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Gli 80 anni di Gianni Rivera, mito di un calcio dove non vinceva solo il denaro. «La Nazionale? Ci penso io»

Un mito del calcio che fu: nato ad Alessandria il 18 agosto 1943, capitano del Milan a soli 23 anni con 501 partite e 122 reti all’attivo

di Dario Ceccarelli

Il sì con riserva di Spalletti alla chiamata della Nazionale

7' di lettura

Non è più tempo di bandiere. O sono scolorite o non ci sono più. Soprattutto nel calcio, come vediamo anche in questi giorni. Il clamoroso abbandono di Roberto Mancini dalla Nazionale è solo l'ultimo caso di uno disciplina che ormai ha perso quei punti di riferimento affettivi e simbolici che per decenni l’ hanno fatto diventare un clamoroso fenomeno di passione sportiva e sociale.

I motivi li conosciamo: la globalizzazione, i costi stellari dei giocatori, l'enorme crescita dei campionati europei, l'inserimento di fondi stranieri, il ciclone arabo che sta stravolgendo tutti i parametri del Vecchio Continente. Cifre da capogiro che il nuovo Eldoardo del calcio elargisce a cascata: 100 milioni a Benzema, 200 a Ronaldo. Novanta a Neymar. Se poi questo sarà il calcio del futuro non lo sappiamo. Di certo ha fatto tramontare il nostro vecchio mondo del pallone ancora fermo tra un glorioso passato e un avvenire al momento poco roseo.

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Ecco perché una semplice ricorrenza - gli 80 anni che Gianni Rivera compie questo 18 agosto - lasciano un segno sia per chi ha amato Rivera per il suo enorme talento dispiegato con la maglia del Milan e della nazionale per quasi due decenni (1960-1979), sia per chi simpatizzava per altri colori e per altre “bandiere” che hanno fatto la storia del calcio italiano.

Gli 80 anni di Gianni Rivera, un mito di un calcio che non esiste più

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Giganti come Giampiero Boniperti, Sandro Mazzola, Giacinto Facchetti, Gigi Riva, Francesco Totti, Xavier Zanetti, Paolo Maldini, Franco Baresi, Alessandro Del Piero e Daniele De Rossi.

Un mito, prima che il calcio cambiò

Tornando a Gianni Rivera, nato ad Alessandria il 18 agosto 1943, capitano del Milan a soli 23 anni con 501 partite e 122 reti all'attivo, il suo ottantesimo compleanno non può passare inosservato. Proprio perchè la sua figura, è un ideale modello di confronto per capire come sia cambiato in questi ultimi decenni il calcio italiano.

Rivera, negli anni Sessanta e Settanta, era il Milan. Il suo specchio, la sua fedele immagine. Lo rappresentava nella sua rivalità cittadina con l'Inter (e quindi con Sandro Mazzola), lo rappresentava in Europa, dopo aver conquistato tre scudetti in Italia, due Coppe dei Campioni, due Coppe delle Coppe e una Coppa Intercontinentale. Abituati al calcio successivo, allo strapotente Milan di Sacchi e all'Inter del Triplete di Mourinho, questi titoli possono sembrare meno altisonanti. Ma negli Anni Sessanta vincere una Coppa dei Campioni e una Intercontinentale era come scalare il K2.

Il grande salto della Coppa dei Campioni a Wembley

Quando nel 1963 il Milan, battendo il Benfica 2-1 a Wembley, conquista la Coppa dei Campioni, con una doppietta di Josè Altafini (su assist di Rivera), il calcio italiano fa un salto memorabile nelle gerarchie europee. La squadra rossonera, allenata da Nereo Rocco, è il primo club italiano a vincere il prestigioso “trofeo con le orecchie” che, fino ad allora, era stato appannaggio solo di Real Madrid e Benfica. Una vittoria che poi aprirà la strada alla grande Inter di Helenio Herrera che nei due anni successivi conquisterà sia Coppa dei Campioni che quella Intercontinentale.

Anni splendidi per il calcio milanese che darà vita a derby memorabili. Quei derby ben cantati da Adriano Celentano (“Eravamo in centomila allo stadio quel di”) di cui ancora adesso per qualche prodigio del tempo, se ne avverte ancora lo splendore. Con San Siro al centro della scena in una Milano che alzava la testa con la Fiera Campionaria e la Rinascente, il grattacielo Pirelli e la Galleria. E a proposito di simboli e bandiere non si può dimenticare che presto San Siro, in nome del mercato e della globalizzazione, non ospiterà più le partite del Milan e dell'Inter. Un'altra bandiera, anzi uno storico teatro del calcio, che viene deposta.

Un talento col “tocco” magico

Gianni Rivera, detto anche Golden Boy (esordio in serie A a 16 anni) oltre che simbolo è stato un finissimo talento. Un regista dal lancio smarcante ma anche molto abile nel concludere a rete come dimostrano i suoi tantissimi gol. Faceva segnare e segnava lui stesso. Trasformava attaccanti non fenomenali (uno su tutti: Pierino Prati) in macchine da gol.

Gianni aveva il “tocco”, quella magia di far apparire e sparire la palla, che appartiene solo ai grandi artisti del pallone. Quando nel 1959 fa il provino al Milan, nonostante un temporale micidiale, il ragazzino fa un figurone. Tanto che Gipo Viani, l'allenatore, telefona al presidente rossonero Andrea Rizzoli e gli dice: «Presidente, lo prenda al volo. Costa caro? Non importa: pensi che in campo c'era anche Schiaffino. Ebbene, a volte non capivo quale fosse tra i due a toccar la palla. Un fuoriclasse!» Sarà poi proprio il grande Juan Alberto Schiaffino a spendere una parola in più per quel ragazzino col tocco da campione. Una parola di Schiaffino, straordinario talento uruguagio, valeva doppio.

Pallone d'oro nel 1969

Una carriera lunghissima, quella di Rivera, spalmata su due decenni con una bacheca impressionate arricchita dal Pallone d'oro nel 1969. E in nazionale dall'Europeo ’68 e dal secondo posto di Mondiali di Mexico '70 con il leggendario 4-3 alla Germania entrato a pieno titolo nella più ampia storia del costume nazionale.

“La partita del secolo” dove Rivera firma il gol della vittoria spiazzando di piatto destro il portiere tedesco Mayer. Un gol indimenticabile a suggello di una sfida da cuore e batticuore vista di notte in diretta tv da milioni d'Italiani. Da notare che appena due minuti prima, lo stesso Rivera, pasticciando in difesa, aveva facilitato il 3-3 di Muller. Un bilancio (60 partite, 14 reti) comunque di tutto rispetto anche in maglia azzurra.

Il carattere porta polemiche

Come per tutti i leader di forte carattere, la carriera di Rivera è stata accompagnata da innumerevoli polemiche. Memorabili i suoi scontri con gli arbitri in particolare con il designatore Campanati che lo squalificò nel marzo 1972 per le sue accuse di “complotto” ai danni del Milan. Un altro aspro scontro, nell'anno del fatale 5-3 col Verona, fu con Concetto Lo Bello, il numero uno delle giacchette nere. Un arbitro severissimo e di spiccata personalità. Un duello tra titani che rimbalzava sui giornali e in tv alimentando ulteriori discussioni e controversie. A quell'epoca, va ricordato, senza il Var e le tecnologie attuali, gli arbitri avevano un potere quasi assoluto.

Un'altra bufera che lo accompagnò fa la famosa “staffetta” ai mondiali messicani del '70 tra lui e Sandro Mazzola che spaccò in due in Paese. «Una cosa che poteva succedere solo in Italia» dirà Sandro Mazzola. «Io e Rivera potevamo benissimo coesistere. Gianni più indietro come rifinitore, io più avanti da seconda punta».

Nella semifinale contro i tedeschi, Rivera entrò solo nella ripresa. Ma l’acme della polemica arriverà nella successiva finale con il Brasile quando, ormai sul 4-1 per i carioca, il c.t. Valcareggi fa entrare Rivera negli ultimi sei minuti. Per mezza Italia è uno scandalo. «Ormai non aveva più senso» dirà poi Gianni. «E non so neppure perchè mi abbiano lasciato fuori dalla finale. Non ero affaticato, c'era gente molto più stanca di me, prevalsero altre logiche».

La rivalità mai cattiva con Mazzola

Una rivalità, quella con Mazzola (anche lui ottantenne) mai però sconfinata nella cattiveria. «Nulla da dire su Sandro», conferma Rivera. «Con lui i rapporti sono sempre stati buoni, però hanno fatto di tutto per metterci contro».

La verità è un'altra: che entrambi erano due leader, due bandiere, simboli di appartenenza a volte ingombranti, E Rivera, ingombrante, lo divenne anche nel Milan quando per 7 anni (1979-'86) farà il vicepresidente rossonero prima di intraprendere la carriera politica. Una stella che irradia troppa luce. Troppa anche per Berlusconi che quando nel 1986 rileverà da Giussy Farina un Milan sul orlo del crack, lascerà fuori Rivera. In quel nuovo corso di bandiera ce n'era già una: quella di Silvio. Altre non ne erano ammesse. E infatti tutto cambiò e il vecchio Milan divenne un'altra cosa aprendo un altro ciclo vincente che rivoluzionerà il calcio. Una vicenda abbastanza simile, in contesti diversi, a quella capitata a Paolo Maldini, allontano dai nuovi proprietari americani del Milan. Due visioni diverse che, inevitabilmente, vanno a cozzare. Le bandiere sono importanti, ma alla fine decide chi ha il portafoglio.

«Io faccio correre la palla»

Rivera, in carriera, ma anche dopo, fu accusato di scarsa dinamicità e poca grinta. Di correre poco, lasciando la fatica ai suoi luogotenenti come Giovanni Lodetti, instancabile cursore di centrocampo. Accusa parzialmente vera. Una osservazione cui Rivera rispondeva così: «Io faccio correre la palla. Al resto ci pensano gli altri».

Un suo implacabile critico è stato Gianni Brera, il noto giornalista e scrittore, che a Rivera affibiò l'irriverente soprannome di “abatino”, nomignolo che lo ha accompagnato per tutta la carriera. In difesa di Rivera intervenne lo stesso Mazzola: «In realtà Brera non si riferiva solo a Gianni. Voleva metterci tutti assieme noi della nazionale, quindi anche Bulgarelli e De Sisti, giocatori più di fioretto che di spada. Alla fine però quel soprannome rimase appiccicato solo a Gianni, io me ne tenni fuori».

Più caustico Rivera: «Rimase solo a me perché fui l'unico a rispondergli per le rime. Poi una volta, in un allenamento a Foggia, Brera scese in campo per farci vedere che sapeva anche giocare a calcio. Fece un lancio, ma gli venne male. Io per punzecchiarlo gli disse che era ‘scarsino'. Credo che se la sia legata al dito…».

Dopo il calcio, un uomo “scomodo”

Dopo l'uscita dal Milan di Berlusconi Rivera si è allontanato dal calcio. Ricoprendo anche in Federazione solo incarichi marginali. Neppure la carriera di allenatore lo ha mai attirato. Probabilmente perché ha sempre ritenuto che, alla fine, fossero più importanti i calciatori degli allenatori. Solo di recente, dopo aver acquisito il patentino nel 2019, ha detto in una intervista che sarebbe stato pronto ad allenare il Bari se il club pugliese fosse stato rilevato da un gruppo di finanziatori a lui vicino. A chi gli ha fatto notare che era un po' tardi per sedersi in panchina, Rivera ha risposto: «Non ho mai allenato? Penso di sapere come si fa. E l'ho sempre fatto in campo quando giocavo».

Nel gioco delle provocazioni, Rivera si auto candida anche per la panchina della Nazionale come sostituto di Mancini. «Io sono qui, pronto e disponibile» dice l’ex golden boy. «Sarebbe un affare perché costerei meno di tanti altri allenatori che vanno oggi per la maggiore. Ma non mi chiamerà nessuno, tanto meno il presidente della Figc Gravina. E sapete perché? Perché come sempre sono ancora scomodo…».

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