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Giustizia, la riforma che chiede l’Europa è la Cartabia-Franco

Domani 12 giugno si vota per i cinque quesiti referendari che riguardano la “giustizia”. Al contempo, il governo deve definire i decreti attuativi di ben due leggi delega di riforma della giustizia entro la fine dell’anno

di Giovanni Tria

(LaPresse)

7' di lettura

Domani 12 giugno si vota per i cinque quesiti referendari che riguardano la “giustizia”. Al contempo, il governo deve definire i decreti attuativi di ben due leggi delega di riforma della giustizia entro la fine dell’anno.

Non ho le competenze tecniche per dire se i quesiti referendari abbiano un carattere complementare e di rafforzamento della riforma in corso per via legislativa, la cosiddetta Riforma Cartabia dal nome della ministra della Giustizia, o se qualcosa confligga. A me sembra che sia chi appoggia il “sì” ai quesiti referendari sia molti di coloro che invitano ad astenersi o a votare “no” esprimano, in ogni caso, una volontà di riforma e di profonda insoddisfazione sullo stato della giustizia in Italia. Inoltre, molti di coloro che appoggiano i referendum lo fanno affermando una insoddisfazione anche per la Riforma Cartabia perché considerata insufficiente a determinare un cambiamento significativo e, quindi, bisognosa di un pungolo. D’altra parte, questa riforma sta procedendo con tempi contingentati perché si tratta di una riforma prevista dal Pnrr, quindi considerata fondamentale dalla Commissione europea per il rispetto del Piano.

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Varrebbe a questo punto chiedersi: perché la Commissione europea è tanto interessata alla riforma della giustizia in Italia? Nel nostro Paese ci lamentiamo della giustizia per tanti motivi, ma quel che prevale è una grave mancanza di fiducia, che significa che non ci sentiamo garantiti nei nostri diritti e anche che non ci sentiamo garantiti dall’agire, a volte disinvolto, di alcuni magistrati nei nostri confronti. Ma siamo sicuri che la vera preoccupazione di Bruxelles sia quella di garantire i diritti dei singoli cittadini italiani? Forse non è proprio così. Credo che ci sia una preoccupazione più ampia.

Ho più volte ricordato, e certamente non sono il solo, che la riforma della giustizia ha a che fare con una dei principali fattori di non attrattività dell’Italia per gli investitori internazionali. A fronte delle grandi opportunità di investimento, generate dalle tante eccellenze dell’economia italiana unite alla forte domanda di innovazione e infrastrutture in tutti i campi, si contrappone quel che viene definito il “rischio legale” di operare in Italia. Per “rischio legale” si deve intendere un insieme di fenomeni che possiamo sintetizzare in tre categorie principali. La prima è l’inefficienza della giustizia in termini di lunghezza dei procedimenti che rendono difficile l’esercizio dei diritti. La seconda è l’imprevedibilità dei giudizi in un contesto in cui non esiste il valore del “precedente” nel senso anglosassone e in cui l’apertura, e poi la chiusura, dei procedimenti penali dipende talvolta da una interpretazione particolare e personale da parte dei magistrati del principio di obbligatorietà dell’azione penale, il che rende anche molto labile il confine tra giurisdizione amministrativa, civile e penale.

Il terzo fattore è l’estrema variabilità delle norme nel tempo unita a una cultura politica in cui l’idea di continuità dello stato non è radicata. Ciò significa che gli impegni presi da un governo, centrale o locale che sia, nei confronti degli investitori sembrano non valere per i governi successivi, che peraltro si alternano ad alta frequenza. Esempio sono i non lontani dibattiti su Tav e Tap che sottendevano l’idea che anche progetti di investimento garantiti da una legge possono essere contestati da governi successivi. Il “rischio legale”, che coincide con l’idea di incertezza del diritto, ha dunque una struttura complessa e non tutta modificabile con una riforma della giustizia, ma questa ne rappresenta una componente molto rilevante.

Il rischio legale di cui parlo ha un altro risvolto, direi di grado superiore. Siamo in una economia capitalistica e ci dovremmo chiedere cosa sia il “capitale”. Secoli di teoria economica non l’hanno ancora ben definito, ma su una cosa si può concordare e cioè che il capitale è creato dalle norme. Una terra, un edificio, una somma di denaro, un’idea, un’invenzione, un algoritmo, qualunque entità fisica o immateriale diviene capitale se un sistema di norme, unito alla capacità di imporne il rispetto, fa sì che esso possa garantirne il rendimento (si veda a tal proposito anche il bel libro di Katharina Pistor, The Code of Capital, Princeton University Press). Se ci poniamo da questo punto di vista, ci appare improvvisamente chiaro che un Paese che non assicura la certezza del diritto non garantisce neppure il valore del capitale, in qualunque forma esso si concretizzi, e ciò è un ostacolo alla piena integrazione del nostro Paese nell’economia capitalistica europea. Il tema del “rischio legale” è quindi il vero tema che sta dietro la necessità di una riforma della giustizia e da ciò nasce l’interesse europeo. Ed è questo il motivo per cui mi chiedo quanto siano stati coinvolti anche gli economisti nel disegno e nella stesura delle riforme in corso sulla giustizia. La domanda cui non so rispondere è: in che misura la “riforma Cartabia” ridurrà il rischio legale per gli investitori? Forse vorrei sentir parlare di una “riforma Cartabia-Franco”.

Il parlamento sembra aver raggiunto un accordo di massima sulla legge delega per la riforma fiscale. Il punto più condiviso è quello che riguarda la necessità di ridurre la pressione fiscale diretta, cioè l’Irpef, sulle classi di reddito medio basse. Ma per ciò che riguarda la dimensione possibile di questa riduzione, un tema che sembra dimenticato nel dibattito è quello del possibile spostamento del prelievo dalle imposte dirette (Irpef) alle imposte indirette (Iva), cioè dai redditi dei fattori produttivi, che nel caso dell’Irpef sono sostanzialmente i redditi da lavoro, oltre che da pensioni, alla tassazione dei consumi. Il ministro Tremonti definiva questo spostamento “dalle persone alle cose”. Una dimenticanza che è molto strana perché, in un periodo di europeismo condiviso, si elude proprio una raccomandazione tradizionale della Commissione europea. Una raccomandazione il cui fondamento sta nel fatto che questo spostamento del prelievo favorisce la crescita a parità di pressione fiscale complessiva. La ragione è che si ridurrebbe il cuneo fiscale, che entra nei costi di produzione, determinando un aumento delle remunerazioni al netto delle tasse. Ma questo spostamento di prelievo sarebbe anche utile alla crescita perché determina una “svalutazione fiscale”, poiché l’Iva non grava sulle esportazioni, mentre colpisce i consumi di beni e servizi importati in egual misura rispetto a quelli prodotti sul territorio nazionale. In tal modo si recupera competitività internazionale. Non è un caso, inoltre, che nell’economia globalizzata, per tassare localmente i profitti delle multinazionali, si stia valutando di prendere come riferimento le loro vendite nei vari Paesi. E anche nelle discussioni sulla tassazione delle ricchezze si mette in rilievo che quelle personali, in vario modo legalmente o non legalmente occultate, si riflettono nel livello di vita dei beneficiari
al momento del consumo.

Il fatto rilevante è che seguire questa strada permetterebbe oggi una riduzione del prelievo Irpef sui redditi medio-bassi doppio o anche triplo rispetto a quello di cui si discute e ciò faciliterebbe la definizione del “metodo” con il quale ridurre in misura percepibile l’imposizione diretta sulle classi di reddito medio e medio-basso. C’è da decidere, infatti, “come” operare la correzione e le sue dimensioni. In altri termini, vi è da una parte il problema di come finanziare la riduzione del prelievo Irpef e dall’altra il problema di definire la struttura del prelievo, il grado di progressività e come applicarla. Su questo secondo punto, il dibattito politico si è concentrato su due possibili alternative ben descritte, come hanno ricordato Paladini e Visco sul Sole del 30 giugno, nell’ottimo rapporto presentato in una audizione al Parlamento dal direttore generale del Dipartimento delle Finanze del Mef, la professoressa Fabrizia La Pecorella, e ben studiate nello stesso Dipartimento fin dal 2019. La prima alternativa consiste essenzialmente nella riduzione, da 5 a 3, del numero di aliquote applicate per scaglioni di reddito. La seconda ipotesi è quella di passare al cosiddetto modello tedesco, cioè disegnare una curva continua di aliquote marginali, che coinciderebbero sostanzialmente con quelle medie effettive, da applicare per ogni singolo livello di reddito. Avendo già preso posizione su questa rubrica a favore di questa seconda alternativa (15 agosto 2020), ne richiamo i motivi fondamentali. Le maggiori attrattive del modello tedesco risiedono nella sua trasparenza e nella sua flessibilità. Trasparenza perché ogni percettore di reddito saprebbe, senza fare calcoli personali, quale percentuale del suo reddito deve versare allo Stato, che è ben diversa da quella che si legge nella sua aliquota marginale. L’argomento di chi parla di complicazione “algoritmica” o matematica per la determinazione della curva delle aliquote è fuorviante perché il compito del calcolo è dell’amministrazione fiscale, e non è complicato perché basta decidere quale debba essere, mentre al contribuente verrebbe solo comunicata la percentuale effettiva del suo reddito che deve pagare. Quanto alla flessibilità, va considerata da un duplice punto di vista. Permette di decidere in modo mirato i livelli di reddito da beneficiare oggi con una riduzione di prelievo, disegnando con precisione la curva della progressività, ma permette anche con facilità di appiattire progressivamente, in futuro, la curva delle aliquote fino al livello desiderato di reddito. In altri termini, sarebbe facile spostare verso livelli superiori di reddito la progressività del prelievo dettato dalla Costituzione, man mano che l’equilibrio della finanza pubblica lo permetterà e secondo le scelte politiche discrezionali che sono alla base della democrazia. In ogni caso, deciso il metodo, l’importante è ridurre progressivamente in misura significativa la pressione fiscale sui redditi medi e medio-bassi. Lo si dice da decenni, almeno da quando l’inflazione alta fece lievitare i redditi nominali, ma non quelli reali, con la conseguenza che le aliquote concepite per redditi medio-alti finirono per colpire anche i medio-bassi. Il dibattito sul fiscal drag, come venne chiamato il fenomeno, fu intenso ma senza effetti rilevanti. La fame di gettito fiscale a fronte di spesa pubblica crescente, purtroppo non per investimenti, ha fino a oggi sempre collocato questa esigenza di correzione del prelievo nella cartella dei buoni propositi.

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