Le strategie del dopo pandemia

Gli aiuti alle Pmi non sono sufficienti per la ripartenza

di Franco Michelotti

(athitat - stock.adobe.com)

3' di lettura

È noto come l’economia italiana stia crescendo con un tasso di oltre il 6% e che la pandemia abbia aumentato la propensione al risparmio delle famiglie e il calo degli investimenti delle imprese, lasciando sui depositi liquidità per oltre 200 miliardi di euro. Nel sistema tradizionale, le banche avrebbero convogliato questi capitali verso il mondo produttivo, ma, a causa di alcuni nodi strutturali, non è ragionevolmente prevedibile che avvenga.

Da un lato, il sistema bancario, dominato dalle normative di estrazione europea, non investe più nelle imprese, se non marginalmente, a causa della loro aumentata rischiosità. Nel 2021 la situazione di stretta creditizia si è aggravata per la nuova definizione di default e per l’affermarsi di una giurisprudenza sulla concessione abusiva di credito che chiama le banche a risarcire tutti i creditori danneggiati dall’insolvenza dell’impresa debitrice se la banca eroga prestiti a chi non se li merita.

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Dall’altro, il finanziamento delle Pmi mediante il mercato dei capitali non è efficiente, perché in Italia, questa tipologia di imprese, a causa delle ridotte dimensioni e della chiusura al mercato, non offre agli investitori titoli liquidi e negoziabili che possano attrarre la liquidità formatasi con la pandemia. Per superare tali nodi si propone di eliminare le asimmetrie tra diritto fallimentare e bancario, innestando in quest’ultimo norme che obblighino il sistema creditizio a erogare il finanziamento quando il trattamento che le banche riceverebbero dalla chiusura dell’impresa sia peggiore di quello proposto con il risanamento, che deve risultare affidabile in base a un piano aziendale ragionevole e fattibile.

Per aumentare l’offerta di titoli negoziabili sui mercati dei capitali, le Pmi italiane debbono crescere nelle dimensioni, rafforzarsi patrimonialmente, aprirsi al mercato, adottando le opportunità normative introdotte dalla legislazione sulle imprese innovative, tra cui la forma della Pmi Srl aperta al mercato, al fine di sollecitare il pubblico risparmio – e quindi il mercato dei capitali – con strumenti di capitale di rischio o di prestito, emessi dalla Pmi Srl, anche mediante portali o piattaforme sul web, senza dimenticare i nuovi strumenti di finanza alternativa, come i minibond e i finanziamenti che possono essere raccolti per le Pmi non quotate dalle nuove Società di investimento semplice (Sis) e dai fondi Eltif.

Oltre alla finanza alternativa privata, le imprese possono sfruttare le opportunità di finanziamento offerte dalla legislazione di emergenza sotto forma di aiuti pubblici compatibili con il temporary framework dell’Ue. Per le grandi imprese il sostegno alle esigenze di finanziamento della ripartenza è assicurato dal Fondo salvaguardia imprese, dal Fondo per il sostegno delle grandi imprese in difficoltà finanziaria e dal Patrimonio rilancio della Cdp.

Per le Pmi, invece, il sostegno pubblico di finanziamento della ripartenza è assicurato, ricordando i più significativi, dal Fondo per il sostegno delle attività economiche chiuse, di cui si attendono le norme attuative; dai finanziamenti garantiti dal fondo di garanzia Pmi, ma solo fino al 31 dicembre 2021, salvo proroghe; dai finanziamenti alle cosiddette mid cap (imprese fino a 499 dipendenti) garantiti (i) dal Fondo di garanzia Pmi e da Sace, ma solo fino al 31 dicembre 2021, salvo proroghe, (ii) da un’apposita sezione del Fondo di garanzia Pmi, del valore di 100 milioni per il 2021 e di 100 milioni per il 2022, destinata al rilascio di garanzie su portafogli di obbligazioni emesse di importo compreso tra i 2 e gli 8 milioni di euro, di cui però ancora si attendono le norme attuative dal Mef e dal Mise.

Mentre gli aiuti per le grandi imprese paiono adeguati, quelli alle Pmi sono del tutto insufficienti. Non solo perché temporanei e, in parte, inattuati. Ma anche perché in prevalenza sotto forma di prestazione di garanzie la cui efficacia è condizionata al merito creditizio, per cui l’aiuto diventa inefficace se la Pmi è vittima del credit crunch. Una misura opportuna sarebbe l’apertura alle Pmi da 15 a 250 dipendenti del Fondo salvaguardia imprese.

Comune denominatore per il finanziamento della ripartenza, sia per le imprese in crisi sia per quelle in sviluppo, è il salto culturale che è richiesto alla classe imprenditoriale delle micro Pmi italiane per colmare il gap competitivo con le altre economie, che si realizza con l’adozione della cultura della programmazione aziendale, il rafforzamento patrimoniale e l’aumento delle dimensioni aziendali, che dovrebbero essere incentivati con misure premiali.

Comitato Culturale Acbgroup SpA

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