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Giovanni, commercialista e il suo Capodanno difficile nel reparto Covid dello Spallanzani

Ricoverato dal 24 novembre, è uscito dopo parecchi giorni dalla terapia intensiva. La solitudine legato alle macchine e il brindisi liberatorio al nuovo anno

di Nicoletta Cottone

I primi vaccinati in Italia allo Spallanzani

3' di lettura

«Ti auguro un felice anno nuovo. Basterebbe anche uno usato, ma di quelli in cui si stava meglio». Giovanni Di Leo, commercialista, 63 anni, ricoverato allo Spallanzani di Roma dal 23 novembre, saluta così il nuovo anno, con una vignetta di Snoopy e un video dove, con un calice in mano, brinda al nuovo anno con il suo compagno di stanza. Anche i pazienti Covid meno gravi ricoverati in ospedale, hanno potuto brindare all’anno nuovo. Con la speranza che il loro duro confronto con il nuovo coronavirus finisca presto e possano tornare rapidamente in famiglia.

Chiusi in una stanza con doppie porte di ingresso

Dalla stanza con vetrata e doppie porte hanno salutato il personale di turno alzando il calice e sperando in un 2021 migliore. «Ci vuole poco», racconta Giovanni Di Leo, che ora si trova in un reparto di degenza ordinaria per acuti, ma ha dovuto affrontare la terapia intensiva. «Sono sempre stato fatalista - racconta al telefono - e cerco comunque di guardare la vita con serenità e ottimismo».

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L’autoscatto di Giovanni Di Leo nel reparto Covid dello Spallanzani di Roma

Il Covid arriva dalla Rsa

Nella vita della famiglia Di Leo il Covid è arrivato da una Rsa, dove era ricoverata la mamma Leila. «Dopo la difficile prima ondata di Covid, durante la quale non ci avevano mai fatto entrare per proteggere i degenti, la mamma si sentiva abbandonata. Quando abbiamo visto che con la seconda ondata si richiudeva tutto - dice Giovanni Di Leo - abbiamo fatto un lungo consulto di famiglia e ci siamo organizzati per riportarla a casa».

Rientro in famiglia in quarantena senza tampone

La mamma torna a casa il 4 novembre, senza tampone. Dalla Rsa suggeriscono solo una quarantena. Dopo varie avventure con badanti che prima si dicono disponibili e poi recedono, si arriva al 4 novembre: «Sono due settimane che, per sfortuna, destino, fato, stravolgono la mia vita», racconta Giovanni. «Riesco a portare a casa mia madre con tutti i dubbi legati alla sua condizione e al cambiamento della vita familiare. L’avevo vista solo quattro volte da gennaio e, per quanto non pienamente lucida, si sentiva abbandonata da noi. Era molto difficile far capire a una persona di 86 anni in quelle condizioni cosa fosse successo fuori e perché non potevamo vederci più frequentemente».

La famiglia positiva in pochi giorni

La signora non ha sintomi, ma nella Rsa il giorno della dimissione si contano quattro casi Covid. Dopo qualche giorno compare la tosse e la positività per la signora Leila. A casa Di Leo fanno tutti il tampone, ma è troppo presto per conoscere la verità: il responso è tutti negativi. Intanto nella Rsa si contano rapidamente 35 positivi su 80. E con la signora Leila anche Giovanni, la moglie e due dei tre figli sono positivi. Come la badante e il fratello di Giovanni, che era andato a salutare la mamma che non aveva potuto vedere nella Rsa. Tutti asintomatici, tranne Giovanni.

La febbre arriva alta e improvvisa

Venerdì 13 novembre arriva la febbre alta, improvvisa, senza altri sintomi. Domenica 15 anche Giovanni ha la febbre alta e il mal di testa. Si isola subito. I tamponi nel pomeriggio risultano tutti negativi. Il 18 novembre la mamma muore. Giovanni non può andare alle esequie perchè ha già la febbre e sintomi severi. La febbre è altissima e non scende, il mal di testa è fortissimo e incessante, tanto che il 23 novembre viene ricoverato in ospedale. Finisce subito in terapia intensiva allo Spallanzani con una polmonite bilaterale posteriore.

La solitudine agganciato alle macchine

A letto immobile, agganciato alle macchine, può solo cambiare posizione qualche volta al giorno per aiutare i polmoni a riprendere il loro funzionamento. Gli mettono il casco per l’ossigeno. Sente la pressione come quando si è in moto in velocità, c’è il rumore alto delle ventole, nonostante i tappi. Poi la Niv, la ventilazione non invasiva total face, che garantisce un supporto ventilatorio meccanico. «Si è soli, attaccati alle macchine, limitati nei movimenti. Con tanti pensieri nella mente, non certo fausti. Si prova un senso di soffocamento e di paura. Sono stato prono o su un fianco per giorni e giorni, per favorire l’arrivo dell’ossigeno a tutti i campi polmonari». Ha solo parole di elogio per il personale, «stupendo, molto presente e umano». Sono le sole persone che riesce a intravedere, «tutti bardati con le tute bianche, le mascherine, gli occhiali di protezione o lo schermo protettivo». Poi dal 14 dicembre finalmente è fuori dall’intensiva «e pian piano ricomincio a vedere la luce». In reparto la sua ripresa è comunque molto lenta, oggi si sente molto fiacco, ma non perde la grinta e l’ottimismo: «Non vedo l’ora di uscire. Spero sia prestissimo».

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