intervista

Giovanni Gastel, “fotografo della luce”

Al Maxxi di Roma, fino al 22 novembre, in prima assoluta, oltre 200 immagini da Barack Obama a Marco Pannella, da Germano Celant a Ettore Sottsass

di Grazia Lissi

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Al Maxxi di Roma, fino al 22 novembre, in prima assoluta, oltre 200 immagini da Barack Obama a Marco Pannella, da Germano Celant a Ettore Sottsass


3' di lettura

Sguardi, contatti, impressioni che devono essere fermate, fotografate. “The People I like” di Giovanni Gastel, a cura di Uberto Frigerio, è il racconto personale e profondo di centinaia d'incontri che l'artista milanese ha cercato: «Sono ritratti dell'anima».

Maxxi di Roma

Al Maxxi di Roma, fino al 22 novembre, in prima assoluta, oltre 200 immagini da Barack Obama a Marco Pannella, da Germano Celant a Ettore Sottsass, da Bebe Vio a Luciana Littizzetto, da Monica Bellucci a Miriam Leone, da Vasco Rossi a Tiziano Ferro, da Zucchero a Fiorello e molti altri.

Giovanni Gastel, nipote di Luchino Visconti, è considerato fra i maggiori fotografi internazionali di moda. Intellettuale libero, scrittore e poeta, le sue immagini hanno una classicità senza tempo, ogni foto è magnificamente sospesa, mai datata o databile.

In questo viaggio di desideri, amicizie, ricordi entrano oggi i suoi ritratti. E' la sua prima mostra di soli volti.

Un inizio o la sintesi di una ricerca?

«Da quando mi sono convertito al digitale mi sono dedicato al ritratto, mi permette di indagare nella luce delle differenze che ognuno di noi ha».

Alla fine degli anni Settanta è stato fra i primi fotografi italiani a intuire la nascita del Made in Italy.

«Ho sempre amato leggere e scrivere, pensavo avrei fatto solo quello. A 16 anni fotografavo per diletto, la fidanzata d'allora mi ha spronato a intraprendere la professione. Sono un autodidatta puro, una gavetta durissima durata sei anni per imparare. Quando è esploso Made in Italy ero pronto, ho subito lavorato per Vogue Italia e per Donna con Flavio Lucchini con cui ho collaborato per 13 anni».

Giovanni Gastel, i suoi ritratti in mostra al Maxxi

Giovanni Gastel, i suoi ritratti in mostra al Maxxi

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E' considerato il “fotografo della luce”. Cos'ha significato, per lei, lasciare l'analogico per il digitale?

«Ogni mezzo contiene una sua estetica, è affascinante rimettersi in gioco; i nuovi strumenti mi hanno aperto immense possibilità, ho lavorato talmente tanto sulla luce che uso photo shop solo per evidenziare i contrasti, mai per ritocco. Mi sono formato studiando storia dell'arte non della fotografia. La luce deve uscire dal soggetto, l'ho dedotto leggendo le Sacre Scritture: risorgeremo luminosi e perfezionati. La realtà non m'interessa, perché alludervi se come artista ne crei una tutta tua?»

Le sue fotografie di moda sembrano senza tempo, quelle degli anni Ottanta sono ancora attuali. C'è un segreto?

«Ho sempre sperato che ogni mia foto potesse avere una seconda vita, non volevo vivesse solo per la moda di quel momento, pur consapevole della sua funzione e della commissione. Cerco la bellezza, l'imperfezione che diventa perfetta».

E' anche uno scrittore, non le bastava essere un grande fotografo?

«Attraverso la fotografia descrivo il mondo che mi era stato promesso: elegante, di gentiluomini rispettosi verso le donne. Sono stato educato da genitori anziani vissuti fuori dal mondo fra ville, castelli, luoghi meravigliosi; quando ho varcato il cancello ho scoperto tutt'altro. Mi sono accorto di non avere gli strumenti per vivere in quella società, l'unica cosa che potevo fare era raccontare quel mondo mancato con la fotografia. Nella poesia, nella scrittura entro nella mia anima profonda e allora racconto il dolore, le gioie, le perdite come quella dell'amico Germano Celant, il suo ritratto è in mostra».

Come mai nessuno dei suoi figli ha intrapreso la sua strada?

«Il mio motto è liberi tutti, ognuno ha scelto liberamente la propria carriera. Mia madre mi ha insegnato a parlar poco del mio mestiere sia in famiglia sia in società».

Il digitale ha cambiato il mercato fotografico?

«La fotografia si è sdoppiata, con gli smartphone la gente si parla attraverso foto ma è solo una trasmissione di dati. Questo rituale non influenzerà il mondo dei professionisti che continueranno a dare immagini iconiche. La fotografia professionale diventerà solo d'autore, la parte tecnica ormai è alla portata di tutti».


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