giustizia in panne

Giudici di pace, assist della Consulta e lo Stato rischia di doverli risarcire

Secondo la Corte costituzionale è illegittimo escluderli dal rimborso delle spese di difesa in giudizio mentre il Tribunale di Napoli gli riconosce il diritto a retribuzioni equiparate a dipendenti con funzioni simili

di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei

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5' di lettura

Esplode la protesta dei giudici onorari che hanno proclamato lo stato di agitazione permanente e minacciano lo sciopero generale. I tempi incalzano: ad agosto 2021, come previsto dalla riforma Orlando del 2017 scatterà il tetto massimo di due giorni di attività settimanale e la riduzione dei compensi, soprattutto per i giudici di pace.

E le rivendicazioni degli onorari iniziano inoltre ad essere accolte dai tribunali, europei e italiani. Con la sentenza del 9 novembre la Corte costituzionale ha ritenuto illegittima l’esclusione dei giudici di pace dal rimborso delle spese in giudizio, vista la loro primaria importanza costituzionale. Il Tribunale di Napoli ha invece riconosciuto il diritto a retribuzioni equiparate a dipendenti con funzioni simili:un primo grado che, se confermato, potrebbe aprire la strada a risarcimenti pesanti per le casse dello Stato

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Per correggere il tiro il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha presentato un disegno di legge, che però non convince la magistratura onoraria. Sul tavolo ci sono nuovi emendamenti e ipotesi di modifica per tentare di risolvere la situazione.

Senza tutele

Quella dei magistrati onorari è una protesta che si trascina da anni. Sempre più coinvolti nell’amministrazione della giustizia per supplire alle carenze di organico e con incarichi confermati via via negli anni, gli onorari lamentano però la mancanza di tutele assistenziali, assicurative e previdenziali. L’anno scorso sui tavoli dei 1.169 giudici di pace, secondo i dati del ministero della Giustizia, sono arrivati più di 900mila ricorsi civili e circa 150mila procedimenti penali. Sono inoltre 2.036 i giudici onorari di tribunale e 1.722 i vice procuratori onorari che affiancano i magistrati togati ma che hanno trattamento economico e posizione diversi.

«La situazione, già insostenibile, è stata aggravata dall’emergenza sanitaria: chi si ammala ed è costretto a casa non ha copertura», spiega Vincenzo Crasto, presidente dell’associazione Aimo, che ha chiesto al ministro della Giustizia di estendere al giudice di pace il processo civile telematico e la trattazione scritta per ridurre i rischi e aumentare la produttività.

Ad accendere gli animi è l’avvicinarsi dell’entrata in vigore, ad agosto 2021, della parte più importante della riforma del 2017 (Dlgs 116), quando ministro della Giustizia era Andrea Orlando (Pd). Il testo prevede che l’incarico dei magistrati onorari abbia natura «inderogabilmente temporanea», di quattro anni, con conferma possibile per altri quattro e fino a 65 anni (per i magistrati in servizio quattro quadrienni e 68 anni). E deve trattarsi di un secondo lavoro, da svolgere per non più di due giorni la settimana, che non determina un rapporto di pubblico impiego.

La riforma, inoltre, riduce le indennità, soprattutto dei giudici di pace che oggi guadagnano “a cottimo” in media 50mila euro l’anno (mentre i vice procuratori onorari sono a 14.000 euro e i giudici onorari di tribunale a 7.546 euro). Con la riforma i giudici di pace potranno aspirare a un’indennità fissa massima di circa 30mila euro, gli altri di 25mila.

Un quadro che ha indotto i magistrati onorari a minacciare uno sciopero generale e a chiedere un intervento d’urgenza per bloccare le nuove norme.

Il progetto del Governo

In Parlamento, intanto, l’esame in Senato del Ddl che rivede la riforma Orlando è fermo per lasciare spazio ai provvedimenti legati all’emergenza e potrebbe riprendere a gennaio. Il testo permette ai magistrati onorari in servizio, in alternativa alla nuova indennità fissa annuale, di mantenere l’attuale meccanismo retributivo commisurato all’attività svolta.

«Siamo stati i primi a voler rivedere la riforma Orlando - dice il sottosegretario al ministero della Giustizia, Vittorio Ferraresi (M5S) - e il Ddl Bonafede già la migliora molto. Ora, gli emendamenti presentati dalla maggioranza fanno un ulteriore passo avanti, impegnando tutte le risorse disponibili. Sappiamo che è un’urgenza e valuteremo se chiedere una deroga al blocco dei provvedimenti non emergenziali». Gli emendamenti entrati nel nuovo testo proposto dalla relatrice Valeria Valente (Pd) prevedono che l’indennità annua possa arrivare a 38mila euro per tre giorni di attività alla settimana. Altra novità è la possibilità di rimanere in servizio fino a 70 anni.

«Il Ddl permette di mantenere la situazione attuale - dichiara Mariaflora Di Giovanni, presidente di Unagipa - ma resta l’obbligo di aderire alla gestione previdenziale separata con una contribuzione del 27 per cento mentre, in passato, la posizione Inps ci fu negata. Ma per i trattamenti previdenziali non raggiungiamo i requisiti minimi. Sono soldi rubati».

«La copertura assistenziale, previdenziale e di maternità è necessaria ma lo Stato dovrebbe farsi carico di una parte - dice Valente -. Questo Ddl mi sembra un buon compromesso: un’indennità di 38mila euro per tre giorni lavorativi settimanali permette a tutti di avere un riconoscimento dignitoso». Sull’ipotesi di copertura statale di una parte dei contributi, il ministero della Giustizia è più cauto ma non esclude un intervento futuro.

Le sentenze

Se la legge non riconosce la stabilizzazione agli onorari, sta iniziando a farlo la giurisprudenza. La Corte di giustizia Ue, con la sentenza del 16 luglio scorso (causa C-658/18), ha affermato che i giudici di pace sono «lavoratori a tempo determinato» che hanno diritto alle ferie retribuite come i magistrati ordinari. Una sentenza che ha aperto una breccia, in cui si è inserita, per fare un passo in più, la pronuncia del 26 novembre della sezione lavoro del Tribunale di Napoli. Un primo grado ( bisognerà vedere se sarà confermato in appello) secondo il quale ai giudici di pace ricorrenti spetta un trattamento economico e normativo equivalente a quello dei «lavoratori comparabili che svolgono funzioni analoghe» dipendenti del ministero della Giustizia. Tanto che il dicastero viene condannato a pagare le differenze retributive, nel limite della prescrizione di cinque anni, e a risarcire il danno (di cinque mensilità) per l’abusiva reiterazione del termine agli incarichi.

Il 9 dicembre è poi arrivata la sentenza n. 267 della Corte costituzionale che ha ritenuto illegittimo l'articolo 18 del Dl n. 67 del 1997 nella parte in cui non prevede che il ministero della Giustizia rimborsi al giudice di pace le spese di difesa sostenute nei giudizi di responsabilità civile, penale e amministrativa, promossi per fatti di servizio e conclusisi con provvedimento di esclusione della responsabilità. Secondo la Consulta è irragionevole riconoscere il rimborso al solo giudice “togato”, quale dipendente di un'amministrazione statale, e non anche al giudice di pace, in quanto funzionario onorario. Questo perché considerata l'identità della funzione del giudicare e la sua primaria importanza costituzionale, anche al giudice di pace va infatti garantita un'attività serena e imparziale, non condizionata dai rischi economici di pur infondate azioni di responsabilità.

«Ci auguriamo che il legislatore prenda atto di queste decisioni e ci riconosca le prerogative che ci spettano - afferma Gabriele Di Girolamo, portavoce dell’associazione nazionale dei giudici di pace -. Dai tribunali ci aspettiamo comunque anche altre sentenze perché ci sono ricorsi presentati prima della pronuncia della Corte Ue e altri arriveranno».

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