diritto

Giustizia, perché per riprendere servono soluzioni condivise

Dalla eliminazione del periodo feriale all’adozione di linee guida per la scelta dei processi da celebrare, dalla riorganizzazione delle aule all’implementazione della Pec

di Salvatore Scuto

Coronavirus, la Giustizia si ferma fino al 31 maggio

Dalla eliminazione del periodo feriale all’adozione di linee guida per la scelta dei processi da celebrare, dalla riorganizzazione delle aule all’implementazione della Pec


6' di lettura

C’è una preoccupazione che scandisce la vita del mondo della Giustizia già così colpita dalla virulenza dell’epidemia nella società: lo stallo della giurisdizione. Lo stallo è il risultato di una diminuzione del coefficiente di portanza, condizione quindi di massima pericolosità legata spesso a manovre troppo brusche. E brusca è stata l’urgenza con la quale siamo stati chiamati ad affrontare l’epidemia.

La giurisdizione rappresenta una funzione irrinunciabile per l’equilibrio degli assetti del potere statuale, soprattutto nelle democrazie occidentali. Il suo stallo, quindi, è un pericolo per la democrazia stessa.
Dal 9 marzo, e ciò sarà sino all’11 maggio, la giurisdizione penale è stata così limitata da essere quasi sospesa, essendo stata esercitata esclusivamente in relazione alle ipotesi di convalida dell’arresto e del fermo ed a poche altre eccezioni riconducibili alla condizione di detenzione ed all’urgenza degli atti da svolgere.
Tutto il resto è stato rinviato d’ufficio mentre sono stati sospesi tutti i termini processuali previsti in ogni fase e grado del procedimento.

Dal 12 maggio al 31 luglio si aprirà una seconda finestra temporale.
Il 1° agosto decorrerà il termine feriale previsto dalla legge sino al 31 dello stesso mese. Questa finestra ha la funzione di far ripartire la macchina della giustizia, anche recuperando ciò che è stato rinviato d’ufficio dal 9 marzo all’11 maggio.
Il potere organizzativo in questa fase è affidato ai capi degli uffici con un’ampia discrezionalità, appena temperata dalla previsione di sentire l’autorità sanitaria regionale ed il Consiglio dell’ordine degli avvocati ed orientato a rispettare la normativa di prevenzione anti Covid-19 e ad evitare assembramenti all’interno dell’ufficio giudiziario e contatti ravvicinati tra le persone. Quindi un momento delicato che necessita di preparazione, metodo, mezzi ed anche, forse, di una dose di fantasia.

A fronte di ciò le attenzioni della rappresentanza sindacale ed istituzionale della magistratura si sono concentrate sull’introduzione di un’ipotesi generalizzata di processo da remoto, introdotta dal Governo nel corso dell’iter di conversione del decreto legge n. 18, individuata come l’unica modalità possibile per garantire il funzionamento della giurisdizione.
Una smaterializzazione dell’intera udienza e dei suoi protagonisti messa in campo a fronte dell’incapacità, dimostrata negli anni dall’amministrazione della Giustizia, di smaterializzare la carta dei fascicoli.
Un balzo in avanti all’apparenza ma in realtà un salto nel vuoto.
Un vuoto tecnologico ma soprattutto un deficit di garanzie.

Il problema, infatti, più che sul piano tecnologico si pone sul piano della tutela del contraddittorio, dell’oralità, dell’immediatezza, della riserva di legge che costituiscono la più alta espressione di una regola epistemologica per la formazione della prova, riconosciuta come valida dalla collettività al punto da essere contenuta in Costituzione.
È stato grazie all’azione politica dell’Unione Camere Penali Italiane che tali problemi sono stati posti all’attenzione del Parlamento il quale, con lo stesso decreto n. 28, ha posto rimedio a quel salto nel vuoto limitando di molto la celebrazione del processo da remoto, così recependo anche la preoccupazione manifestata dal Garante della Privacy.

E in questo scenario e nell’approssimarsi della data del 12 maggio, però, continua ad essere alimentata una vivace polemica da parte dell’Anm sul fronte del processo telematico. Occorre però avvertire che esiste uno iato sensibile tra questa posizione e quella di tanti magistrati hanno espresso preoccupazioni analoghe a quelle dell’avvocatura.
Una larghissima parte della magistratura sperimenta ogni giorno la difficoltà della propria delicatissima funzione e sembra essere sempre meno rappresentata dall’Anm.
Restano pertanto quasi prive di significato pratico le prese di posizione ufficiali che continuano a presentare il processo da remoto come l’unico strumento adeguato per assicurare l’esercizio della giurisdizione.
Il che, francamente, suona al contempo come un ricatto ed affermazione molto opinabile.

Questa eco si coglie nelle parole che si leggono nel comunicato del 1° maggio di Area, la componente di sinistra della magistratura, stilato a caldo dopo la pubblicazione del decreto legge n. 28 : «Dove non sarà possibile tornare nelle aule in ragione del perdurante pericolo del contagio, la mancata ripresa delle attività giudiziarie sarà ascrivibile esclusivamente alla responsabilità dell’avvocatura che non avrà collaborato ed al ministro della Giustizia che non ha saputo adottare una linea univoca per la gestione di questa delicata situazione».

Toni non diversi sono quelli utilizzati dalla Giunta esecutiva di Anm nel comunicato del 2 maggio, nel quale emerge l’insofferenza per il potere legislativo e per un rappresentante del potere esecutivo, il ministro della Giustizia, che per una volta ha disubbidito al diktat corporativo.

Le esperienze sulla remotizzazione delle attività processuali hanno dato fin ora indicazioni non risolutive

La realtà è un’altra ed è testimoniata dalle linee guida del Tribunale di Milano del 10 aprile, secondo cui gli esiti delle esperienze sino ad allora fatte sulla remotizzazione delle attività processuali hanno dato indicazioni non certo risolutive sia per i tempi di trattazione e sia per le caratteristiche dialettiche imprescindibili del processo.

È così difficile per la Giustizia giungere a soluzioni condivise continuando – con tutte le limitazioni del caso – ad esercitare la giurisdizione? L’impressione è che tale difficoltà sia l’immediato riflesso di una pluridecennale declinazione del principio di autonomia ed indipendenza dell’ordine giudiziario, saldo ed irrinunciabile presidio di una moderna democrazia liberaldemocratica, non coerente con il dato costituzionale.
Una declinazione che, a partire dall’interpretazione dello stesso ruolo del Csm, inteso come organo di autogoverno e non di governo dell’ordine giudiziario, ha fatto sì che si sviluppasse nel circuito Anm-Csm-ministero un’esondante interpretazione di quel principio su cui si sono erette le alte mura di un fortino a custodia di una autarchia che oggi, davanti all’emergenza sanitaria, mostra drammaticamente tutti i suoi limiti.

Se nelle sedi giudiziarie ci fossero figure manageriali l’organizzazione avrebbe acquisito modernità

La distorta declinazione del principio è all’evidenza la causa dell’irragionevole chiusura che per decenni si è opposta ai tentativi di affiancare, soprattutto nelle sedi giudiziarie più importanti, figure manageriali ai capi degli uffici. Se lo si fosse fatto, e ciò non avrebbe messo a rischio l’autonomia e l’indipendenza della giurisdizione, le strutture e l’organizzazione di mezzi e di uomini dei tribunali avrebbero probabilmente acquisito un incidere più moderno e rispettoso delle stesse esigenze che postula la giurisdizione.

La lunga sequenza di lamentele rivolte al ministero cui siamo abituati, a partire dalle vuote liturgie delle inaugurazioni dell’anno giudiziario, stridono a fronte del fatto che il ministero della Giustizia tradizionalmente, nelle sue articolazioni, null’altro è che la proiezione della rappresentanza politica della stessa magistratura.

Viene così ancora da chiedersi come mai la giustizia sia l’unico comparto dello Stato, che svolge un servizio pubblico essenziale, a non essersi dotato, attraverso lo strumento della concertazione, di un protocollo nazionale che consentisse la graduale ripresa dell’attività.
Se pensiamo al protocollo condiviso di regolamentazione delle misure negli ambienti di lavoro siglato il 14 marzo 2020 e aggiornato in data 24 aprile 2020, sottoscritto dalla Presidenza del Consiglio, dal Mef, dal ministro del Lavoro, dal ministro della Salute e dal ministro dello sviluppo economico, viene da chiedersi: era così difficile partecipare a quei tavoli? O, quanto meno, recepirne i risultati adattandoli alle peculiarità dell’attività giudiziaria?

Né costituiscono esperienze a questi assimilabili i protocolli emanati dal Csm, in alcuni casi con il Cnf, cui si sono richiamate anche le realtà giudiziarie locali. Iniziative che, pur animate dalle migliori intenzioni, si sono rilevate uno strumento del tutto inadeguato: esposte al rischio di violazione della riserva di legge, nonché incentrati spesso sul funzionamento del processo da remoto, così scontandone la sua stessa inadeguatezza.

L’ampia discrezionalità concessa nella finestra tra il 12 maggio e il 31 luglio rischia di creare disparità nel funzionamento dell’ettività giurisdizionale

L’ampia discrezionalità concessa ai capi degli uffici nella finestra dal 12 maggio al 31 luglio rischia di creare una mappa a macchia di leopardo del funzionamento dell’attività giurisdizionale su tutto il territorio nazionale, ben al di là delle necessarie differenziazioni causate dalla diffusione dell’epidemia.

Se si abbandonasse la sterile polemica molte sarebbero le soluzioni da mettere in campo per poter, seppur con ritmo rallentato, ripartire.
L’organizzazione delle aule con i criteri generali individuati dalla normativa anti Covid-19; l’adozione di linee guida per la scelta dei processi da celebrare, in base al numero degli imputati, allo stato dell’istruttoria dibattimentale già terminata, alla celebrazione in camera di consiglio, al numero contingentato di processi cui potrebbe corrispondere la possibilità di fare più turni di chiamata lavorando anche il sabato. L’implementazione in via generale della Pec anche per rendere, ove possibile, cartolare il contradditorio.

Una nutrita lista di tali attività possibili è stata fornita al ministro dai penalisti e simili criteri di scelta si rinvengono in molte linee guida adottate dai capi degli uffici, laddove un sano pragmatismo ha prevalso.

Al Cnf chiediamo di non accontentarsi del fatto che le decisioni siano prese ’sentiti’ i Consigli dell’ordine. Si faccia promotore di una forte iniziativa per far sì che quest’anno venga sospeso il periodo feriale che bloccherebbe l’attività per tutto il mese di agosto. La legge sulla sospensione feriale, ricordiamolo, è stata introdotta per consentire agli avvocati di andare, nei limiti dell’attività ordinaria, in vacanza.
Bene, crediamo proprio che nel 2020 delle vacanze gli avvocati potranno proprio farne a meno.

Nel 2020 delle vacanze gli avvocati potranno farne a meno

Quindi ripartire, contenendo il rischio del contagio, si può.
Si può fare con un serio sforzo comune di tutte le componenti della giurisdizione.

So bene che la ragionevolezza e l’equilibrio sono caratteristiche proprie della magistratura di questo Paese, al di là di chi via via la rappresenta, e su questa convinzione ripone la speranza che avvocati, magistrati e personale amministrativo possono scongiurare il pericolo che la giurisdizione venga sconfitta dall’epidemia.
Ma non c’è più tempo, è l’ora di agire.

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