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Giudici e arsenali: negli Usa primo caso sul diritto alle armi davanti alla Corte Suprema in 10 anni

La nuova maggioranza conservatrice della Supreme Court potrebbe varare nuove protezioni alla diffusione di pistole e fucili nonostante stragi e movimenti riformatori. Lo scontro tra la lobby della Nra contro la città e lo stato di New York

di Marco Valsania


Negli Usa sfida alla lobby delle armi

7' di lettura

New York - La Corte Suprema si fa carico di uno dei drammi politici e sociali da sempre più delicati negli Stati Uniti: nuovi ampliamenti oppure maggiori limiti e controlli alla diffusione delle armi e alla loro protezione costituzionale. La posta in gioco è ben più alta di ridefinizioni tecniche o legali: si misura in miliardi di dollari di giro d'affari, nell'incommensurabile dolore e nelle infinite polemiche per il numero di stragi commesse con armi da fuoco spesso da guerra, nella vasta influenza elettorale e culturale della lobby delle armi.

Gli alti magistrati americani hanno iniziato lunedì 2 dicembre le udienze sul primo caso sulle armi che hanno deciso di discutere e decidere in quasi dieci anni, una rarità che è segno stesso dell'intenso dibattito che divide i policymaker e il Paese. E se un verdetto è previsto soltanto entro la fine del prossimo giugno, scadenza dell'anno giudiziario, le posizioni in lotta sono già emerse chiaramente: le organizzazioni pro-armi chiedono espansioni del possesso di pistole e fucili, considerato diritto inalienable quando non divino; una serie di autorità locali e associazioni dei diritti civili e delle vittime invocano al contrario restrizioni, preoccupate della violenza causata dagli arsenali facili. Saranno ascoltate da una Corte oggi diventata più conservatrice e che, secondo gli esperti, potrebbe quindi propendere, almeno in parte, per le istanze pro-armi nonostante sondaggi dell'opinione pubblica e movimenti studenteschi chiedano invece interventi di riforma alla luce delle periodiche stragi nel Paese, aggravate dalla facilità nell'acquisto di armi letali.

New York contro la Nra
Il caso in discussione nasce da un ricorso presentato da tre proprietari di armi e dalla sede locale della lobby National Rifle Association contro la città e lo stato di New York per quelle che considera normative troppo restrittive e in violazione della Costituzione e del suo Secondo Emendamento. Le norme in questione, in realtà, sono state già ritirate dalle autorità locali, con l'intento proprio di evitare il rischio di sconfitte tra gli alti magistrati. Ma i querelanti hanno deciso di proseguire ugualmente nella battaglia legale con l'obiettivo di ottenere rafforzate protezioni per i proprietari di armi ovunque. E la Corte Suprema ha accettato di ascoltare comunque il caso. Le regole originali volute da New York proibivano il trasporto di pistole, anche scariche, fuori da casa verso luoghi che non fossero sette designati poligoni di tiro entro i confini cittadini. Non potevano essere quindi portate verso una seconda abitazione o in poligoni oltre i confini della città e dallo stato. La ragione dei limiti: il fatto che New York è la città più densamente popolata del Paese - 27.000 residenti ogni miglio quadrato e un pullulare di scuole, asili, palazzi governativi, chiese. Le restrizioni erano dunque imposte dalla necessità di preservare la sicurezza di tutti. Sono ragioni alle quali i tribunali di grado inferiore alla Corte Suprema avevano dato ascolto.

La nuova maggioranza alla Corte Suprema
La partita è però diversa in seno alla Corte Suprema. Oggi il giudice e che agiva in passato da ago della bilancia sulla questione delle armi, Anthony Kennedy, si è ritirato. E al suo posto su nomina di Donald Trump è subentrato Brett Kavanaugh, considerato, stando alle opinioni finora espresse, fedele agli argomenti della lobby delle armi. È su questa frontiera, accanto alla questione del diritto d'aborto delle donne sulla quale a sua volta la Corte dovrebbe esprimersi e dove sono in gioco al contrario maggiori strette, che lo spostamento a destra della Corte Suprema potrebbe così farsi sentire più marcatamente. La presenza di Kavanaugh è considerata esplicitamente di buon auspicio dai legali della Nra, che contano di strappare un nuovo precedente legale ancora più favorevole al porto d'armi.

I precedenti
L'ultima, lunga sterzata pro-armi alla Corte Suprema era in realtà iniziata nel 2008 con il verdetto nel cosiddetto caso Distretto di Columbia contro Heller. Allora vennero bocciate norme restrittive imposte dalla capitale Washington Dc, con la maggioranza della Corte guidata dall'ideologo conservatore italo-americano Anthony Scalia (scomparso prematuramente nel 2016 ma sostituito da un altro magistrato conservatore, Neil Gorsuch, sempre scelto da Trump).

Fu Scalia nel 2008 a ricevere l'incarico dalla maggioranza ormai saldamente conservatrice della Corte di mettere nero su bianco la vittoria della lobby pro-armi: sconfessò di fatto due secoli di giurisprudenza per spiegare come le scarne righe del Secondo Emendamento conferissero un chiaro diritto costituzionale individuale al possesso di armi. Un'ipotesi tacciata da uno stesso presidente conservatore della Corte Suprema tra il 1969 e il 1986, Warren Burger nominato da Richard Nixon, alla stregua di “pretestuosa truffa”. Due anni dopo, nel 2010, in un caso denominato McDonald v. City of Chicago, la sentenza Heller venne estesa su scala nazionale, asserendone la validità per le legislazioni statali e non solo federali su possesso e uso di arsenali. Quelle decisioni, tuttavia, restano tuttora parzialmente circoscritte: si concentravano anzitutto sul diritto a possedere armi in casa propria e per autodifesa. Kennedy aveva inoltre imposto alcune barriere in cambio del proprio, indispensabile voto: la Corte affermo così che «non esistono dubbi» su divieti esistenti nel «porto di armi in luoghi delicati quali scuole e edifici governativi» o in una messa al bando di armi giudicate «pericolose e insolite».

Un confuso emendamento costituzionale
Alla radice della controversia, come accennato, è il testo originale del Secondo Emendamento della Costituzione, considerato da molti storici e esperti legali confuso, dalle interpretazioni quantomeno discutibili e nell'insieme tra i meno autorevoli del documento: «Una ben regolamentata milizia, essendo necessaria alla sicurezza di un libero Stato, il diritto del popolo di tenere e portare armi, non sarà violato». Collocato nel contesto storico d'origine, afferma lo storico e giurista Michael Waldman, significa con sicurezza solo una cosa, che tutti gli americani «hanno il diritto alle armi…per esplicare il loro dovere di cittadini-soldati nelle milizie», concetto allora comprensibile quanto oggi obsoleto se non sotto forma della partecipazione alla guardia nazionale. Quel testo, oggi diventato così importante da definire una lunga battaglia politica e culturale, venne oltretutto alle origini preparato e approvato senza grandi dibattiti e annotazioni, senza inni all'autodifesa e semmai come concessione del tutto marginale dei padri fondatori a regioni rurali e preoccupate dalla necessaria centralizzazione del potere federale alla quale tenevano. Il Secondo Emendamento, insomma, sarebbe stato storicamente anzitutto un quid pro quo pragmatico per ottenere il passaggio della Costituzione, dalle conseguenze sottovalutate e senza stabilire affatto con chiarezza un diritto assoluto individuale.

Business da miliardi
Ma dietro quell'emendamento e le sue interpretazioni negli anni si sono schierati interessi sempre più forti, di business e politici. L'impatto economico complessivo del settore armi e munizioni viene stimato dalla National Shooting Sports Foundation in 52,1 miliardi, rispetto ai 19,1 miliardi di dieci anni or sono, un incremento del 171 per cento. Dà lavoro a 312.000 persone, un aumento dell'88% nello stesso periodo.

Economic Impact - Report 2019

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Vengono prodotte almeno otto milioni di armi per uso civile l'anno, con fucile, pistole e accessori che rappresentano il 65% delle vendite del settore, mentre le munizioni il 35 per cento. In tutto negli Usa ci sono oggi corse 280 milioni di armi da fuoco, quasi una per ciascun abitante neonati compresi. E forse la metà delle famiglie ne possiede almeno una.

La lobby Nra
La Nra è l'altro grande motivo delle continue sconfitte di legislazioni restrittive sulle armi. Di recente è stata scossa da rivolte interne e vasti scandali, di eccessi di spesa e corruzione ai vertici fino al suo veterano chief executive, Wayne LaPierre. Ma è sopravvissuta. Vanta 5,5 milioni di iscritti e il suo raggio d'azione è moltiplicato dalle sue efficaci campagne politiche e a sostegno di candidati locali e nazionali, tra i quali Trump al quale donò fin dagli inizi della prima corsa presidenziale ben 30 milioni.

La “rivoluzione politica” in America che ha affermato la supremazia delle armi prende però le mosse non dal Far West o dall'epoca coloniale. È storia assai più recente. Comincia negli anni Settanta quando la Nra si trasforma da associazione di cacciatori e sportivi in influente e molto ben organizzato gruppo di lobby sotto la leadership d'una pattuglia di legali ultra-conservatori determinati a iscrivere il diritto alle armi nella Costituzione come indispensabile alla libertà e all'autodifesa.

È una trasformazione che per gli storici non a caso coincide con altri profondi fenomeni in corso nel Paese: le scosse sociali del decennio precedente, l'avanzata del movimento dei diritti civili, la fuga dai centri urbani dei ceti medi bianchi, il degrado urbano e lo spettro del crimine. Il fascino delle armi diventa anche o soprattutto una riposta a tutto ciò, a un'era di vulnerabilità e cambiamento.

Il prezzo dei massacri
Il costo della diffusione delle armi è tuttavia diventato sempre più elevato per la società americana. Nel 2019 i “mass shootings”, le stragi con molteplici fatalità, sono state finora 399, hanno mietuto almeno 466 vittime, 1.604 feriti, con nove episodi verificatisi in scuole e due in luoghi di culto. Sono numeri in aumento rispetto all'anno prima . È un bilancio perennemente provvisorio, aggiornato quasi di ora in ora. Soltanto nel primo fine settimana di dicembre, oltre dieci persone sono rimaste ferite in una sparatoria a New Orleans, nei pressi dello storico Quartiere Francese. Ha dato vita a proteste e movimenti studenteschi e di giovani, con i sondaggi che mostrano come fatte significative delle popolazione sarebbero pronte almeno a migliori controlli e maggiori restrizioni sulle armi e le munizioni più pericolose. Bisognerà vedere se la Corte Suprema soprà trovare o meno un nuovo compromesso in una saga che prosegue, irrisolta, da decenni.

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    Marco ValsaniaGiornalista

    Luogo: New York, Usa

    Lingue parlate: Italiano, Inglese

    Argomenti: Economia, politica americana e internazionale, finanza, lavoro, tecnologia

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