voto di metà mandato/2

Giovani socialisti alla riscossa in America. Manifesto di Trump contro il socialismo

di Angela Manganaro


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Alexandra Ocasio Cortez, Kaniela Ing, Abdul El-Sayed, Rashida Tlaib

4' di lettura

Ad agosto ho mandato una mail ad Alexandria Ocasio-Cortez, la ventinovenne del Bronx che stanotte può diventare la più giovane deputata del Congresso degli Stati Uniti.

La risposta è stata quasi immediata, dopo poche ore l’efficiente ufficio stampa rispondeva: «siamo inondati dalle richieste dei media», tutti la cercano per intervistarla, si può mettere in fila se vuole, nel frattempo - consigliavano - inizi a seguire Ocasio-Cortez su Twitter e considerare i suoi tweet come dichiarazioni ma soprattutto inizi a tenere d’occhio «la prossima grande storia politica» in America cioè i giovani candidati progressisti che Alexandria «ti incoraggia a contattare», quindi un elenco di nomi e hyperlink con i tweet di sostegno di Ocasio-Cortez: Kaniela Ing, Kerri Harris, Brent Welder, Abdul El-Sayed, Rashida Tlaib, Cori Bush, James Thompson, Ayanna Pressley.

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È stato così chiaro - e in verità più utile dei tweet - che Alexandria non vuole correre da sola né essere un fenomeno isolato buono per le copertine che se la contendono. La giovane stella dei democratici che a giugno ha battuto il veterano sessantennne Joe Crowley alle primarie in un distretto popolare di New York, si rende conto che essere una mosca bianca nel mare di capelli grigi di Washington non serve né al suo futuro né alla causa. In più questa tornata elettorale è talmente caotica non tanto per il tipo di candidati - donne, minoranze, colore della pelle, radici familiari, orientamento sessuale, religioso; quindi grandi titoli di giornali e di siti - quanto per i temi frammentati, che Ocasio-Cortez ha ben ragione ad augurarsi una squadra di coetanei i cui profili pubblici dicono molto di come sono questi trenta-quarantenni se non di cosa intendono per socialismo.

Kaniela Ing è un ventottenne delle Hawaii già deputato del parlamento locale che come Alexandria prova a fare il grande salto al Congresso, fa parte dei socialisti democratici d’America, ha sfoggiato un cappellino rosso con su scritto «Mana, «Make America native again», presa in giro di un artista Navajo del «Maga», «Make America great again» di Trump. Kaniela Ing non solo rivendica di lavorare per le «working families perché provengo da una di queste» ma sottolinea anche di essere «un prodotto locale» con tanto di coroncina di fiori e Aloha come l’altro famoso politico con una infanzia alle Hawaii ha sempre evitato: il Barack Obama candidato 2008 era il rompicapo di reporter e osservatori perché non ha mai fatto del suo essere mezzo nero una bandiera, anzi è stato accusato di non essere abbastanza nero nonostante l’esplicito memoir «Dreams from my Father».

Come Alexandria, Kaniela rivendica la famiglia povera, «nessuno dei miei parenti si è mai laureato», e di aver lavorato nelle piantagioni di ananas dopo aver perso il padre a 11 anni per aiutare la madre con le bollette. Si scaglia contro i condo di lusso da 20 milioni di dollari ad appartamento «mentre i veterani hawaiani dormono nelle strade», non accetta donazioni da lobbisti e corporation.

Come Alexandria e Kaniela, Abdul El-Sayed, candidato governatore in Michigan, epidemiologo trentenne, rivendica le sue origini «sarei il primo governatore islamico-americano della storia», promette di liberare i giovani americani dai debiti e dalle tasse universitarie, sogna un’assistenza sanitaria pubblica per tutti.

Come Alexandria e Abdul, la quarantenne Rashida Tlaib, candidata al Congresso per i democratici, fa un po’ a pezzi quell’educazione da buona università che per tutelare i più deboli, i nuovi arrivati, imponeva di dire «americano di origini». Rashida si definisce di Detroit ma anche «palestinese-americana» e «orgogliosamente musulmana».

Un po’ come Trump, ma dalla parte opposta, i giovani socialisti distruggono quel linguaggio ispirato a ideali di eguaglianza, un po’ come Trump non offrono una prospettiva ma parlano di cose concrete. Esattamente come Trump promettono cambiamento. Sembra così lontana l’America di «First Man» ora nei cinema italiani in cui lo sbarco sulla Luna era «un modo per ampliare gli orizzonti dei nostri figli» dicevano Kennedy e un astronauta e non un «costo troppo alto per i contribuenti» come sosteneva in tv lo scrittore Kurt Vonnegut.

Nel 200esimo anniversario della nascita di Karl Marx, il socialismo è tornato nel discorso politico americano

Nel 2018 nessuno vuole e promette la Luna. Ayanna Pressley, candidata democratica in Massachusetts, «prima donna di colore ad essere eletta al consiglio comunale di Boston» (ennesima rivendicazione d’identità e di genere) elenca fra gli obiettivi raggiunti «il mio programma di educazione sessuale e sanitaria poi adottato dal sistema scolastico di Boston e la battaglia per le 75 nuove licenze di liquori, ottenute togliendo il franchising all’80 per cento dei locali nella mia zona, che hanno portato all’apertura di dozzine di ristoranti e alla creazione di centinaia di posti di lavoro».

Bisogna aspettare domattina per conoscere il reale peso elettorale oltre che culturale della squadra di Alexandria ma il primo a non sottovalutare questa variabile è lo stesso Trump. A ottobre la Casa Bianca si è premurata di pubblicare un manifesto di 72 pagine contro il socialismo (The opportunity costs of Socialism) in cui non solo si ricordano i regimi socialisti oppressivi del passato come la Russia sovietica di Lenin e la Cina comunista di Mao Zedong ma si sostiene che una piattaforma socialista e relative politiche portano dritti al modello Venezuela.

Il manifesto trumpiano premette che nel 200esimo anniversario della nascita di Karl Marx, il socialismo è tornato nel discorso politico americano ma è quantomeno dubbio che la pubblicazione del corposo documento avvenga il mese prima del voto con cui il partito del presidente potrebbe perdere la maggioranza delle due camere al Congresso. Il manifesto procede infatti a decomporre la battaglia madre dei «moderni socialisti Usa» ovvero «Medicare per tutti»: «si aspira a essere come i Paesi del Nord Europa ma se si realizzasse una cosa del genere a tasse invariate - si legge nel documento - il budget federale dovrebbe essere dimezzato, in alternativa si dovrebbero alzare così tanto le tasse che il Pil crollerebbe del 9 per cento». Se la Casa Bianca si è mossa è anche perché il presidente sensibile al consenso e reattivo ai sondaggi, di solito annusa l’aria. L’indagine più citata in proposito è quella di Gallup di agosto «I democratici più favorevoli al socialismo che al capitalismo».

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