ciclismo

Giro di Lombardia, vince l’olandese Mollema. Italia da dimenticare

Il corridore della Trek Segafredo si impone in solitaria nella 113esima edizione della gara con un tempo di 5h 52’ 59”. Dietro di lui lo spagnolo Valverde e il colombiano Bernal, arrivati a 20”. Male gli italiani

di Dario Ceccarelli


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L’olandese Mollema festeggia la vittoria al Giro di Lombardia (Afp)

3' di lettura

Eccolo qua, l’ultimo atto del ciclismo. Al Giro di Lombardia, la classica che chiude la stagione, la vittoria va a chi non te l’aspetti, come spesso succede quando troppi big si marcano stretti. Vai tu che vado io e, alla fine, l’olandese Bauke Mollema sulla salita del Civiglio, a una ventina di chilometri dal traguardo di Como, saluta la prestigiosa compagnia e se ne va indisturbato sorprendendo tutti.

L’ azione di Mollema, capitano della Trek Segafredo, 13 vittorie in carriera, non lascia scampo alla tardiva reazione dei big. Una splendida vittoria, quella dell’olandese, che arriva da solo seguito a 16 secondi dal campione del modo Alejandro Valverde e dal colombiano Egan Bernal, vincitore giovedì scorso del Gran Piemonte. Lo sconfitto di giornata è lo sloveno Primoz Roglic, grande favorito, ma troppo attendista. Forse ha sbagliato tattica, forse semplicemente non aveva più benzina. Male anche il nostro Vincenzo Nibali, rimasto attardato quando è esplosa la bagarre.
E così il grande ciclismo va in vacanza. E ci va dopo un anno che resterà negli annali come una stagione di frontiera, quasi rivoluzionaria rispetto alla tradizione. La prima notazione da fare è che non esiste più un baricentro geografico e linguistico.

Ormai il ciclismo è uno sport completamente poliglotta. Una volta la lingua ufficiale era il francese, poi sono aggiunti l’inglese e il tedesco, adesso è una Torre di Babele a forte impronta latino americana. Pensiamo ai Grandi Giro: mai un corridore equadoriano (Richard Carapaz) aveva vinto un Giro d’Italia. Lo stesso per il Tour e France dove un colombiano (Egan Bernal) ha conquistato per la prima volta la maglia gialla. Ma non basta. Pensiamo allo sloveno Roglic vincitore della Vuelta e di 13 corse nel 2019. Anche il recente mondiale, corso due settimane fa in Gran Bretagna, ha visto emergere un perfetto sconosciuto, quel Mads Pedersen che ha battuto alla sprint il nostro Trentin. Anche questa è una novità perchè mai la Danimarca si era imposta in un campionato mondiale.

Insomma, il ciclismo sta cambiando pelle. E soprattutto porta sulle strade corridori nuovi, di paesi periferici, che hanno un gran voglia di affermarsi, di dare un senso e una finalità ai loro sacrifici. «Hanno fame», si diceva una volta dei nostri corridori degli anni eroici e poi del boom. Corridori come Felice Gimondi, morto il 16 agosto, cui è stato dedicato questo Lombardia. Corridori che venivano da famiglie povere, di operai e contadini, che vedevano nel ciclismo un mezzo pr crescere socialmente. Anche per questo il ciclismo italiano fa fatica a imporre nuovi campioni. Anche se quest'anno qualche passo avanti, bisogna dirlo, c'è stato. Pensiamo allo splendido successo di Alberto Bettiol al Giro delle Fiandre.

Il secondo posto di Vincenzo Nibali a Giro d’Italia. Poi sempre al Giro la settimana in maglia rosa di Valerio Conti e al Tour i due giorni in maglia gialla di Giulio Ciccone. Oltre ai tanti successi di Elia Viviani (tra questi anche il campionato europeo) non si può dimenticare il secondo posto della nazionale di Davide Cassani ai mondiali su strada. Un secondo posto che poteva anche essere un primo ma che evidenzia la crescita di un movimento da troppo tempo più abituato a vivere di ricordi che essere protagonista. Il nostro problema sono le corse a tappe. Con Nibali che va verso i 35 anni, e Fabio Aru che non riesce più a ritrovarsi, non sarà facile trovare un'alternativa. Nibali ci ha abituato troppo bene.

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