Il barometro delle professioni

Giovani ingegneri, ecco perché sono in fuga dalla libera professione

La facolta di Ingegneria resta la prima scelta, ma attraggono informatica e management. Sempre meno abilitazioni per progettare dopo la crisi economica

di Massimiliano Carbonaro

3' di lettura

Il barometro per gli ingegneri non volge al bello. Almeno per la libera professione, che attrae sempre meno giovani.

Ad anticiparlo è il direttore Centro studi del Consiglio nazionale ingegneri, Massimiliano Pittau: «Rispetto ad altre professioni tecnice, l’Albo ha ancora un saldo positivo tra cancellazioni e iscrizioni, ma comincia a emergere una scarsa attrattività per i giovani laureati. E infatti l’età media dei nostri iscritti è intorno ai 49 anni e prevista in aumento».

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A preoccupare, numeri alla mano, è il calo in prospettiva di nuovi ingressi: nel 2018 dall’Università sono usciti oltre 27mila laureati di secondo livello in Ingegneria. Di questi, l’anno dopo, solo poco meno di 8mila hanno scelto di abilitarsi superando l’esame di Stato, passaggio fondamentale per ambire a firmare un progetto. Come se non bastasse, tra gli abilitati meno della metà (3.500) si sono poi iscritti all’Albo. «Si tratta in larga parte di lauerati in ingegneria civile e ambientale che da soli costituiscono il 70% degli iscritti. Sono loro gli interessati a restare nell’Albo, che consente loro di firmare progetti; ma va tenuto conto che queste sono specializzazioni che stanno uscendo solo negli ultimi anni da una crisi decennale» osserva Pittau.

Le iscrizioni

La disaffezione comincia a intravedersi anche nel trend degli iscritti all’Albo. Certo negli ultimi dieci anni il segnale è sempre positivo e si arriva a un + 10,3% nel 2020 rispetto al 2010, ma la curva di crescita comincia ad appiattirsi dopo il 2010. Tanto che lo scorso anno l’incremento è stato solo del +2,36% in più. Il totale resta comunque a oltre 242mila iscritti.

Analoga tendenza anche per le iscrizioni a Inarcassa, la vera cartina di tornasole per chi guarda alla libera professione: nell’arco degli ultimi dieci anni gli iscritti sono cresciuti del 14% passando da 70.295 a 80.189 ingegneri professionisti, ma dal 2015 la progressione ha rallentato. Sei anni fa erano 79.041 iscritti, solo l’1,45% in più rispetto all’ultimo censimento.

LA PROFESSIONE ESPRESSA IN NUMERI
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Il paradosso Ingegneria

Mentre l’Ordine fatica a far presa sui giovani, gli indirizzi universitari legati a Ingegneria continuano a macinare record: il numero di immatricolati per i corsi di laurea in ingegneria nell’anno accademico 2019/2020 è stato pari a 48.536 nuovi studenti (il 15,6% di tutti gli immatricolati del Paese, prima scelta tra tutte le facoltà). Ma la maggior parte dei giovani ha scelto i corsi di laurea di Ingegneria industriale (24.677 immatricolati), seguita da Ingegneria dell’informazione (16.455). Mentre le specializzazioni di civile e ambientale hanno attratto poco più del 9% degli iscritti.

Le contromosse

Gli ingegneri informatici o dell’informazione non vedono l’utilità dell’iscrizione all’Albo. Per questo e per far fronte a un mercato del lavoro che continua ad evolversi, il Cni punta a implementare i servizi. Spiega Pittau: «Si rischiava di lasciare gli ingegneri nel loro percorso che ormai non è più lineare, spesso prevede fasi alterne di libera professione e lavoro dipendente, e di fatto l’Ordine è l’unico soggetto che può aggregare e fornire servizi per tutti i laureati in ingegneria».

L’offerta è ampia: «L’idea è di essere più attrattivi grazie ad un portfolio di nuovi servizi – commenta Pittau – formativi, informativi e assicurativi, aprendoci anche ai non iscritti e ai neolaureati».

«Forniamo anche il monitoraggio sui bandi e un’informazione customizzata per diventare un aggregatore per tutto il mondo dell’ingegneria» conclude.

La crisi dei redditi

Ma resta il fatto che la crisi economica del 2008 ha lasciato il segno anche su questa professione: il reddito medio dell’ingegnere libero professionista è in calo: più di dieci punti percentuali persi nell’ ultimo decennio. A soffrirne, ancora una volta, sono stati i più giovani (tra i 31 e i 35 anni) fermi ancora l’anno scorso a 21.110 euro di reddito medio. Resta molto ampia la forbice sul territorio: i 56mila euro di media del “ricco” Trentino Alto Adige sono tre volte di più dei 17mila della Calabria (la regione più “povera”). E per quest’anno si attende l’onda lunga del Covid, anche se una nuova linfa è attesa dai bonus per la casa.

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