diritto

Giustizia online: quali prospettive per il post emergenza?

La disciplina emergenziale, volta a fronteggiare l’emergenza Covid-19, non può essere considerata come l’avvio di un percorso volto alla creazione di Tribunali interamente online

di Filippo Donati *

4' di lettura

È possibile, per contrastare il propagarsi dell’epidemia da Covid-19, trasformare il tradizionale modo di esercizio della funzione giurisdizionale attraverso la creazione di tribunali online? Su questo interrogativo si è sviluppato un acceso dibattito. Al centro della discussione sono le misure introdotte dal decreto “cura Italia” (Dl n. 18 del 2020) per ridurre al minimo le forme di contatto personale all’interno dei palazzi di giustizia. A tal fine è previsto sia lo svolgimento di “udienze figurate”, che si risolvono in uno scambio di memorie scritte, sia di vere e proprie “udienze online”.

Le critiche più forti hanno investito le seconde, che si applicano anche per il processo penale. La materia penale è estremamente delicata, perché riguarda la libertà personale, la sicurezza dei consociati e i diritti delle vittime dei reati. La celebrazione di udienze online determina una limitazione dei principi del giusto processo. Soltanto la presenza fisica delle parti e dei rispettivi difensori, infatti, può assicurare un contraddittorio effettivo e un pieno esercizio del diritto di difesa.

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Come sempre accade, però, diritti e interessi contrapposti debbono essere tra loro bilanciati. La giustizia è un servizio essenziale, che lo Stato deve garantire ai cittadini anche in situazioni di emergenza. Non è possibile lasciare privi di tutela il danneggiato che chiede il risarcimento, il dipendente ingiustamente licenziato, l’artigiano che non è stato pagato, l’imputato in attesa di giudizio, la vittima del reato che chiede ristoro e via dicendo. In questi tempi l’alternativa alla partecipazione da remoto all’attività giudiziaria sarebbe la paralisi della giustizia. Che non è ammissibile in uno Stato di diritto. La superiore necessità di impedire la diffusione del contagio può dunque, eccezionalmente e transitoriamente, giustificare lo svolgimento di udienze online. Come del resto sta accadendo in altri paesi europei.

Ogni crisi deve però essere guardata non solo per i danni e le sofferenze che arreca, ma anche per le nuove opportunità che può aprire. Occorre quindi capire quanto l’esperienza di oggi potrà servire al futuro.
La fase emergenziale offre senz’altro un forte stimolo al completamento di quel processo telematico che, nel settore civile e amministrativo, permette ormai da tempo il deposito e l’accesso agli atti processuali senza necessità di recarsi fisicamente nelle cancellerie. Con generale soddisfazione.

Occorrerebbe garantire analoga possibilità anche nel processo penale, nel giudizio di cassazione e nei procedimenti davanti ai giudici di pace.
Una volta passata l’emergenza, invece, si dovrà tornare all’udienza fisica. La garanzia piena del diritto di difesa può subire ragionevoli limitazioni solo se giustificate dall'esigenza di tutelare il supremo diritto alla salute. La Corte costituzionale ha giustamente evidenziato che, in situazioni “normali”, neppure l’esigenza di garantire la ragionevole durata del processo può giustificare una limitazione del contraddittorio pieno ed effettivo (sent. n. 317 del 2009).

Alla regola della presenza personale in udienza si potrebbero ammettere, tuttavia, alcune eccezioni. Laddove la partecipazione fisica del testimone non sia ritenuta indispensabile, ad esempio, si potrebbe permettere al giudice, dopo avere consultato i difensori, di autorizzarne il collegamento da luoghi che garantiscano l’identificazione e l’assenza di condizionamenti esterni, come ad esempio una stazione locale di polizia giudiziaria ovvero, per chi risiede all’estero, la sede consolare. Non sarebbe irragionevole permettere al difensore di collegarsi da remoto, quando lo stesso non possa o non ritenga necessario partecipare (di persona o mediante sostituto) all’udienza. La partecipazione da remoto al processo penale potrebbe essere ammessa non solo nei casi previsti dall’art. 146-bis disp. att. c.p.p., ma anche quando sia l’imputato a chiederla e il giudice, sentite le parti del giudizio, ritenga di disporla. Non infrequenti sono infine le udienze di mero “appoggio”, nelle quali i difensori si limitano a un mero richiamo agli scritti difensivi già depositati, che potrebbero benissimo essere svolte, con il consenso di tutte le parti, in modalità telematica.

Molte sono dunque le ipotesi in cui si potrebbe permettere una partecipazione da remoto all’attività processuale. Ciò vale anche per le camere di consiglio, nonostante le forti critiche che sono state mosse al riguardo. Si è detto che il collegamento da remoto non garantisce la segretezza della camera di consiglio e impedisce una effettiva collegialità. È tuttavia facile replicare che, ad oggi, le sempre più sofisticate tecniche di intercettazione ambientale non mettono al sicuro neppure le camere di consiglio “fisiche” e che, oggi, esistono soluzioni tecniche che offrono un adeguato livello di sicurezza dei collegamenti telematici. Neppure la camera di consiglio “fisica”, del resto, può escludere che, in singoli casi, di fatto la proposta del relatore finisca per essere accolta senza particolare discussione. La collegialità, in sostanza, può e deve essere garantita indipendentemente dal carattere, fisico oppure online, della camera di consiglio.

In definitiva, la disciplina emergenziale, volta a fronteggiare l’emergenza Covid-19, non può essere considerata come l’avvio di un percorso volto alla creazione di Tribunali interamente online. Ciò non significa, però, che il nostro sistema giudiziario debba rinunciare ad avvalersi, per il futuro, dei nuovi strumenti messi a disposizione dal progresso della tecnologia. Entro certi limiti, infatti, il loro impiego potrebbe contribuire a un miglioramento complessivo della qualità e dell’efficienza della nostra giustizia.

* Ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Firenze - Consigliere Csm

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