analisiMovimento 5 Stelle

Giustizia e Statuto M5s, due punti per Conte. Ma resta il nodo dell’agenda Draghi

L’ex premier deve ritagliarsi un ruolo di leadership all'interno dello schieramento di centrosinistra senza mettere in pericolo l’azione riformatrice dell’esecutivo

di Emilia Patta

Giustizia, Conte: "Non è la nostra riforma ma la abbiamo migliorata"

3' di lettura

«Il voto di oggi non rappresenta un punto di arrivo, ma di ripartenza». Giuseppe Conte ha chiuso la difficile partita degli ultimi giorni con un due a zero. Alla fine la faticosa mediazione della maggioranza draghiana sulla riforma del processo penale targata Marta Cartabia ha tenuto. Sui due voti di fiducia alla Camera la percentuale dei 5 Stelle partecipanti al voto è salita dal 66,04% sulla pregiudiziale di costituzionalità all’87,42% sulla prima fiducia: solo in tredici su 159 non hanno preso parte al voto, e di questi almeno tre sono assenti giustificati. E il voto finale ne è la conferma: la riforma è passata al Senato con 396 sì, 57 no e 3 astenuti.

Gruppo compatto, ora il voto per la presidenza

Il gruppo del M5s si è dunque dimostrato compatto proprio nelle ore in cui gli iscritti incoronavano Conte nuovo leader del movimento dopo ormai quasi due anni di reggenza (e poi di vacatio) e dopo il doloroso divorzio da Davide Casaleggio e dalla sua Rousseau. Per l’ex premier un risultato fino a qualche giorno fa insperato: aver superato alla prima chiama il quorum del 50% più uno degli iscritti, risultato mai raggiunto in una votazione on line del M5s, è un ottimo viatico per l’incoronazione a leader che avverrà nel week end. E l’87% dei sì al nuovo statuto fa prevedere un vero plebiscito a suo favore, non scontato neanche in una votazione con un candidato unico alla leadership.

Loading...

La tenuta dei Cinque Stelle

Ma in un certo senso i problemi per il neo leader del M5s, anche al netto dei ricorsi sulle votazioni che si annunciano cospicui, iniziano ora. Da una parte Conte dovrà esercitare tutta la sua influenza per impedire nuove fuoriuscite degli “ortodossi” e per tenere dentro il perimetro del movimento, magari con qualche incarico nella nuova segreteria, un perenne outsider molto popolare come Alessandro Di Battista (i cartelli con la scritta “vergogna vergogna” durante il voto sulla riforma Cartabia da parte dei fuoriusciti ed espulsi raccoltisi nel gruppo “L’Alternativa c’è” sono stati una sorta di monito).

Il ruolo nel centrosinistra

Dall’altra parte l’ex premier deve ritagliarsi un ruolo di leadership all'interno dello schieramento di centrosinistra marcando il territorio sui temi identitari del movimento - dalla transizione ecologica alla difesa del reddito di cittadinanza - senza mettere in pericolo l’azione riformatrice di Mario Draghi e del suo governo: al di là delle sue personali ambizioni, Conte sa bene che non può permettersi strappi seri perché una parte importante del M5s, quella “governista” impersonata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio che ha ancora molta influenza sui gruppi parlamentari, non lo seguirebbe.

La strategia nel semestre bianco

Con la complicità del semestre bianco assisteremo dunque a “stop and go”, barricate erette e poi smantellate prima del burrone. Ne è stato un esempio plastico la discussione nell’Aula di Montecitorio sugli ordini del giorno sulla riforma Cartabia: non vincolanti, gli ordini del giorno sono il terreno più fertile - appunto - per piantare bandiere. Ed è così che prima la maggioranza si è divisa su un odg presentato da Fratelli d’Italia per introdurre la responsabilità civile dei magistrati (Lega e Forza Italia si sono astenuti, mentre i renziani di Italia Viva hanno addirittura lasciato libertà); poi ha rischiato di andare sotto su un altro odg - respinto solo per cinque voti - contro l’improcedibilità per i reati ambientali su cui il governo aveva espresso parere contrario (voto a favore da parte dei pentastellati e pezzi di Pd).

Il dilemma del Pd

A ben vedere l’elezione a presidente del nuovo M5s di Conte, che avrà tutto l’interesse mediatico da qui in poi a “distinguersi” sulle politiche del governo, è più un problema per il premier che per i leader degli altri partiti di maggioranza. Salvo che per il segretario del Pd Enrico Letta: la forte popolarità di Conte tra gli elettori del Partito democratico, addirittura con percentuali più alte che tra gli stessi sostenitori del M5s, pone ai democratici non solo un problema di premiership dello schieramento che dovrà contrastare il centrodestra alle prossime elezioni politiche ma anche il problema di come sostenere l’agenda Draghi: inseguendo il M5s nei distinguo o intestandosela, vista anche la fortissima e crescente popolarità del premier?

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti