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Giustizia mediatica e populismo penale, due processi perdenti

La postmodernità ha reso complicato e controverso il rapporto fra la categoria del tempo e la funzione di giustizia

di Giovanni Canzio

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3' di lettura

La postmodernità ha reso complicato e controverso il rapporto fra la categoria del tempo e la funzione di giustizia. Questa si muove lungo cadenze dialettiche, attente all’esame dei casi e delle questioni, alla scelta e alla spiegazione delle ragioni della migliore soluzione, che l’urgenza di deliberare, comunque e in fretta, rischierebbe di condizionare negativamente quanto a equità, autorevolezza e stabilità della decisione. Ne è dunque evidente lo scarto di paradigma del linguaggio e della comunicazione rispetto al comune agire quotidiano, che, appare orientato intorno al “presente continuo” e al “tutto accade ora”. Ed è proprio nella morsa di questa contraddizione che s’annida il nucleo del conflitto fra l’attesa di giustizia e il diritto applicato.

Se si considera il privilegio prioritariamente accordato ai pur provvisori esiti delle indagini, alla preventiva privazione della libertà personale e alla gogna che colpisce l’indagato, quasi in funzione di una presunzione di colpevolezza e di un’anticipata esecuzione della pena, appare lineare la conseguenza che, laddove l’inchiesta e l’ipotesi di accusa formulata dal pubblico ministero, con le correlate aspettative e ansie securitarie, venga a distanza di tempo smentita dalla verifica dibattimentale, la credibilità del sistema è messa in crisi. Il disorientamento dell’opinione pubblica è peraltro rafforzato dalla circostanza che, non di rado, l’organo di accusa comunica il suo operato attraverso media, social network, talk show, relazionandosi direttamente con il popolo e con la politica (“porte girevoli” censurabili anche queste!), anziché dialogare con i protagonisti del processo nel luogo e nel tempo del processo.

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Gli studiosi empirici del ragionamento esperto - psicologi cognitivisti, economisti comportamentali, epistemologi, logici formali e matematici, statistici, linguisti e neuroscienziati – ammoniscono, inoltre, che biases cognitivi e aporie nella presa di decisione sono ascrivibilianche a variabili attinenti alla sfera dei valori o a quella morale e che l’impatto della comunicazione mediatica sull’opinione pubblica può incidere negativamente, dall’esterno, sulla coerenza logica della rappresentazione dei fatti e della costruzione mentale della “storia”, sottoposta, nel contesto storico-spaziale del processo, al confronto dialettico, prima, e alla valutazione e decisione del giudice, poi.

Ci si riferisce alla inesorabile macchina del rito mediatico, causa e prodotto, insieme, del fenomeno che prende il nome di populismo penale e che costituisce l’oggetto della brillante e acuta indagine di Vittorio Manes in Giustizia mediatica (il Mulino).

L’autore procede nella prima parte all’accurata descrizione della macrofisica e della microfisica del sistema penale mass-mediatico e dell’agire dei suoi protagonisti. E insiste puntualmente nel segnalarne gli ormai invalsi connotati di anomia, atopia e acronia, propri di una “giustizia senza processo”, come nel romanzo di Lewis Carroll, Alice dietro lo specchio. Segue, nella seconda parte dell’opera, il drammatico e coinvolgente elenco delle distorsioni e degenerazioni, anche soggettivistiche, prodotte sui diversi piani: etico, sostanziale e processuale. Il fenomeno dello spettacolo parallelo della giustizia penale, alla stregua di un’analisi attenta e originale, viene destrutturato e scarnificato da Vittorio Manes in tutte le sue parti, per evidenziarne con chiarezza la degradazione e gli effetti perversi sul tessuto complessivo del giusto processo, insieme con la caduta a picco della credibilità della giurisdizione penale e della fiducia dei cittadini nella magistratura e nello Stato di diritto. Nella terza parte si apprezza particolarmente il messaggio propositivo per una interpretazione dei possibili rimedi contro una siffatta deriva, ideologica e valoriale. Oltre l’appello agli anticorpi culturali di una più intensa “vigilanza cognitiva” dei protagonisti del processo e di una “ecologia della informazione”, per il versante della deontologia e della responsabilità della professione giornalistica, il giurista identifica i contorni di una possibile “profilassi” lungo iltragitto di un nuovo e più razionale assetto istituzionale dei poteri, che va dal rafforzamento della presunzione di innocenza fino alle più recenti linee di riforma del processo. La strada prescelta dal cd. modello “Cartabia” è, fra l’altro, quella di riportare in equilibrio i rapporti fra pubblico ministero e giudice fin dentro le indagini preliminari, attraverso una serie di interventi sul rito diretti ad aprire in quella fase talune finestre di giurisdizione.

Il saggio si conclude con l'auspicio, sicuramente apprezzabile e condivisibile, che venga riscoperto e valorizzato adeguatamente il tasso complessivo delle garanzie poste a presidio del fair trial, effettiva cartina di tornasole della rispondenza di un determinato sistema processuale alla Rule of Law e ai principi di una democrazia liberale.

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