«CATTIVISSIMO LUI»

Giuramento? È un matrimonio riparatore (dopo che i ragazzi hanno fatto il «guaio»)

Abiti elegantissimi, sedie distanziate, solennità e un po’ di diffidenza: 4 «famiglie» politiche si sono incontrate al Quirinale. Per riparare al «fattaccio»

di Francesco Prisco

Governo Draghi, un giuramento formato «matrimonio di riparazione» (Ansa)

2' di lettura

Siete mai stati a un matrimonio riparatore? Noi sì: succede anche nelle migliori famiglie, figuriamoci poi quando ci sono degli interessi in ballo. Non ci è capitato spesso, ma ci è capitato. E oggi, di fronte al giuramento del governo Draghi, abbiamo provato un curioso effetto déjà vu. Non era una cerimonia come se ne sono viste tante al Quirinale, ai tempi dei sorrisi piacioni di Silvio e degli occhiolini di Prodi. Era proprio una messa di quelle con sposo ragazzino e sposa vestita d’avorio, perché «è successo quello che è successo» e «mò se la deve portare all’altare».

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Come diceva il filosofo? «T’è piaciuta? T’è piaciuta? Tienatella cara cara!» Abiti elegantissimi ma tutto sommato sobri. Poltroncine in pelle color crema, con schienale leggermente curvo che sapevano, in verità, più di rito civile. Distanziate, come impongono le norme anti assembramento. Ma qualche assembramento qua e là, poco prima del giuramento, c’è stato: li avrete notati anche voi i gruppetti dei nominati ministri che chiacchieravano isolati, proprio come succede quando Tizio non si parla con Caio ma, quando capita, quattro chiacchiere con Sempronio comunque ce le scambia. Vinceva la diffidenza.

Le famiglie invitate sono quattro: madre e padre dello sposo (M5S e Pd), madre e padre della sposa (Lega e Forza Italia) con relativi consanguinei. Poi c’è lo zio originale, quello che fa e disfa (Italia Viva). Non si fidano troppo l’uno dell’altro, per precedenti unioni finite a carte 48 (il governo gialloverde, il governo giallorosso). Ma i «ragazzi» hanno fatto «il guaio» e per il bene dei ragazzi tocca trovare un compromesso, provare a lasciarsi alle spalle la stagione di guelfi e ghibellini, Montecchi e Capuleti. O almeno fare finta.

Il Paese è piccolo, la gente mormora e monsignor Mattarella non ammette babbità. Per salvare capre e cavoli ha chiesto l’intercessione dello zio Alberto. Chi è lo zio Alberto? Pensateci bene, ché lo conoscete. In tutte le famiglie di una volta ce n’era uno: è il parente laureato, quello che ha fatto carriera e, quando parla lui, tutti abbassano la testa. Solo lui oggi poteva portarli tutti quanti sull’altare, convincerli a far finta che non era successo niente, ridimensionare il «fattaccio» per il bene comune. Lo zio Alberto, stavolta, si chiama Mario Draghi. C’è voluto quello che c’è voluto, ma alla fine le nozze sono fatte e le famiglie dovranno convivere. Resta da capire una cosa: da questo benedetto fattaccio, che figliolo nascerà?

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