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«Giovani e didattica, la Triennale fa scuola»

di Sara Deganello

 Carla Morogallo

3' di lettura

Carla Morogallo, nata a Gioia Tauro nel 1980, è stata nominata direttrice generale della Fondazione La Triennale di Milano a maggio. Dopo la laurea in Conservazione dei beni culturali a Pisa nel 2005, approda all’istituzione milanese come tirocinante, nell’ufficio Iniziative culturali. Inizia, come racconta, facendo fotocopie. Da allora ricopre numerosi ruoli, con responsabilità crescente. Oggi si orienta tra i dettagli dell’Automa Settala - diavolaccio meccanico del Seicento all’interno della mostra Corridoio Rosso compresa nella 23esima Esposizione internazionale, Unknown unknowns, visitabile fino all’11 dicembre - e tra quelli del futuro prossimo di Triennale.

Dalla Calabria a Milano, come avviene questo approdo?
Cercavo una componente pratica, un approccio al fare che si aggiungesse al pensare. L’incontro con Milano e con Triennale è stato amore a prima vista. Dopo la prima esperienza nella produzione di mostre sono passata al settore architettura. Ho cominciato a capire tutte le possibilità che racchiude questo luogo, senza bisogno di muoversi.

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Quali sono le tappe significative di questo percorso?
Il 2007: la nascita del Triennale Design Museum, di cui ho coordinato la produzione culturale e le iniziative internazionali. Il lavoro al padiglione di Expo negli spazi di Triennale curato da Germano Celant (Arts & Foods. Rituali dal 1851, ndr). In quell’occasione nasce il progetto di mediazione culturale tra Triennale e gli atenei della città per formare personale che partecipasse alla produzione dei contenuti e li trasmettesse al pubblico. È stato un cambio di passo: investire nei giovani e allo stesso tempo dare al visitatore un’attenzione che vada oltre la mera lettura dei contenuti. È un progetto che continua e che è stato replicato anche da altre istituzioni.

Una formazione umanistica per un lavoro (anche) manageriale: quale valore aggiunto?
Porta a un approccio per cui gli aspetti gestionali devono conciliarsi con quelli culturali. Non c’è rapporto di subordinazione alla sostenibilità economica. Questo porta a intervenire sui processi con una prospettiva diversa da quella solamente amministrativa, che pure è importante. È un equilibrio.

Qual è la missione di Triennale?
Riuscire a dare uno sguardo sul futuro, attraverso i temi della contemporaneità. Abbiamo la responsabilità di dare dei temi, per stimolare la curiosità costruttiva tramite l’interdisciplinarità: un processo educativo, formativo. Triennale non è un contenitore. È un centro di produzione culturale, come hanno dimostrato le mostre su Enzo Mari o Saul Steinberg.

Come si finanzia questa missione?
Triennale è una fondazione di natura privata con forte partecipazione pubblica: un equilibrio che deve essere preservato. Fino al 2019 la percentuale dei ricavi di natura privata arrivava al 70%, mentre il 30% era pubblico. La situazione si è letteralmente capovolta nell’anno del Covid, ma nel 2021 la matrice di ricavo di natura privata è aumentata significativamente restituendo una situazione di progressivo equilibrio. Nel 2021 abbiamo registrato un utile consolidato pari a 834.897 euro, con incremento della posizione finanziaria netta, della liquidità e la riduzione del debito con i fornitori. Siamo un’istituzione che fattura in media 14 milioni di euro l’anno, che arrivano a 17 con l’Esposizione.

Come sta andando la biglietteria?
Dall’apertura della 23esima Esposizione, il 15 luglio scorso, abbiamo avuto più di 60mila visitatori: il 20% in più rispetto allo stesso periodo del 2019. Al netto della manifestazione speciale, la reputazione che abbiamo, per le scelte culturali fatte, insieme all’aspetto gestionale, sta portando risultati. Soprattutto dopo il Covid, è forte la domanda di servizi culturali e la necessità di vivere un’esperienza. Triennale è inoltre particolarmente attiva nell’ambito della didattica, un lavoro implementato dopo il Covid: quest’anno da gennaio sono state oltre 380 le attività laboratoriali. E da giugno a settembre, come lo scorso anno, sono stati attivati campus estivi rivolti ai bambini provenienti dalla periferia di Milano. Lo sponsor, Scalo Milano, ha messo a disposizione pulmini per portarli qui da noi.

Com’è il rapporto con Milano?
Forte: siamo un’istituzione radicata nel territorio. Milano per la sua storia, per il suo ruolo anche nel design, è un osservatorio critico: le aspettative sono sempre alte.

Quali sono i nuovi progetti su cui sta lavorando?
Innanzitutto c’è il nuovo piano strategico, in cui puntiamo a consolidare la reputazione di questi anni, attorno al ruolo e alla missione di Triennale. Inizieranno i lavori di riqualificazione del palazzo, la nostra sede, in chiave di efficienza. Continuerà la trasformazione digitale. Verrà ripreso il Centro studi, istituito nel 1949: deve essere un basso continuo tra le Esposizioni. E si procederà a consolidare la struttura organizzativa, grazie a una visione condivisa.

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