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Giovanna Furlanetto: cerco di guardare oltre il presente

di Giulia Crivelli

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Giovanna Furlanetto


5' di lettura

Ore sugli aerei e periodi lontani dall’Italia Giovanna Furlanetto, presidente di Furla, ne ha trascorsi tanti. Si è invaghita di molti luoghi e Paesi e ha studiato e continua ad approfondire abitudini e culture diverse dalla nostra. Osserva con curiosità le generazioni più giovani e allo stesso tempo riflette su quelle del passato, come è giusto che sia per la rappresentante della seconda generazione della famiglia fondatrice dell’azienda emiliana di borse e accessori. Cittadina del mondo, per intenderci, ma anche profondamente legata, forse sarebbe meglio dire innamorata, della sua Bologna.

Vengono in mente le parole di Guido Piovene, il cui Viaggio in Italia, secondo Indro Montanelli, avrebbe dovuto essere un testo obbligatorio nelle scuole italiane: «Bologna è tra le città più belle d’Italia e d’Europa. Non esiste città che le assomigli e che possa sostituirla. È bella per la carica, per l’abbondanza del colore. Firenze è magra, longilinea. Invece a Bologna i portici, gli archi, le cupole, tutto fa pensare ad una rotondità carnosa. Lo stesso dialetto, l’accento, sono abbondanti e tondeggianti». Ecco, l’accento: quello di Giovanna Furlanetto è inconfondibile e allo stesso tempo stemperato. Perché niente in questa elegante e sobria imprenditrice è sopra le righe. Ascolta le domande e risponde senza impulsività, con understatement anglosassone ed essenzialità giapponese. «È vero, sento una forte affinità con il Giappone, la sua cultura, i suoi abitanti. Non può essere casuale che si tratti pure del nostro primo mercato, da molti anni ormai: nel 2016 ha assorbito il 24% del fatturato, superando l’Italia, che è al 20% – dice Giovanna Furlanetto -. Per un’azienda che punta alla qualità e non cerca scorciatoie lavorare con i giapponesi è utile e istruttivo: sia i responsabili degli acquisti di negozi o catene, sia i consumatori finali sono ossessionati dai particolari, dalla precisione, dai dettagli. Sanno essere molto fedeli, se trattati con lealtà. Se invece vengono delusi, è difficile riconquistarne la fiducia. Una grande scuola».

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Fondata nel 1927 da Aldo e Margherita Furlanetto, genitori di Giovanna, l’azienda mantiene la sede a San Lazzaro di Savena, alle porte del capoluogo emiliano. In 90 anni (festeggiati in sordina, ça va sans dire) è cresciuta fino a diventare una multinazionale (neppure tanto) tascabile: nel 2016 il fatturato è arrivato a 422 milioni (+24,5% a cambi correnti, +22% a cambi costanti) e l’indice di redditività lorda (ebitda) del 48%. Nella moda e nel lusso nessuno ha avuto un simile passo da lepre nello scorso anno e i primi mesi del 2017 confermano i trend del 2016, come ha spiegato l’amministratore delegato Alberto Camerlengo in occasione della presentazione dei risultati di bilancio (si veda Il Sole 24 Ore del 9 marzo).

«Sono entrata in azienda quando ero molto giovane e non ho fatto tante altre esperienze lavorative. Ho dato tutto quello che potevo a Furla, facendo qualche inevitabile compromesso sul fronte famigliare. Ho sicuramente più tempo per coccolare le mie due nipoti di quanto ne abbia avuto per i miei due figli, ma non ho grandi sensi di colpa. Quello che si dice della qualità del tempo, che può compensare la quantità, è vero. Tornando alla crescita aziendale, ho sempre pensato che seminando con serietà e coerenza avremmo raccolto buoni frutti. Però mai avrei immaginato di arrivare a queste cifre, con un export dell’80%, una presenza in cento Paesi con quasi 500 negozi a insegna Furla e una distribuzione nel canale multimarca che conta altre 1.200 vetrine. L’andamento degli ultimi anni, con una crescita di vendite e utili a due cifre, ha dato molta fiducia a tutte le persone che lavorano con noi in Italia e all’estero. Sono stati infatti anni difficili persino per aziende molto più grandi e strutturate della nostra».

Tra le scelte più felici di Giovanna Furlanetto c’è stata quella di aprirsi a manager esterni, ma non necessariamente a capitali esterni, anche se negli ultimi mesi in ambienti finanziari si è tornato a parlare di una possibile quotazione. «Siamo in grado di autofinanziarci, abbiamo fatto investimenti importanti e coraggiosi nel retail, mai però azzardati. Ho sempre creduto che il problema più grande dell’Italia, in fondo pure della mia città, sia la mancanza di una visione a medio-lungo termine. Si va a caccia del risultato immediato, della soddisfazione di breve periodo. Mi sono quindi sforzata di essere coerente e di dare a Furla l’impostazione opposta: cerco di guardare sempre al quadro d’insieme, mai al particulare, come diceva Guicciardini».

A proposito di quadri, oltre a quella per la sua azienda e la sua famiglia, Giovanna Furlanetto coltiva da sempre la passione per l’arte. «Credo che tutto sia nato dalle visite a musei e mostre che facevo con mio padre, fin da quando ero bambina. Lui però amava l’arte antica, io mi sono avvicinata a quella moderna e poi a quella contemporanea. Definizioni destinate inevitabilmente a invecchiare: diciamo che sono attratta dagli artisti che vivono immersi nel nostro tempo e cercano di raccontarlo o comunque ci offrono punti di vista diversi».

La Fondazione Furla nacque nel 2008, ma il percorso di sostegno all’arte dell’azienda era iniziato nel 2000, con l’istituzione del Premio Furla, curato da Chiara Bertola in tutte le sue edizioni (l’ultima è stata nel 2015): «Negli anni ho comprato opere di artisti che mi avevano particolarmente colpita, ma non avrò mai una collezione privata. Se acquisto qualcosa, lo porto in azienda, dove tutti possono vederlo, trarne ispirazione o solo piacere. Il Premio e la Fondazione hanno un altro scopo. Ambizioso, lo ammetto: incoraggiare e promuovere la cultura contemporanea italiana nelle sue varie espressioni, supportando la creatività dei giovani e costruendo uno spazio di confronto sulla contemporaneità». Di più Giovanna Furlanetto non aggiunge, ma possiamo dire noi che nel corso delle sue dieci edizioni il Premio Furla è passato da annuale a biennale, ha coinvolto nel processo di selezione più di 90 curatori italiani e stranieri, oltre 95 giurati da tutto il mondo e 10 artisti internazionali (madrine e padrini del Premio), che hanno scelto i dieci vincitori tra più di 50 finalisti ed è stato internazionalmente riconosciuto come il concorso italiano di eccellenza a sostegno dei giovani artisti.

Conclusa l’esperienza del Premio, nel giugno 2016 la Fondazione ha deciso di affidare la direzione artistica delle sua attività al centro per l’arte contemporanea di Milano Peep-Hole e dopo meno di quattro mesi si è concretizzata la partnership con il Museo del Novecento. «In settembre avrà inizio la prima “puntata” delle Furla Series, che abbiamo chiamato Time after Time, Space after Space – racconta orgogliosa Giovanna Furlanetto –. Fino a maggio 2018, con cadenza bimestrale, cinque artisti di generazioni e provenienze differenti interpreteranno lo spazio del Museo del Novecento con nuove produzioni di performance che hanno segnato tappe fondamentali della loro carriera: rappresenteranno una pluralità di approcci al linguaggio performativo, un’altra forma d’arte che mi ha sempre affascinata».

La Fondazione è una creatura alla quale Giovanna Furlanetto tiene molto, ma, tornando all’azienda, è altrettanto fiera del programma di welfare Furla for You, costruito sulle esigenze dei singoli Paesi. «In Italia sono considerati molto importanti gli aiuti all’istruzione e alla gestione della famiglia, a Hong Kong darebbero qualsiasi cosa per un giorno in più di ferie – conclude -. L’obiettivo è lo stesso: rendere la vita in azienda più piacevole possibile. Il successo di Furla è quello delle migliaia di persone che ci lavorano e il futuro lo garantisce solo la capacità di attrarre talenti creativi e manageriali».

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