Interventi

Giù le mani dai fondi strutturali

di Francesco Crespi* e Andrea Filippetti**


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(tunedin - stock.adobe.com)

4' di lettura

L'intervista rilasciata domenica al Sole 24 Ore dal Commissario europeo Gentiloni conferma l'ipotesi di utilizzare i fondi strutturali europei non ancora impegnati come uno dei meccanismi per finanziare le spese straordinarie a seguito dell'emergenza Covid-19. Tale modalità di finanziamento ha il vantaggio di essere rapidamente attivabile, a differenza di quelle alternative ancora da definire, come emissione di bond europei o Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), in quanto i fondi sono di fatto già disponibili. Tuttavia è importante evidenziare come sia fondamentale non confondere una esigenza di cassa con un cambio di strategia. Se da un lato infatti può essere utile mettere immediatamente in campo queste risorse per risolvere un problema di liquidità nell'immediato, va stabilito che questi fondi dovranno essere rapidamente rimpiazzati attraverso gli altri strumenti di finanziamento attualmente in discussione e di cui si auspica una veloce messa a punto.

Un equivoco che è bene subito chiarire poiché i fondi strutturali rappresentano, pur nelle grandi difficoltà e inefficienze di implementazione, una delle leve su cui poggiare le prospettive di ripresa del paese, in particolare delle aree maggiormente svantaggiate, ovvero quelle del Mezzogiorno. Si tratta, infatti, di fondi per la banda larga, ricerca e innovazione, formazione, sviluppo sostenibile. La ripartizione di questi fondi è il risultato di un ampio processo di condivisione che ha avuto luogo nel 2013-2014, con il coinvolgimento di Regioni, Stati membri e Commissione Europea, e che è confluito nella strategia di Specializzazione intelligente 2014-2020. Sono pertanto interventi ritagliati a misura sul territorio, che nel caso delle regioni del Sud costituiscono una fonte primaria di investimento. Per avere un'idea circa la rilevanza delle politiche di coesione per il finanziamento della ricerca nelle regioni meridionali, la quota di ricerca e sviluppo finanziata dalla politica di coesione è di poco inferiore al 50% nel caso della Sicilia e della Campania, mentre nel caso della Puglia sale al 55% per arrivare all'83% per la Calabria.

Di quanto stiamo parlando. Le stime sui fondi disponibili nei due programmi maggiori, il Fondo Sociale Europeo (FSE) e il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) sono, rispettivamente, pari a 5,5 e 4,7 miliardi di Euro, per un totale di 10,2 miliardi, se si considerano le somme “allocate” fino al 31 dicembre 2019. Se invece si escludono solo le somme “impegnate”, all'ultimo aggiornamento utile, il 31 ottobre 2019, le somme disponibili risultano pari a 8,1 miliardi (FSE) e 16,5 miliardi (FESR), e quindi la disponibilità sale complessivamente a 24,6 miliardi. Tenendo conto degli ulteriori impegni dal 31 ottobre a oggi, e di una quota di riserva per fondi allocati che si trasformeranno in impegni (ad esempio bandi avviati ma non ultimati), è verosimile immaginare una disponibilità di risorse complessive per un ammontare compreso tra 24,6 e 16,5 miliardi.

Il governo ha due strade da percorrere se si vuole utilizzare questa via. Una riprogrammazione snella che prevede lo spostamento di risorse all'interno dei due fondi. All'interno del FSE si potrebbero dirottare le risorse disponibili verso misure a sostegno della disoccupazione e le piccole e medie imprese. Questo richiederebbe una procedura negoziale con la Commissione non particolarmente gravosa, e che viene di norma perseguita nell'ultima parte di programmazione per agevolare la spesa delle risorse residue. Una seconda strada prevede invece il disimpegno complessivo dei fondi residui per dirottarli verso spese, al di fuori di quelle programmate, come il potenziamento dei sistemi sanitari regionali o forme di sostegno al reddito. In questo caso occorre un passaggio con la Commissione maggiormente impegnativo che implica una modifica dei regolamenti la cui portata non ha precedenti.

In questo quadro, una proposta operativa potrebbe essere quella di destinare, a fini di cassa, tali risorse per sostenere tempestivamente le imprese in difficoltà, in particolare le PMI, attraverso strumenti di garanzia per assicurare liquidità, e il finanziamento degli ammortizzatori sociali, nonché delle attrezzature sanitarie ove necessario. Tuttavia, questi fondi restano di competenza delle regioni. Durante questo periodo di interruzione nell'utilizzo dei fondi strutturali, che nei fatti sta già avendo luogo, si dovrebbe consentire alle regioni una riprogrammazione delle risorse di competenza restanti, al fine di riorientare le priorità rispetto al nuovo contesto socio-economico che emergerà al termine della crisi. Si potrebbe, a tal fine, richiedere alla Commissione Europea un allungamento del tempo per spendere i fondi (nell'ordine di 3 – 6 mesi). Un'alternativa potrebbe essere quella di una riprogrammazione radicale dei fondi strutturali per finanziare una serie di progetti finalizzati al rilancio economico nel contesto post-Covid-19. Le nostre proposte consentono da un lato di destinare le risorse che sono in cassa all'emergenza, e dall'altro non intaccano la spesa dei fondi strutturali, che anzi potrebbe, se opportunamente rimodulata, incidere maggiormente sul rilancio economico post-crisi.

D'altra parte, inutile nasconderlo, oltre ad un problema di efficienza esiste anche un problema di equità, anzi due. In primo luogo, come ricordato, i fondi strutturali sono diretti principalmente al Mezzogiorno mentre in questo momento le necessità di intervento sono maggiori al Nord. Inoltre, anche all'interno delle regioni del Sud la capacità di spesa dei fondi europei non è omogenea e quindi maggiori sono i residui non spesi nelle realtà meno efficienti a cui in sostanza verranno sottratte in proporzione più risorse. Si dirà giusto così, ma non lo è, poiché è probabilmente proprio in quelle aree che maggiore è l'esigenza di finanziare investimenti e dove il fattore tempo è rilevante per consentire alle politiche di essere implementate e di dispiegare i propri effetti.

In conclusione, se strettamente necessario, bene quindi impiegare subito queste risorse come fondo cassa per l'emergenza, anche in ragione del fatto che la programmazione regionale ha subito una pausa fisiologica. Tuttavia, con l'impegno inderogabile a non lasciare la cassa vuota, in quanto trattasi di risorse essenziali per gli investimenti e il rilancio dell'economia dopo la crisi. Il venir meno di queste risorse rappresenterebbe un colpo pesante per le strategie di investimento proprio di quel sottoinsieme di imprese del Mezzogiorno, che come segnala l'ultimo rapporto SVIMEZ, hanno dimostrato maggiore capacità di resilienza nella crisi e continuano ad essere efficienti e competitive sui mercati. Nella fretta quindi, facciamo grande attenzione a non segare uno di quei rami su cui poggiano le prospettive di ripresa economica di ampie aree del paese.

(*) - Università Roma Tre
(**) - Consiglio Nazionale delle Ricerche

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