la proposta

«Giù le mani dal Prosecco, il nome deve restare al centro dell’etichetta»

A prendere posizione con forza è Domenico Scimone, general manager di Carpené Malvolti contri quei produttori che nello scorso settembre avevano annunciato di voler rinunciare al nome prosecco

di Giorgio dell'Orefice


Prosecco 55esimo sito italiano Patrimonio dell'umanita'

4' di lettura

«Giù le mani dalla parola Prosecco» nel senso che quel termine non va toccato e va lasciato lì dove ha fatto la fortuna di una denominazione: al centro delle etichette, in bella vista sulle bottiglie.
A prendere posizione con forza e a rispondere a quei produttori (l’etichetta Col Vetoraz e le cantine riunite nella “Confraternita di Valdobbiadene”) che nello scorso settembre avevano annunciato di voler rinunciare al nome Prosecco perché il termine si sarebbe troppo inflazionato, è Domenico Scimone, general manager di Carpené Malvolti.

Una presa di posizione forte giustificata dal ruolo che l'azienda trevigiana ha svolto per lo sviluppo delle bollicine venete. Carpené Malvolti è infatti uno dei brand storici del Prosecco di Conegliano Valdobbiadene laddove storico non è un aggettivo altisonante abusato a caso. Carpené Malvolti per iniziativa di Etile Carpené, nonno dell'attuale presidente, fu infatti la prima azienda a riportare il nome Prosecco sulle etichette, nel 1924, molto prima del riconoscimento della denominazione d'origine Prosecco di Conegliano Valdobbiadene avvenuta solo nel 1969. «Quella scelta di Etile Carpené – spiega Scimone – fu dettata dalla nascita della denominazione Champagne in Francia il che impedì al nostro spumante di etichettarsi, come era avvenuto nei primi anni del secolo scorso, come lo “Champagne italiano”. In più, con questa iniziativa Etile Carpené indicando in etichetta oltre al nome Prosecco anche la dicitura ‘vino amabile dei Colli di Valdobbiadene' gettò le basi di quella che 45 anni più tardi sarebbe diventata la nostra prima Doc».

Un'azienda che da 95 anni usa il nome Prosecco in etichetta come può definire l'iniziativa di chi invece si dice pronto a rinunciare a questo termine?
Semplicemente di corto respiro, alquanto autoreferenziale se proprio non vogliamo dire un po' provinciale

Ci va giù duro…
Il punto è che io considero Prosecco una “parola magica”. Il perno di quello che è universalmente riconosciuto come il più grande fenomeno enologico di questi anni. Anni in cui si è passati da poche decine di milioni di bottiglie a oltre 600 milioni tra Doc e Docg. Un prodotto che ha destagionalizzato i consumi di spumante fino a non molti anni fa limitati alle festività di fine anno e alle ricorrenze speciali. Grazie al Prosecco è stata inventata u na nuova categoria di consumo di vino quella dei consumatori di bollicine a 360 gradi che spaziano cioè dall'aperitivo al tutto pasto. Un boom innescato dalla nuova riorganizzazione della denominazione del 2009 che ha creato la macro Doc del Prosecco (che abbraccia da Padova al paesino di Prosecco in provincia di Trieste in Friuli) e la Docg della zona storica di Conegliano Valdobbiadene.

Un passaggio importante?
Una rivoluzione, perché da quel momento il termine Prosecco che in passato aveva contrassegnato erroneamente tanto una varietà di uva (il vitigno del Prosecco si chiama invece Glera) quando una tipologia di vino è diventato invece un termine geografico, espressione di un territorio alla pari dello Champagne.

Voler cancellare quel termine dalle etichette equivale a rinnegare tutto questo?
Certo e anche in maniera ingenerosa perché la nostra denominazione da diversi anni a questa parte è quella che assicura ai propri viticoltori la redditività più elevata di qualsiasi altra denominazione in Italia. Ma, soprattutto, si tratta di un'iniziativa di corto respiro perché rinnega la forza trainante di questo termine. Io mi chiedo quante bottiglie venderebbe la Docg di Asolo e Colli Asolani, che molti consumatori neanche conoscono, se non utilizzasse la parola Prosecco? Direi poche, non certo i 15 milioni che vende. E ancora: perché l'Asti, altro celebre spumante made in Italy appena qualche anno fa ha modificato il proprio disciplinare creando una tipologia alternativa allo spumante dolce e l'ha chiamata Asti Secco? Non c'entra nulla l'assonanza con il Prosecco? E perché da Dan Murphy's una delle principali catene distributive australiane sugli scaffali nell'area Prosecco due terzi delle bottiglie vengono dal Veneto ma ormai 1/3 viene da Australia e Nuova Zelanda e non possiamo impedirlo per l'assenza di accordi bilaterali con questi paesi? Il tutto senza che gli spumanti australiani e neozelandesi abbiano alcun elemento in comune con le nostre bollicine.

Tutti elementi che confermano l'appetibilità del termine sui mercati
Appunto. Anche di fronte al fatto che tutti ci copiano da noi c'è qualcuno che si dice convinto che siamo in presenza di un termine inflazionato e da dismettere. A me sembra solo un volersi far male. Una vetta di masochismo difficilmente raggiunta prima persino in un paese vocato al farsi male, come l'Italia.
Lei invece quale strategia propone?

Quella di puntare a valorizzare ancora di più la parola Prosecco facendo leva sul recente riconoscimento come patrimonio Unesco delle Colline di Conegliano e Valdobbiadene che possono richiamare molti turisti sul nostro territorio e scommettendo sulla distintività e sulla segmentazione del Prosecco garantita dai micro cru delle 43 Rive che si aggiungono alla storica area di pregio del Cartizze.

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