Spettacoli

Giulietta, maestra d’amore

di Elisabetta Rasy

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5' di lettura

Come figli prodighi, certi personaggi d’autore vanno in giro per il mondo frequentando luoghi e tempi mai immaginati né immaginabili da coloro che li hanno creati. Succede solo alla progenie di grandi maestri, Dickens per esempio, con il suo Ebenezer Scrooge da cui origina persino un personaggio disneyano, Zio Paperone, in originale Oncle Scrooge, oppure Flaubert con Madame Bovary, che ha generato la temibile categoria del “bovarismo”. Tra i nomadi perenni viaggiatori ci sono in prima fila le creature di William Shakespeare: Giulietta e Romeo, Antonio e Cleopatra, Otello e Desdemona, Falstaff hanno abitato la musica, i musical, il cinema, la pittura e ora i vari media del nostro tempo, subendo imprevedibili metamorfosi. Così chi a loro si dedica in veste di studioso ha, tra gli altri, anche il compito di riportarli a casa e di mettere in luce la loro originaria identità. Anche perché si tratta di una identità potente e sfaccettata, che il viaggio per il mondo tende a confondere o fraintendere, anche se non illegittimamente. Perché è vero quello che ha scritto Harold Bloom del grande drammaturgo inglese: «Nessun altro scrittore ha mai avuto nulla di simile alle risorse linguistiche di Shakespeare...», al punto che ci sembra che con lui «molti dei limiti del linguaggio sono stati raggiunti per sempre». Ma è anche innegabile che per il “common reader” di cui parla Virginia Woolf, cioè in questo caso per noi comuni spettatori, quello che ci avvince alla magia del teatro shakespeariano sono i personaggi, la loro forza e la loro esemplarità tutta umana. Le loro passioni, i loro dilemmi, i loro sbagli. Ed è con loro, con la crucialità della loro esperienza, che gli interpreti devono confrontarsi.

È quello che nel suo nuovo libro fa Nadia Fusini, che, come sa chi conosce la sua opera, unisce alla precisione della studiosa la partecipazione della narratrice. Nel suo lavoro, che spazia tra saggi, romanzi e importanti traduzioni, ci sono argomenti che tornano, come il complicato nesso che unisce nel corso del tempo le donne alla letteratura e appunto Shakespeare, cui nel 2020 ha dedicato il saggio Di vita si muore. Ora, nel suo nuovo testo, il grande inglese e lo sguardo sul mondo femminile sono uniti in un’unica messa a fuoco. Il libro s’intitola Maestre d’amore perché si tratta di un corpo a corpo critico con alcune delle più celebri eroine shakespeariane: non solo nelle tragedie, sostiene l’autrice, ma anche nei drammi e in larga misura nelle commedie è sul personaggio femminile che si incardina l’intreccio e si profila il suo scioglimento. Questo accade perché il discorso d’amore del drammaturgo inglese propone una rivoluzione rispetto alla tradizione stilnovista e dell’amor cortese, nella quale la figura femminile è imprigionata in un’immagine sublimata e astratta, e «cavalleria e amore si intrecciavano in un affair assai speciale, la fin’amor - un amore di dame e cavalieri, che ruotava intorno a un piacere differito». Con Shakespeare non siamo più nei territori dell’«amore da lontano» dei trovatori; l’amore è questione di qui e ora, l’energia pulsionale non accetta rimandi e eccessive cortesie, ma richiede risposte urgenti e dirette.

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Così è per esempio nel caso di Giulietta, l’icona più popolare e più romanticamente intesa: in realtà è una vera e propria eroina dell’urgenza amorosa. All’inizio Romeo è innamorato infelicemente di un’altra ragazza, saranno la tempra e la determinazione di questa adolescente quattordicenne a trasportarlo nella rete dell’immortale dramma d’amore, sempre evocato come perfetto orizzonte sentimentale. Anche la sfortunata Desdemona, vittima della furia accecata di Otello, è artefice della propria scelta: ha voluto il Moro contro il volere paterno e, contro ogni ragionevolezza, ha voluto accompagnarlo in mare. Ma non si tratta solo di trame. Nelle eroine di questi drammi e commedie, inventate tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, la volontà della passione segue l’esercizio del libero arbitrio, una affermazione di soggettività caparbiamente perseguita. Per esempio, in Tutto è bene quel che finisce bene, accade, scrive l’autrice, «che sia l’uomo l’oggetto del desiderio, di cui soggetto è una donna».

Questa inversione del desiderio torna spesso nell’opera shakespeariana, nelle tragedie, con le sue dark ladies come Cleopatra o Lady Macbeth, ma ancora di più nelle commedie, attraverso i loro mille intrighi e mascheramenti. Maschere, anche: c’è un vero e proprio cross dressing, ragazze travestite da uomo, in Come vi piace e nella Dodicesima notte. Sul palcoscenico del Seicento sono gli uomini a travestirsi da donna, dal momento che alle femmine non è permesso salire alla ribalta. Invece nell’illusione teatrale sono le ragazze a vestirsi da maschio, per sfuggire alla «vulnerabilità femminile», come Rosalinda, o per salvarsi e portare a buon fine il proprio desiderio come Viola.

Anche dove sembra essere l’amore il motore primo e il fine ultimo c’è in gioco qualcos’altro di altrettanto essenziale. Fusini, accomiatandosi dai lettori secondo un’usanza che spesso accompagna in palcoscenico la chiusura di uno spettacolo, un attimo prima che cali il sipario sul dramma e sui pensieri che ha suscitato, cita Jacques Lacan e il suo complesso riflettere sulla grammatica dei legami che uniscono un uomo e una donna per porsi e porre una domanda: «Si può trasportare a un mondo che non è più il nostro una interrogazione sull'’more, sulla differenza tra l’uomo e la donna, che è tutta, interamente, nostra?». È una domanda che non ammette che una risposta positiva, perché l’enigma della relazione investe realtà più ampie, che una società e una cultura trasmettono alle successive, senza che mai una certezza definitiva sia raggiunta. E perché le maestre d’amore di Shakespeare lottano non solo per ottenere il proprio piacere, anche quello carnale, a differenza delle dame della poesia medioevale, ma per affermare la propria indipendenza dal volere altrui - le famiglie rivali, la legge patriarcale che decide le giuste nozze, il puritanesimo che vieta la sessualità femminile - e dunque per «il riconoscimento pieno della propria soggettività, intesa come libera volontà e libera coscienza».

Spesso queste eroine sono maestre d’inganni e di trucchi, oltre che d’amore, ma si tratta della via stretta, l’unica che possono percorrere, per non soccombere alla legge repressiva del loro tempo. Maestre d’artificio sono così molto spesso la chiave di volta dell’artificio teatrale, portatrici di quel disordine del desiderio, che cambia le carte in tavola ma anche le rinnova, rappresentato con tale energia dal grande autore inglese nelle sue opere che anche oggi, dove tutto sembra diverso di allora, continuano a essere specchio delle nostre passioni.

Maestre d’amore

Nadia Fusini

Einaudi, Torino, pagg. 197, € 19

Riproduzione riservata ©

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