relazioni pericolose

Glencore prende le distanze da Rusal, non dalla Russia di Putin

di Sissi Bellomo


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(REUTERS)

3' di lettura

Dopo le ultime sanzioni Usa contro la Russia, i legami con Oleg Deripaska e il suo impero dell’alluminio scottano troppo persino per Glencore. Il gigante svizzero delle materie prime, più volte accusato di relazioni disinvolte con Stati canaglia, ha annunciato le dimissioni del suo ceo Ivan Glasenberg dal consiglio d’amministrazione di Rusal e accantonato il piano (peraltro non vincolanti) per scambiare la partecipazione dell’8,75% in quest’ultima con una quota di En+, la holding di Deripaska quotata a Londra. 

«Per ora non procederemo con la transazione», ha affermato Glencore, recuperando una parte dei ribassi che aveva accusato lunedì in Borsa. Il titolo –  che era scivolato fino a 329 pence sul listino britannico, il minimo da 4 mesi – ieri ha recuperato oltre il 2%, a 346,50 pence.

«Glencore – prosegue il comunicato – si impegna a rispettare tutte le sanzioni applicabili al suo business e sta prendendo tutte le misure necessarie per mitigare ogni rischio».

La società di Baar non ha ancora detto che cosa intende fare del contratto, in scadenza quest’anno, grazie al quale commercializza volumi importanti di alluminio per conto di Rusal. Nel 2017 il valore della merce ammontava a 2,4 miliardi di dollari.

La compravendita di metallo dalla società russa – che è il maggior fornitore mondiale di alluminio fuori dalla Cina, con una produzione di 3,7 milioni di tonnellate l’anno scorso – è un’attività che potrebbe sollevare problemi con le nuove sanzioni. le più rigide finora adottate da Washington contro Mosca. Sono infatti teoricamente punibili anche i soggetti non americani che «facilitano transazioni significative» con gli individui e le società incluse nella blacklist.

Qualunque operazione finanziaria è in ogni caso diventata difficile, perché le banche occidentali esitano a lasciarsi coinvolgere, ad esempio concedendo lettere di credito: una situazione analoga a quella che si era venuta a creare durante l’embargo Usa al petrolio iraniano.

Le maggiori società di trading (Bloomberg afferma di aver ricevuto le stesse indicazioni da cinque di queste) avrebbero già sospeso gli acquisti da Rusal su consiglio di banche e uffici legali, anche se il London Metal Exchange continua ad accettare in consegna l’alluminio russo.

Glencore non ha troppa carne al fuoco: subirebbe al massimo un miliardo di dollari di perdita, stima Bernstein Research, se il valore della quota in Rusal si azzerasse e i volumi di trading fossero perduti e mai rimpiazzati, scenario improbabile perché  Glencore possiede anche il 47,5% di Century Aluminum, il secondo produttore di alluminio Usa dopo Alcoa e insieme a questa uno dei maggiori beneficiari delle sanzioni e dei dazi di Donald Trump.

La cautela del gruppo svizzero comunque colpisce in modo particolare, alla luce del suo “curriculum”. Glencore aveva fatto affari in Sudafrica ai tempi dell’apartheid, in Iraq durante il regime di Saddam Hussein ed è oggi il maggior produttore di rame e cobalto nella Repubblica democratica del Congo.

Il suo fondatore, di cui Glasenberg è il delfino, è il celebre e spregiudicato Marc Rich, amnistiato da Bill Cinton nel 2001 dai reati federali di evasione fiscale e violazione delle sanzioni contro l’Iran durante la crisi degli ostaggi, nel 1979-80.

I legami con la Russia di Putin sono molto stretti. Glencore è azionista anche di Rosneft e ne conserverebbe lo 0,5% (oltre al diritto a commercializzare 400mila barili al giorno di greggio) anche dopo la cessione, ormai in dubbio, alla cinese Cftc di gran parte della quota del 14,2% che possiede insieme al fondo sovrano del Qatar.

Glasenberg stesso ha ricevuto dalle mani di Putin l’onorificenza dell’Ordine dell’amicizia ed è soprannominato scherzosamente «zio Vanja», come l’Ivan protagonista dal dramma di Cechov.

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