ciclismo

Giro d’Italia, al via l’edizione numero cento. Sfida tra Nibali e Quintana

di Dario Ceccarelli

default onloading pic
(Ansa)


4' di lettura

Giro giro tondo. Che più tondo non si può, visto che questa è l'edizione numero cento e che, partendo oggi dalla Sardegna (Alghero), passa dalla Sicilia per risalire la Penisola fino all'arrivo di Milano (28 maggio): da dove il Giro d'Italia il 13 maggio 1909 cominciò la sua storia con la prima edizione vinta da Luigi Ganna, muratore di Varese, dopo 397 chilometri e tre successi di tappa.
Erano altri tempi con frazioni lunghe circa 400 chilometri. Ai cronisti che gli chiedono come si senta dopo l'impresa, Ganna risponde con una frase che entra d'autorità nella storia: “Me brusa el cù”.

Alghero in «rosa» per l’avvio del Giro d’Italia

Alghero in «rosa» per l’avvio del Giro d’Italia

Photogallery14 foto

Visualizza

Tornando al presente, questo centesimo Giro è un bel giro, almeno sulla carta. Di quelli che ti obbligano a ricordare che l’Italia è un Paese unico al mondo. Con montagne da copertina come il Mortirolo (dedicato a Michele Scarponi) il passo dello Stelvio, Oropa, Grappa e il Tonale. Spiagge come Cefalù, vulcani come l'Etna, perle rare come Alberobello.

L'Italia è lunga è stretta, quindi complicata da fare in bicicletta. Ma questa complicazione è anche il suo fascino: dalla montagna al mare ci arrivi in un attimo. Per questo i francesi un po' ci invidiano: perché al Giro tutto può succedere. E tutto è a portata di mano. Il Giro si esalta nei cambiamenti repentini di scenario. Si va in apnea: fai una curva e si apre un altro mondo. Il tour invece è più largo, più profondo, con una campagna infinita che dilata la corsa fino alla esasperazione.

Grande scenario, quindi, questo Giro. Ma gli interpreti? Un vecchio detto del ciclismo ricorda che la corsa la fanno i corridori. Un luogo comune che ha una sua verità. Nel senso che in una tappa puoi metterci anche il K2, ma se poi non c'è battaglia svanisce la magia.

Ma questo rischio non c'è. Come in ogni corsa a tappe che si rispetti, uscito di scena per problemi al ginocchio Fabio Aru, il copione prevede una sfida tra due campioni che hanno classe e carisma per dare pepe al menu.

Il primo è il super favorito, il colombiano Nairo Quintana, 27 anni anni, uno scalatore che sorride solo in corrispondenza di particolarissime congiunzioni astrali. L'altro pezzo da novanta è il nostro Vincenzo Nibali , siciliano di 32 anni, anche lui poco incline alla facile allegria.

Due ottimi avversari. Avviato all'apice il colombiano, verso l'autunno della carriera lo Squalo di Messina, maglia rosa 2016.
Uno Squalo però coi denti ancora affilati e con un obiettivo non secondario: vincere il suo terzo Giro d'Italia. Un evento che lo affiancherebbe al mitico Bernard Hinault (tre volte maglia rosa) e all'altrettanto mitico Miguel Indurain, ultimo realizzatore di una doppietta consecutiva nell'ormai lontano (1992-1993) ciclismo degli anni Novanta.

Giro d’Italia, i campionissimi in maglia rosa

Giro d’Italia, i campionissimi in maglia rosa

Photogallery22 foto

Visualizza

È bene dire che i bookmakers danno tutti vincente il colombiano con una quota molto bassa (2,00). Il motivo è semplice: Quintana ha già conquistato la maglia rosa nel 2014 e vuole, fortissimamente vuole, bissare il successo per poi andare in Francia a giocarsi anche il Tour. Tutta la sua preparazione è finalizzata a questo obiettivo. E lo si è visto alla Tirreno-Adriatico, un Giro un miniatura, dove il colombiano ha dominato dimostrandosi imbattibile in salita. E lo ha ribadito pochi giorni fa al Giro delle Asturie.

Altrettanto non può dirsi di Nibali, brillante finora solo al recente Giro di Croazia. Però Nibali è uno che non molla. Lo si è visto quando ha vinto il Tour: e lo si è visto l'anno scorso quando con una formidabile rimonta sul Colle dell'Agnello ha strappato via in extremis la maglia rosa all'olandese Steven Kruijswijk, finito a gambe all'aria in discesa contro un mucchio di neve quando ormai sembrava lanciato verso il successo.

Ecco, qui usciamo alla sfida tra i due big, per entrare nel campo degli outsiders. Che poi tanto comprimari non sono. A partire proprio dall'olandese volante che quest'anno punta al riscatto dopo aver chiesto, immaginiamo, qualche raccomandazione al santo protettore dei ciclisti. Un santo che personalmente non conosciamo ma che, di sicuro, non conosce neanche Kruijswijk, un tipo che per sua sfortuna porta anche un nome così complicato da alienarsi qualsiasi simpatia.

Fuori dalle ironie, l'olandese della Lotto Nl-Jumbo punta al Giro con grande determinazione. Bisogna vedere se ha imparato qualcosa dai suoi errori. Anche nel 2015 infatti era uscito di classifica per incidenti vari. Inoltre Kruijswijk non potrà più contare sul fattore sorpresa.

Le più grandi imprese del Giro d’Italia

Le più grandi imprese del Giro d’Italia

Photogallery15 foto

Visualizza

Altri nomi? Ce ne sono diversi. Tra gli scalatori ricordiamo il britannico Adam Yates, vincitore della classifica dei giovani del Tour de France 2016. Poi il francese Thibaut Pinot, anche lui forte in salita e decisamente migliorato a cronometro. Ben quotati anche il basco Mikel Landa, atteso a un prova importante assieme a Geraint Thomas, l'uomo di punta della Sky.

Due parole a proposito del Super Team Sky. Come è noto, lo squadrone britannico non è mai riuscito a salire sul podio del Giro. È l'unica corsa a tappe che gli manca. E ormai, come tutti gli oggetti del desiderio che non si raggiungono, il Giro per Sky è diventato una specie di ossessione. Tanto che, quest'anno, pur di contare su una squadra forte in salita, Sky ha lasciato anche a casa il nostro velocista Elia Viviani, il primo olimpionico su pista a Rio dopo 20 anni.

Viviani c'è rimasto malissimo («Volevo godermi l'oro di Rio con i tifosi»). Tra l'altro l'azzurro, come ha dimostrato al recente Romandia, è in ottima forma. E di sicuro avrebbe portato a Sky, con uno dei suoi sprint, qualche vittoria di tappa e un buon ritorno pubblicitario.

Ma questo è il ciclismo 2.0, il ciclismo globalizzante che non tiene tiene conto di parole astruse come radici o bandiere. Come diceva un francese, “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce.” Ma non era un team manager o un direttore sportivo: era il filosofo e matematico Blaise Pascal, un visionario che non verrebbe mai assunto dal Super Team Sky.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti