Cassazione

Gioventù e buona salute non aumentano le chance di sopravvivenza se il danno è scoperto tardi

Annullata la condanna della dottoressa che aveva visitato il giovane uomo dopo 40 ore dall’insorgenza di una peritonite causata da un errore chirurgico

di Patrizia Maciocchi

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2' di lettura

Il giudice non può attribuire un peso decisivo alla giovane età del paziente alla sua tempra forte, all’assenza di altre patologie e alla voglia di vivere, per spostare l’asticella delle probabilità in favore della sopravvivenza se il danno grave, frutto di un errore chirurgico è stato scoperto tardi.

Annullata condanna per omicidio colposo

La Cassazione, con la sentenza 30229, annulla la condanna per omicidio colposo, inflitta ad un medico ospedaliero le cui omissioni nel decorso post operatorio di un paziente di 43 anni erano state considerate fatali. L’errore, che si era poi rivelato irreparabile, era stato commesso in sala operatoria: una perforazione che aveva avuto come conseguenza una peritonite. Per i giudici di merito il ritardo nella diagnosi che, l’imputata doveva fare anche attraverso esami strumentali, aveva causato una morte che aveva un 50% di possibilità di essere evitata. A far propendere per l’esito fausto, anziché per quello infausto, erano state la caratteristiche del paziente: dall’età alle buone condizioni generali.

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Il fattore tempo

Per la Suprema corte però sono fattori che non hanno un valore assoluto ma vanno valutati, in maniera logica, in base al caso specifico. E nella vicenda esaminata non possono essere considerati determinanti, a fronte di una perforazione colica, soprattutto di origine post-operatoria, che, statisticamente, ha una mortalità molto elevata. Secondo il perito, infatti, «l’intervento chirurgico deve essere eseguito entro 24 ore per avere buone possibilità di sopravvivenza dei pazienti». E proprio sui tempi la Cassazione fonda la sua decisione per affermare il cattivo uso fatto degli indizi disponibili per arrivare ad affermare il nesso omissione-morte.

Gli elementi già valutati all’arrivo in ospedale

La ricorrente aveva, infatti, visitato il paziente quando la grave patologia era già in atto da 40 ore. Troppo, per dargli la percentuale di chance che la Corte d’Appello, come il Tribunale, aveva fondato su elementi già valutati, insieme all’età, all’ingresso in ospedale: «tempra, ottime capacità di recupero e di reazione sulla malattia, buone risorse energetiche, forza e vitalità non disgiunte da una forte componente psichica di voglia di vivere». Caratteristiche che, dopo l’errore commesso in sala operatoria, e il tempo trascorso dall’insorgenza della malattia, non hanno più la stessa importanza.

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