva) e frizioni e mettersi a lavoro. Perché mai come oggi, la miglior difesa del lavoro è crearlo.

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