Intervista

Giovani fenomeni crescono. Cassani: «In Italia si torni ad investire nel ciclismo»

La stagione ciclistica che si è chiusa analizzata dall’ex ct della Nazionale azzurra

di Dario Ceccarelli

Ciclismo su pista, Italia da sogno: oro e record mondiale

4' di lettura

Con qualche ultima scintilla, fedele questa volta al suo consueto calendario, il ciclismo se ne va in vacanza. Vacanza più che meritata visto che, con le tante incertezze di una pandemia sempre in agguato, gli impegni sono stati tanti e tutti dispendiosi.

Con l’autunno che avanza è buona consuetudine tirare un bilancio. In un 2021 caratterizzato dall'emergere di tanti nuovi talenti, e dalla riconferma di campioni consolidati come Pogacar, Alaphilippe, Roglic, Wan Aert, Van Der Poel e Ganna (ma l'elenco sarebbe molto più lungo), l’Italia tutto sommato non ha sfigurato.

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Non siamo competitivi nelle grandi corse a tappe (a parte il sorprendente secondo posto di Damiano Caruso al Giro d’Italia) ma stiamo rialzando la testa come abbiamo dimostrato alle Olimpiadi e ai Mondiali. E anche nell'ultima Parigi-Roubaix dove con Sonny Colbrelli e Gianni Moscon abbiamo conquistato il primo e il quarto posto. Un’impresa che nella corsa delle pietre ci mancava da 22 anni, quando cioè il ciclismo italiano era ancora molto competitivo a livello internazionale. Era un altro secolo, un altro mondo, e non solo sportivo. Le comparazioni lasciano il tempo che trovano. Però aiutano a capire quale sia l'attuale stato dell'arte.

Ne parliamo con Davide Cassani, 59 anni, per otto stagioni c.t. della nazionale prima del ruvido allontanamento dall'incarico avvenuto durante le Olimpiadi di Tokyo. Cassani, dopo aver detto no a un ruolo di direttore di una società commerciale della stessa Federazione, è ora alla finestra in attesa di capire cosa gli riservi il futuro. Con una certezza, però: che qualsiasi cosa farà, sarà sempre nell'ambito del ciclismo.

Ma dietro una scrivania?
«No, non sono ancora pronto per sedermi dietro una scrivania. Voglio ancora stare sulla strada, con i corridori. Ho vari progetti, alcuni sogni, vedrò se realizzabili. Per questo ho preferito dire no alla Federazione».

Si parla di una scuola per reclutare giovani talenti o di un grande team italiano. E così?
«È presto per dire qualcosa di preciso. I sogni sono belli perchè uno se li immagina come vuole. La realtà è più complessa, ma posso ribadire una cosa: amo ancora le sfide».

Usciamo da un 2021 meno negativo del previsto. Non le pare?
«Abbiamo vinto un oro olimpico in pista con Ganna, poi un Campionato Europeo e la Roubaix con Colbrelli. Abbiamo vinto tante belle corse. Vuol dire che quei giovani su cui abbiamo puntato stanno dimostrando il loro valore. Per questo ritengo che questo sia stato un anno un positivo per il ciclismo italiano. Anche se stiamo aspettando il nuovo Nibali, perchè abbiamo bisogno di un forte corridore italiano da corse a tappe».

In Italia abbiamo un problema di squadre. Che possano competere con le multinazionali estere. C’è bisogno di nuovi gruppi che investano nel ciclismo. Altrimenti non si va da nessuna parte. O no?
«Siamo arrivati a un periodo storico in cui potrebbe esserci l'interesse da parte dell’imprenditoria italiana a investire nel ciclismo. I tempi sono maturi. Il motivo? Perchè è ancora un grande sport popolare, che presenta degli eventi che durano tre settimane come il Giro e il Tour. Perchè con la bicicletta si parla di mobilità, di ecologia, di sostenibilità. E si parla anche di turismo e di un ciclo-turismo che sta prendendo sempre più piede. E con i risultati di questi mesi e con i cambiamenti che stanno avvenendo, io spero che possa nascere in Italia una squadra importante. Ne abbiamo davvero bisogno, ma non siamo lontani».

Ci sono due fenomeni che monopolizzano l'attenzione: lo sloveno Tadej Pogacar e il nostro Filippo Ganna. Possono ancora crescere?
«Pogacar ha vinto due Tour e due classiche monumento come Liegi e Lombardia. Ha solo 22 anni. E ogni volta che mette un numero vince o ci arriva vicino. Ganna nelle cronometro è un fenomeno. E anche in pista. Sì, sono due fenomeni, due enormi talenti da conservare e coltivare. Ma ci sono anche altri giovani campioni come Wan Aert, Van Der Poel, Evenepoel. Sono tanti i ragazzi che stanno dimostrando di avere qualcosa in più. Ed è questo il bello. È per questo che il ciclismo cresce: perchè questi giovani non hanno paura di niente. Danno sempre battaglia, scattano anche a 100 chilometri dal traguardo».

Non le sembra che questa sia una nuova generazione che ha lasciato alle spalle le vecchie ombre del ciclismo. È così?
«Esatto. E infatti le corse sono molto più belle. Anche il problema del doping è quasi superato. I controlli sono davvero frequenti. Per questo penso che il ciclismo di oggi sia uno dei più belli degli ultimi anni».

Amarezza per il trattamento ricevuto dopo tanti anni da c.t.?
«Ma no, acqua passata. Dopo otto anni è anche giusto che un presidente voglia cambiare il commissario tecnico. Sono ben contento d’averlo fatto per tutto questo periodo, ma la vita non finisce qui. E quindi dato che mi piacciono le sfide ne comincerò presto un'altra..».

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